Salve a tutti,
vi scrivo questo Venerdi perchè oggi riesco finalmente a tirare un po’ il fiato. Ho passato la Pasqua a casa, in Italia, e devo dire che mi ha fatto davvero piacere tornare, rivedere casa propria, la famiglia, gli amici, è stato molto bello. In prospettiva mi convinco sempre di più che la mia permanenza in Norvegia non sarà affatto permanente ma sarà limitata al massimo a un paio di anni. Rifletto anche su questo: quello che faccio in Norvegia si può fare anche in Italia? Secondo me la risposta è si, e il fatto che nella gaming industry non ci sia nessun (e dico nessuno) punto di riferimento italiano è vergognoso.
La creatività ce l’abbiamo, la capacità di progettare anche. Queste due cose qui in Norvegia non è che proprio abbondino e fanno molta differenza all’interno di un gruppo di lavoro. Questo mi da molto da pensare.
Ma veniamo al titolo di questo articolo. Come qualcuno sa, non ho affatto frequentato il liceo a Vicenza, MA ho conosciuto qualcuno che l’ha fatto. Si tratta di Ane, una ragazza norvegese che ho conosciuto per puro caso alla stazione di Skøyen la sera del ritorno in norvegia. Nevicava, l’ascensore della stazione era guasto quindi questa piccoletta sgobbava sotto una valigia enoooorme (eravamo scesi entrambi dal treno navetta dell’aeroporto). Le ho dato una mano parlandole in inglese e questa mi ha risposto in italiano (ferendo inizialmente il mio amor proprio, normalmente non ho un devastante accento italiano quando parlo inglese, ma suppongo che appena tornato dall’italia potrei averlo).
Ane parla perfettamente italiano, ha fatto il liceo a Vicenza e lavora in una società che offre servizi di videoconferenza a una grossa ditta petrolifera. Gira spesso per l’europa e siamo rimasti daccordo per vederci qualche volta qui a Oslo, lei tra l’altro non abita neanche molto lontano da casa mia.
A fare del bene si viene sempre trattati bene
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