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“Future” Film Festival 2012

aprile 6, 2012

Introduzione

Salve a tutti cari lettori, anche quest’anno si è tenuto a Bologna il Future Film Festival, rassegna cinematografica che seguo praticamente dalla sua nascita. Purtroppo dopo la rilocazione oltreoceano mi è assai difficile rientrare in Italia per il Festival, perciò ho assoldato il sempre validissimo Shogun Molin per il report.

Lo stile del reportage è il solito già consolidato da più di dieci anni, ovviamente lo stile sarà quello del buon Molin e non il mio, ma nulla mi rende più felice che ospitare il suo articolo qui.

Un ringraziamento sentitissimo quindi al buon Cesare che sopperisce alle mie mancanze :).

Salve a tutti.

Per il secondo anno consecutivo il nostro buon Ninja non ha potuto partecipare al consueto appuntamento con il Future Film Festival di Bologna, tenutosi dal 27 marzo al 1 aprile 2012. Di conseguenza mi sobbarco l’onere di condividere con lui (ed a cascata, con voi) il succo dell’esperienza attraverso questo report annuale. Come probabilmente non ricorderete, sono il Molin, ed ho poteri di shogun parziale; e come analogamente non ricorderete, lo shogun FFF è l’accreditato sostenitore, che paga una discreta cifretta per avere il diritto di accesso privilegiato alle proiezioni per l’intera manifestazione e, in caso di shogun plenipotenziario o super shogun, anche il posto riservato nominale e l’invito alla cena finale con organizzatori ed ospiti d’eccezione. Lo shogun indossa ed espone con orgoglio il proprio tesserino di accreditato, esprime un cocciuto amore per il festival attraverso una religiosa partecipazione ed anche una critica più o meno feroce, che non mette però in discussione la coazione a ripetere di quella pratica signoresca chiamata accreditamento al buio (cioè, a programma non ancora pubblicato). Prima di iniziare la relazione giorno per giorno, permettetemi alcuni commenti generali.

E’ necessaria una ridefinizione della proposta?

Questa è ormai la terza edizione “di transizione” del Future Film Festival. Dopo anni di espansione in più sale, più giorni, più eventi collaterali, il processo si è bruscamente invertito con una riduzione massiccia del programma, delle locations e degli ospiti; dapprima si è detto “va bene, per quest’anno sopportiamo i limiti sulla fiducia, in attesa di tempi migliori…”. Poi gli anni sono diventati due. Ed ora, tre. Ed è ormai evidente che i tempi migliori non ci saranno tanto presto, se non mai. Questo porta a una seconda riflessione: la necessità ed il senso di una manifestazione del genere, oggi, a 14 anni di distanza dalla sua nascita. Ne parlerò probabilmente meglio altrove; va comunque osservato come molte cose siano cambiate in 12 anni e che se all’epoca riflettere su CGI e, poi recentemente, su 3D stereoscopico poteva coincidere con una speculazione sul futuro del cinema, oggi una mera ricognizione dei film di animazione ed effetti speciali usciti nei 12 mesi non è più sufficiente a dare giustificazione del titolo: la rivoluzione (ed il futuro) oggi si stanno costruendo in altri luoghi ed altri media e la sensazione è che, se essi vengono totalmente ignorati dallo sguardo indagatore del festival, la colpa non sia solo della crisi che sbriciola il porcellino di coccio ma anche dell’assenza, all’interno dell’organizzazione, di elementi che sappiano e vogliano cogliere questi cambiamenti ed inserirli organicamente nella programmazione. Il Future Film Festival è oggi, di fatto, solo un banalissimo “Animation” Film Festival. C’è però una seconda sensazione, e non è meno leggera della prima: e dice che, ammesso che vi sia la volontà dell’organizzazione di svecchiarsi ed abbracciare nuove prospettive, manchi un pubblico realmente intenzionato ad andargli dietro. Il pubblico che vedo oggi (escluso quel pugnetto di accreditati più o meno – ma non sempre – presenza fissa) appare sostanzialmente pigro, inconstante, superficiale e, soprattutto, saltuario e poco curioso. Escluso il sottocanale dedicato a incontri professionali o semipro o a quelli didattrici-barra-workshops (cui non partecipo e di cui non posso render conto), gli showcases con i rappresentanti di cinematografie straniere sono spesso semideserti; gli accreditati sembrano pochi (per non parlare della vergognosa quantità di tesserini – presumibilmente culturali e stampa – mai ritirati e giacenti come foglie morte al bancone dell’ufficio accrediti) e la maggior parte del pubblico sembra dividersi tra casuale (che aiuta a far cassa e numero ma non dice nulla sulla salute e vitalità di una manifestazione che si allarga con un discorso coerente su cinque giorni) e sclerotizzato: ormai so già in anticipo che facce si presenteranno alla proiezione dell’ennesimo film asiatico come so per certo che non vi sia pericolo alcuno che gli venga la curiosità di vedere come possa essere uno spagnolo, un polacco, un francese, un russo, eccetera – e il discorso vale anche al contrario, per gli anti-asiatici di principio. Una dicotomia che ha accompagnato ogni edizione del FFF e che lo stesso non è mai riuscito a sanare. La scarsa presenza di studenti e giovani, che dieci anni fa costituivano invece grossa parte del pubblico, è altro segno di un invecchiamento della proposta; ma anche, probabilmente, di uno slittamento culturale delle nuove generazioni universitarie molto meno curiose ed esploratrici, anche all’interno dei propri campi di studio (osservazione, questa, che ho raccolto in privata conversazione, e direttamente, da un docente più che autorevole), o magari non più interessate ad una fruizione cinematografica intensiva, come noi vecchie ciabatte. Se è più che probabile che tale conformazione di pubblico sia conseguenza di una selezione naturale in risposta alle scelte di programma fatte dall’organizzazione in passato, questo non significa però che, automaticamente, correggendo la rotta in una chiave più consapevole dei cambiamenti in atto nella sfera digitale, il pubblico perso ritorni, o ne arrivi del nuovo, più fresco e giovane. Forse è il formato “festival”, in sé stesso, ad iniziare ad essere superato, qui.

Pubblico e personale

A pelle, la sensazione è che il pubblico si sia ulteriormente ridotto dallo scorso anno. La collocazione nel cinema Lumiere ha consentito un “effetto compressione” per cui la sala (piccola e spaziosa) apparisse facilmente piena o quasi per molte delle proiezioni: un bell’impatto visivo, oltre il quale però era possibile intravvedere numeri relativamente bassi. Non mi pare di aver visto nuove facce negli accreditati, anche se paradossalmente non ho ancora imparato a conoscerli tutti. Anche la dimensione sociale mi è parsa ai minimi termini, limitata a capannelli di già noti che interagivano tra di loro. Mi includo nella lista e mi dichiaro complice. Negli ultimi giorni, a sorpresa, è ricomparso un elemento perso per strada durante le passate edizioni, pittorescamente chiamato da alcuni “Il Piattola” (no, non si tratta di Shogun Italo, quella è una versione apocrifa non confermata da nessun testo ufficiale). Il personale di sala è apparso cortese ed organizzato sufficientemente (ma gli attacchi di panico che i loro predecessori hanno attraversato nel dover gestire da un momento all’altro fiumane più o meno incazzate di persone morte di freddo manco si immaginano cosa possano esser stati). Apprezzabilissimo, ma anche ingenuo, il tentativo di una balda volontaria (o stagista, credo) che, durante il mercatino alimentare alloggiato sabato mattina nella piazzetta del cinema, se n’è uscita con un pacco di programmi in mano per cercare di far volantinaggio ad un branco di passanti casuali impegnati in movimenti ripetuti di ganasce o di acquisti che a tali movimenti preludevano ed il cui dentro di interesse non poteva probabilmente essere più lontano da un festival di animazione.

Programmazione

Il tema dell’edizione di quest’anno è stato la fine del mondo. Vi è stata dedicata una specie di retrospettiva striminzita ed incoerentemente eterogenea, spalmata durante le giornate del festival; ma trattandosi di pellicole ben note e viste, l’ho evitata in toto per concentrarmi su materiale che non conoscevo. Non ha in ogni caso senso buttar giù due righe esplicative perché, fatta eccezione di quella porcata di The Day After Tomorrow di Roland Emmerich, si tratta di classici fondamentali ed immancabili che mi aspetto chiunque abbia visto (e se no, rimediate all’istante): The War of The Worlds di Byron Haskin, When The Wind Blows di Jimmy Murakami, Twelve Monkeys di Terry Gilliam. La sezione cortometraggi contava una sessantina di opere selezionate. Ho visto per via diretta i programmi 4 e 5 e con altre fonti parte dei rimanenti. Alcuni titoli da recuperare:

  • Something Left, Something Taken di Max Porter, parodia olandese delle scienze forensi con pupazzetti di stoffa in stop motion,
  • Tatamp di Mirai Mizune, giapponese astratto a ritmo di musica
  • Aalterate di Christobal de Oliveira, composizione metamorfica quasi intellegibile sul piano semantico quanto affascinante su quello visivo
  • A Morning Stroll di Grant Orchard, simpatica variazione sul tema di un incontro casuale ad un angolo di strada, in tre epoche diverse
  • Vicenta di Sam Orti, commedia coniugale che si trasforma parodia horror. La prima volta in cui vedo una scena di sesso hard core in plastilina.

La riduzione della sezione corti ad una quantità più equilibrata rispetto ad alcuni programmi debordanti del passato è senz’altro un elemento positivo, anche se la sensazione complessiva, confrontata anche con altri spettatori, sia di un’annata fiacca, con buona parte delle opere proposte di qualità trascurabile o, quando tecnicamente interessante, consistenti soprattutto in esercizi di stile o scolastici, senza poca sostanza. La qualità dei film proposti non ha mai toccato vertici eccelsi ma neppure è sprofondata nella ripetizione coatta e reiterata di tante boiate inutili come lo scorso anno; senz’altro, ci sono stati problemi di equilibrio nella proposta: una presenza eccessiva di titoli per bambini, una selezione asiatica troppo all’insegna delle strade già solcate ed una presenza irrisoria di film più indipendenti, artistici e sperimentali. A mente fredda, i miei picchi personali sono stati, in ordine sparso, lo sperimentale quasi-motion-comic (o motion illustration??) Midori-Ko, il semibiografico Chico & Rita e lo storico adolescenziale From Up on Poppy Hill.

Day 0 – Martedì 27/3/2012

Here we come

La giornata preparatoria al festival, oltre al consueto rituale del ritiro accrediti, avvenuto, senza nulla degno di menzione, nel classico spazio in Palazzo Re Enzo (dopo “l’incidente” in sala Borsa dell’edizione precedente), fondamentalmente trascorre in visite rapide in libreria con mal di testa incluso, assistenza informatica gratuita in real-time prestata da Shogun Rob ed il concertone inaugurale “prodotto” dal FFF e collocato al teatro Manzoni, seguito da immancabile rinfresco su invito dove, malgrado l’evidente riduzione di portate rispetto ai tempi passati, non manchiamo di dare il meglio della nostra assenza di ritegno. Al concerto imbuco pure Frida tirapacchi (che però è stata poco rapida al rinfresco, mangiando pochissimo sommersa dall’attacco delle cavallette), da che l’invito è per due; ma non avendo prenotato per lei, e col suo nome assente dalla lista, produco spiegazioni istantanee apparentemente confusionarie al punto tale che la responsabile decide di allungarmi due biglietti e togliermi dai coglioni per l’accumularsi di gente dietro di me. C’è pure il tempo, nel pomeriggio, per visitare un evento collaterale al festival, incluso in programma più per diplomazia istituzionale che non per una reale attinenza con i suoi temi e specifiche, l’installazione Snowhite’s Secret Box.

Snowhite’s Secret Box di Ana Juan (presso la pinacoteca di Bologna) Sintesi: una pubblicità spacciata per mostra Voto: – Percorso interattivo che trae spunto dall’albo illustrato Snowhite della celeberrima valenziana Ana Juan (che mi dicono essere la madre fondatrice di tutta un’estetica dark gothic che oggi è cliché assodato), ne è in realtà uno spottone pubblicitario malcelato, con la chiara intenzione di invogliare all’acquisto di volumi originali alla fine del percorso espositivo. L’esposizione, coprodotta guarda caso dall’editore della Juan, di “interattivo” ha veramente poco o nulla e non rivela dettagli sufficienti alla comprensione di quella che dovrebbe essere una storia narrata attraverso miniature, illustrazioni, filmati e pupazzi esposti (storia che a sua volta ricostruisce le vicende all’origine della sparizione misteriosa della piccola Snowhite). Visivamente, comunque, molto bello (col modellino del maniero di famiglia che è la morte sua).

Big Clang BangConcerto inaugurale Sintesi: non fa danno Voto: – Pensavo peggio. Temevo una buona dose di pretenziosità gratuita, soprattutto da parte italiana. Ed invece, a parte una lunghezza forse eccessiva, è scivolato via liscio. Il concerto inaugurale, “prodotto” dal Festival stesso, è consistito in un concept show in cui un montaggio decostruttivo di un centinaio di film a tema catastrofico, articolato in quattro sezioni o “fasi” (preparazione, catastrofe, sopravvivenza, mutazione) e realizzato dal montatore italiano Cristiano Travaglioli, veniva accompagnato in tempo reale dalla musica elettronica dal newyorkese Bill Laswell, composta per l’occasione. Entrambi hanno svolto il proprio compito con buona discrezione, specialmente Laswell, che ha preparato ed eseguito uno score ambient-noise (purtroppo a volte un po’ fastidioso) tendenzialmente aritmico, pulsante, non melodico, in grado di sostenere e supportare le immagini ma sempre attento a non distrarre l’attenzione da esse, vero piatto forte.

Day 1 – Mercoledì 28/3/2012

Not a bad day, after all.

Una prima giornata tranquilla, senza scossoni ma anche senza schifezze immonde, con chiusura d’autore. Due blockbusters europei in treddì per bimbi, uno Shinkai deludente, un bello spagnolo ed un ceco ai limiti dell’intelligibile.

Pirates, Band Of Misfits 3D di Peter Lord, Gran Bretagna, 2012 Sintesi: sceneggiatura prevedibile e una struttura pigramente da manuale redenta da alcune trovate divertenti ed uno spruzzo di umorismo british; la claymation col treddì è la morte sua. Voto: 6 ½ Il nuovo lavoro dello studio inglese indipendente Aardman in anteprima farlocca (leggi: “T’aspetti ‘na settimana e te lo vedi comunque ar cinema”) ed anticipato da una breve ma piacevole introduzione tecnica del regista Peter Lord. Il film conferma l’ovvio: un “materiale” di partenza già plasticissimo di suo (i pupazzi di plastilina e le scenografie in miniatura) si sposano perfettamente con la tecnica di ripresa stereoscopica, che ne esalta la profondità, i livelli e la rotondità. Purtroppo, i motivi di interesse si fermano qui: lo svolgimento dell’arco narrativo è tanto scolastico quanto prevedibile ed il soggetto pirati piacerà ancora tanto ai bimbetti minchietti ma francamente comincia ad essere un po’ decotto. Salvano la baracca spruzzi di humor british e alcune brillanti trovate di contorno. Simpatico, ma in fondo nulla di nuovo, il ribaltamento che vede un soggetto diseducativo (pirati=ladri ed assassini) farsi portatore di un contenuto educativo positivo (priorità dei valori affettivi e dell’integrità sul successo ad ogni costo). Carlo Tagliazucca era più entusiasmato dall’ossimoro semantico dato dalla presenza di un team antipirateria ad una proiezione a tema pirati. Ma su questa spippola non ho intenzione di seguirlo o assecondarlo.

Adventures in Plymptoons! di Alexia Anastasio, USA, 2011 Sintesi: grezzo atto d’amore verso il cartoonist ‘merigano indipendente per eccellenza Voto: 6 Il documentario sembra più guidato da una volontà omaggistica che da un intento divulgativo: l’apparato biografico è ridotto all’osso e il focus è più quello di celebrare l’animatore nel suo percorso coerente di indipendenza artistica che non fare divulgazione. Sostanzialmente inutile per un non iniziato.

Children Who Chase Lost Voices From Deep Below (Hoshio ô Kodomo) di Makoto Shinkai, Giappone, 2011 Sintesi: prova deludente di uno dei più importanti “nuovi” autori giapponesi Voto: 7 ½ Pare che Makoto Shinkai s’incazzi non poco quando lo definiscono il nuovo Miyazaki. E allora c’è da chiedersi perché stavolta abbia voluto tirarsela addosso così tanto. Perché dell’autore intimista, poeta della distanza umana e delle ossessioni personali, che abbiamo amato in opere come Byosoku 5 Centimetres qui c’è ben poco; e c’è invece un minestrone decotto e tiepidino del maestro dello studio Ghibli, con tanto di messaggio morale sull’iniquità del genere umano, metafore ecologiche, viaggi in mondi altri e perduti, tutto descritto da un design cartacarbonato che riporta alla mente classici vecchi e nuovi; probabilmente indirizzato ad un pubblico giovane che tali pilastri, ancora, non conosce (o almeno non ne è ancora saturato). Qualità tecnica comunque inattaccabile (anche se, a mio vedere, meno sorprendente di quelle a cui Shinkai ci ha abituati)

Alois Nebel di Tomás Lunák, Repubblica Ceca/Re­pubblica Slovacca/Germania, 2011 Sintesi: è ceco, slovacco e tedesco. Ma soprattutto ceco. Cioè: una palla assurda Voto: 6– Poco chiaro sul piano narrativo, ruffiano (ma come può esserlo un ceco+slovacco) su quello visivo. Difficile afferrare l’identità e le motivazioni di personaggi secondari, mentre quelli principali fanno a gara tra l’essere totalmente indifferenti o fastidiosi. Un evidente rotoscopio stilizzato è poi una scelta di comodo per ottenere un’estetica in bianco e nero contrastatissimo e la sensazione di un motion comic pur evitandone in parte la staticità. Facilissimo dormirselo in più punti o chiedersi “embè?” a fine corsa. Non basta tirare in ballo una pagina storica infame per fare roba d’autore credibile.

Un Monstre a Paris di Bibo Bergeron, Francia, 2011 Sintesi: pensavo molto peggio, ma siamo sempre nello standard infantile facile facile Voto: 7 Il film è un blockbuster per bambini (“famiglie”, whatever…) intriso di orgoglio e cocciutaggine culturale nazionalistica francese, ad opera di un regista francese con trascorsi americani di successo e prodotto dallo stesso Luc Besson di Arthur e le mini minchie. Che dire? Proprio il giorno prima mi lamentavo di questa sclerosi autocompiaciuta francese per l’ambientazione ad inizio secolo e di come mi stesse rapidamente venendo a noia. Ed eccola qui, di nuovo. Stavolta ci aggiungiamo pure una collocazione storica (la piena eccezionale della Senna negli Anni ’10) e l’ennesimo, involuto rimando al Fantasma dell’Opera ed al cinema dell’epoca muta. Simpatico, per carità. Ma ci fermiamo lì.

Chico & Rita di Fernando Trueba, Javier Mariascal, Tono Errando, Spagna, 2010 Sintesi: ecco, questo vederlo non fa male; o anche sì. Fate voi Voto: 7 ½ Vecchiotto ormai di due anni, e già premiato altrove, è la riprova che un occhio sulla Spagna, da una decina di anni, è obbligatorio tenerlo. Rotoscopico anche questo (dicono gli occhi esperti, a me non pare sia tutto così) ma con una stilizzazione più marcata, pittorica e non intimorita dal concedersi qualche libertà ogni tanto su forme e proporzioni anatomiche, è la storia delle vicende professionali e personali di due musicisti cubani negli anni dell’ascesa del Jazz. Un quasi biopic musicale, con tutti gli ingredienti del genere, che descrive il percorso che li porta dall’Havana a New York, costantemente sull’onda di una tensione romantica che non riesce mai, complici difficoltà di carattere e di comunicazione, a trovare una piena realizzazione. Il film è bello. Ma anche molto malinconico, di quelli pericolosi. Originale ed infuso di un solido background storico che non è solo scenografia (molto significativa, ad esempio, la comparazione fra il passato luminoso e mondano della Cuba pre-rivoluzionaria e il presente castrista fatto di edifici cadenti e mura scrostate; così come lo sono le allusioni alla discriminazione dei musicisti neri, indipendentemente dal loro successo).

Day 2 – Giovedì 29/3/2912

Not so bad, not so good, as well.

Alla conclusione del secondo giorno di festival lo shogunato tutto è attraversato da una sorpresa: non si è ancora vista una reale, solenne ed indicibile minchiata. Aver nulla per cui gridare al capolavoro non è infatti una condizione nuova per noi stagionate cariatidi nerd; esser privi di un oggetto di reiterata derisione collettiva, sì. In particolare, sentiamo della mancanza del cosiddetto “film da Ninja”: una pellicola che contenga una ben distinguibile e prominente idiozia (una battuta infelice, un design involontariamente ridicolo, eccetera) che il nostro sappia immediatamente trasformare in un’arma sonora con cui attaccare a ripetizione membri dello staff e direttori ad ogni minima occasione per il resto della manifestazione. Non ricordo se in questo giorno o nel seguente, si verifica una piccola diatriba tra shogun per il posizionamento dei posti riservati. Curioso come per alcune persone sia naturalmente inconcepibile il non possedere maggiori diritti dei propri pari. Picchi della giornata il secondo spagnolo ed un giapponese indipendente. Shogun Italo comes to town e come conseguenza ci fa fare le tre di notte davanti alla sua maledetta “birrrèèètta”, portando la cameriera del pub di turno (salutata con un iniziale “mmma quanto se’ bbbona!” immediatamente riecheggiato dallo staff del locale) vicinissima alla soglia della sopportazione. Ci siamo tornati qualche giorno dopo, senza Italo, e lei non c’era. Pare che spariscano spesso, nei locali che frequenta.

Brazilian Motion Graphics – Focus On Sintesi: i brasiliani che fanno le persone serie sono noiosetti Voto: – Rinunciando a malincuore al ripasso delle Dodici Scimmie di Gilliam, decido di concentrarmi sulla delegazione di brasiliani per fini culturali. Ne è valsa la pena fino a un certo punto. Gli ospiti rappresentavano infatti un lato più professionale e “controllato” della produzione brasiliana (di cui conosco poco, e generalmente orientato su un’allegria esplosiva ai limiti della demenza), perché operanti a vari livelli nel settore pubblicitario. Motion Graphics è un termine che sta a riferirsi ad una tecnica che “anima” degli elementi grafici derivati dal design pubblicitario, la cui precisa definizione mi è sfuggita sempre e che oggi, con l’immancabile presenza di tecnologie digitali in ogni studio e la conseguente sovrapposizione ed ibridazione di tecniche grafiche bi e tridimensionali, assume caratteri ancora più nebulosi. Ho comunque potuto campionare un Brasile diverso da quel che conoscevo, tecnicamente più preciso e raffinato (ma paradossalmente, proprio per questo, con molta meno identità). Anche se l’incontro è stato francamente di una noia spessissima. Certo, probabilmente anche agli speakers, vedendosi davanti i soliti tre gatti degli incontri col pubblico, un po’ la voglia gli è passata.

Arrugas di Ignacio Ferreras, Spagna, 2012

Sintesi: secondo spagnolo, secondo centro. Racconto agrodolce su vecchiaia e decadenza, tipicamente europeo ma privo di autocompiacimento. Voto: 7 ½ Tratto da un fumetto omonimo, ambientato in una casa di riposo, il film sceglie con audacia e delicatezza di affrontare temi impegnativi come invecchiamento, decadenza, alzheimer attraverso uno sguardo leggero, raccontando l’adattamento di un anziano alla nuova vita in una casa di riposo. La sceneggiatura non richiederebbe necessariamente il mezzo animato per essere realizzata ma indubbiamente il tratto leggero, le tinte chiare ed il design caratteristico e stilizzato aiutano il prodotto ad apparire meno naturalistico ed a rendere ulteriormente lieve l’approccio.

Midori-Ko di Keita Kurosaka, Giappone, 2010 Sintesi: finalmente il filmone “da festival” Voto: 8 Il film è il prodotto, se me la raccontano giusta, di un autore originale ed autarchico alla moda di Plympton. L’approccio grafico è affidato a matite ed equipollenti, realizzando un impasto di colori desaturato di chiaro approccio illustrativo, ed è privilegiato rispetto alla fluidità di animazione (anzi, gli scatti tipici di una motion comic spinta vengono sottolineati da effetti sonori, con intento stilizzante), con interessanti effetti di dissolvenza ondivaghi tra fotogrammi fissi che confluiscono un aspetto quasi pulsante alle immagini, riducendo l’effetto di staticità. Questo stile originalissimo è a servizio di una storia post-catastrofica infarcita di ambienti decadenti e creature mutanti, in cui un nuovo cibo universale inventato di fresco, che potrebbe risolvere i problemi di scarsità alimentare, ha purtroppo lo spiacevole difetto di essere autocosciente, generando una serie di situazioni ridicole che, invece che fare a pugni col setting desolato, creano una miscela di tragicomico che funziona e si mantiene personalissima. Che vi devo dire? A a me queste spippolate intransigenti piacciono assai

Naki: on the Monster Island (Friends: Mononoke-jima no Naki) di Takashi Yamazaki e Ryuichi Yagi, Giappone, 2011 Sintesi: giappo in animazione 3D ad uso bambini, è divertente e segna un progresso. Voto: 7- In passato al FFF ho visto altri film in computer grafica giappa per bambini che definire discrete porcate è fargli un complimento. Fortunatamente, qui andiamo meglio. La tecnica è notevolmente migliore ed il materiale, fornito da un classico dell’infanzia giappa sui temi della diversità, dell’accettazione e della discriminazione, è reso con buona efficacia in un racconto dalla progressione classica ma non necessariamente prevedibile in ogni fase. Genuinamente divertenti alcuni personaggi e gag di contorno. Se volete, pensatelo come “Tre Uomini e un Bebè, coi demoni”. Più fresco, comunque, degli altri decotti per bambini presenti in programma; ma qui si va a gusti.

The Dark Side of the Sun di Carlo Shalom Hintermann, Italia, 2011 Sintesi: documentario interessante e importante ma realizzato in modo poco compatto. Voto: 6 ½ Il documentario descrive un campo estivo americano dedicato a bambini affetti da una rara malattia che impedisce loro di esporsi al sole. Raccoglie le intenzioni ed i ricordi degli organizzatori e cattura il senso di comunità e profonda appartenenza che si crea tra i ragazzi. A livello di contenuto, una visione male non fa. La forma, però, ha molti problemi. L’esposizione manca di sintesi e la seconda parte è appesantita da falsi finali troppo smaccatamente strappa-lacrima. L’idea di intercalare segmenti documentari con sezioni in animazione appare piuttosto gratuita ed il racconto fantasy che essa sviluppa, ispirato direttamente a sogni e dichiarazioni dei ragazzi, non soddisfa l’ambizione di aggiungere uno strato poetico ed anzi appare troppo lunga e dispersiva rispetto al contesto; discutibile anche la scelta di utilizzare un design standardizzato sull’estetica anime giapponese.

The Sorcerer and the White Snake (Bai she chuan shuo) di Tony Ching Siu-tung, Hong Kong, 2011 Sintesi: un wu xia romantico per bocche molto buone Voto: 6 ½ La ragione ultima di questo film sta nella presenza di due gnappolozze asiatiche d’ordinanza, che qui danno corpo e voce a due demoni serpente, uno dei quali si innamora di un mortale innescando il classico percorso di tragedia che culminerà con un tripudio di distruzioni, inondazioni e duelli magici sull’acqua. Ho detto e ripetuto che il genere wu xia pian (cappa e spada made in Hong Kong) non mi piace e che appena vedo qualcuno fare salti acrobatici appeso a corde invisibili mi vien da grattarmi le ginocchia. Ma raccogliendo altre opinioni di orientofili, in generale le vedo concorrere nel descrivere il film come un sottoprodotto di routine, con elementi melodrammatici e romantici stucchevoli ed esagerati ed una computer grafica di media qualità.

Deadball (Deddobôru) di Yudai Yamaguchi, Giappone, 2011 Sintesi: splatterone debordante e demenziale stranamente più compatto del solito Voto: ? Il primo delle due follie notturne giapponesi (ormai di rito da anni al FFF), è talmente cazzone e demente da risultare divertente. Forse perché la comicità non risiede esclusivamente negli elementi splatter ma emerge anche da altre trovate e dalla performance adeguatamente sbracata del protagonista (ilare fino allo sfinimento, ad esempio, il tormentone della sigaretta accesa) e anche per un tutto sommato buon controllo del ritmo che in parte ammortizza la pesantezza dica accumulo che spesso questi film hanno nei dintorni della terza parte.

Day 3 – Venerdì 30/3/2012

The day Goro ran away with it

Con la sua nuova edizione, il 3D Day si conferma un appuntamento sempre più inutile. Anche quest’anno, per noia, salta la canonica seduta fotografica con occhialini stereoscopici. Un found footage americano indegno che è un insulto alla stupidità, oltre che all’intelligenza, domina la serata facendo apparire il successivo splatterone come necessario sciacquo antisettico (il che è tutto dire, considerando che parla di zombie e merda). Mentre sorprende tutti il talento di Goro Miyazaki (che, se volete fare gli orientofili che se la tirano a cazzo, dovete pronunciare “mi-ià-zà-kì-gò-rò!”) che torna alla regia dopo l’odiatissimo I racconti di Terramare con un film storico adolescenziale riuscito e convincente. Ho da ridire con una maschera che mi chiede di fare la fila fuori, agitandogli in faccia la tessera sostenitore con atteggiamento inbauscito alla “ho pagato, per questa, testina”. Niente di personale, è una cosa che devo fare una volta all’anno. Seconda conclusione di nottata con chiacchiere nerd, nuovo pub. Nuovo giro di birrèèèètte e molestie a random.

3D Day (incontro) Sintesi: il treddì è allo sbando, il 3D Day pure Voto: – Incontro diviso in tre sezioni. La prima, la migliore, ha focalizzato sull’Huntik Dark Ride, la nuova attrazione nel parco tematico Rainbow Magicland di Roma ispirata alla serie televisiva. La seconda ha presentato Avventura nell’universo Invisibile 3D, cortometraggio di “edutainment” finanziato dall’Istituto Nazionale di astrofisica e realizzato in stereoscopia dalla solita bolognese Lilliwood (che adesso, per gli amici, si chiama Xilostudios Lilliwood). La terza infine ha visto un’analisi di mercato proposta da Antonio Autieri di Box Office, dove sono stati ripercorsi i numeri delle proiezioni 3D dell’anno passato, che a me son parsi, in sostanza, spesso contraddittori e sintomo di una situazione di mercato sbandata (numeri a volte conditi con opinioni e valutazioni personali decotte ed irrilevanti). Il fatto curioso è che un parco a tema con integrazione di schermi 3D sia quasi presentato come una novità su cui aggiornarsi quando in realtà tali baracconate esistono e sono affermate da prima che il cinema stereoscopico deflagrasse nella sua attuale new wave; un controsenso che, fortunatamente, gli stessi relatori hanno fugato subito, facendo onestamente notare ai moderatori ed al pubblico come di dark rides se ne facciano da un pezzo e che malgrado le indubbie difficoltà tecniche affrontate e risolte, così come l’indiscutibile dimensione del progetto, in sé l’operazione non rappresenti nulla di nuovo o rivoluzionario ma solo un’incarnazione in chiave locale di una forma di attrazione codificata e diffusa. Purtroppo, questioni tecniche hanno impedito che si potessero sperimentare in sala i filmati stereoscopici integrati nel percorso… che era poi l’unica cosa per cui ci fossimo seduti lì pazienti ad ascoltare. Quanto a Lilliwood, la scaletta rodata: delegazione d’ordinanza composta da titolare prolisso fino allo sfiancamento con un’innata debolezza per le parentesi e i discorsi secondari, stereografa stringata ma non portata all’esposizione, più ospite-barra-finanziatore-barra-collaboratore ed eventuali; il tutto a confezionare un’introduzione infarcita di autopromo pubblicitarie stile “come-siamo-bravi-a-fare-le-cose-con-pochi-soldi (ma-come-faremmo-se-un-sacco-di-amici-non-ci-dessero-una-mano?)” e di ringraziamenti a pioggia a destra e a manca (ho l’impressione che buona parte delle frasi conclusive siano costruite col solo scopo di inserirvi dentro il nome di turno); il tutto a concorrere a una mezz’ora e passa di presentazione per un filmato di meno di 5 minuti, assolutamente orrendo, piatto ed imbarazzante (che, per fortuna, almeno ai ragazzini cui è destinato sembra esser piaciuto). Abbiamo anche imparato che non usino sistemi di calcolo automatico per elaborare la loro stereoscopia ma che vadano a esperienza e sentire, “un po’ come un musicista che segua il proprio orecchio”. Sarà. A me la loro stereoscopia non è mai piaciuta, così pulitina, nitidina e asettica. Magari è perfetta per video pubblicitari ma è di una noia e banalità mortali. La sensazione complessiva è quindi quella di un incontro arrabattato, riempito alla meno peggio e dalla concezione nebulosa, confusa e, anch’essa, un po’ sbandata dalla crisi e da un mercato che, da capire, facile non è.

From Up on Poppy Hill (Kokuriko-zaka kara) di Goro Miyazaki, 2011 Sintesi: e alla fine pure Goro fa un bel film Voto: 8 Non ricordo chi, ma qualcuno al Ghibli l’aveva detto: “Quell’altro film (Tales Fron Earthsea) l’ha voluto fare perché è un capoccione, nessuno era d’accordo, manco Miyazaki sr.; ma stavolta ci ha ascoltati ed è andata meglio”. Indeed. Perché per far digerire a me una storia d’amore adolescenziale giappa (di cui ho i maroni stra-saturi) oggi ce ne vuole. Ma qui c’è molto di più: una collocazione storica postbellica in cui il Giappone si vuole reinventare come paese moderno e chiama all’appello la prima generazione di nuovi giapponesi ed in cui l’ostinazione dei ragazzi a proteggere dalla demolizione (e a rimettere a nuovo) un vecchio edificio di legno, sede dei club scolastici, è evidente quanto efficace metafora del conflitto tra passato e presente, tra rinnovamento e tradizione, tra memoria e ridefinizione di sé. Almeno per i miei gusti, questi elementi “di sfondo” assumono una forza tale che alla fine è proprio la storia personale dei ragazzetti a finire in secondo piano e a perdere importanza, ridotta a pretesto per una pennellata corale che è il vero senso di tutto il racconto. Il planning e la sceneggiatura sono di Hayao Miyazaki, così come gli interni del club richiamano il suo marchio di fabbrica; ma è curioso come il sapore del film sia più vicino alle corde del “sensei” Isao Takahata (pur con l’equilibrio ritmico del discepolo). Non mi lancio, come qualcuno ha fatto, in possibili ipotesi su una nuova via dello Studio Ghibli ma non posso che notare come in questo film, grazie alla sensibilità del regista, confluisca e si fonda il meglio di due mondi.

A Letter To Momo (Momo e no tegami) di Hiroyuki Okyura, 2012, Giappone Sintesi: un’altra delicata-storia-adolescenziale-rurale-con-creaturette-locali tanto ben fatta quanto non necessaria Voto: 7 Il film ha vinto il premio della giuria. E non è che sia brutto o che non sia tecnicamente ineccepibile. E’ solo tremendamente già sentito e già visto. Una ragazzina orfana di fresco finisce con la madre in una zona rurale (la sua nativa) dove interagisce con buffi folletti che risulteranno più connessi a lei di quanto sembri, fino a risolvere i propri sensi di colpa e le proprie inquietudini. L’ambiente campagnolo è il setting scontato ed ideale per questi racconti, perché più lontano dalla modernità, più intriso di ritmi lenti e relazioni umane dirette, condivise da una comunità ristretta ed, ovviamente, imbottito di natura (elemento indispensabile per collocare creature concepite da una cultura animista) e sta diventando cliché; idem per questa dinamica di crescita e scoperta, da romanzo di formazione. Noia.

Chronicle, di Josh Trank, GB/USA, 2012 Sintesi: mioddìo, che merda Voto: x Seconda anteprima farlocca. Film presentato imprecisamente nel programma come mockumentary, è in realtà, stilisticamente, un found footage posticcio. Una collezione di facilonerie stilistiche e narrative da far ribrezzo, con una spudoratezza produttiva disgustosa anche per gli standard ‘merigani. Non si fa guardare neanche da ubriachi.

Zombie Ass: Toilet of The Dead (Zonbi Asu) di Noboru Iguchi, Giappoone, 2012 Sintesi: zombie, merda e parassiti tentacolari Voto: – Splatterone delirante giapponese, è incentrato sulla combinazione di non morti, merda a volontà, parassiti intestinali mutanti, fan service, un bel paio di bocce (coperte) ed un seno piatto (nudo). E non c’è altro da dire, se non che, dopo questo film, scorreggiare non sarà più lo stesso.

Day 4 – Sabato 31/3/2012

Is this a children festival?

Giornata corta per impegni mondani (e una serata fatta esclusivamente di ripetizioni), con nulla da segnalare ma con la felice presenza della Pixar. Operazione di sbloccaggio di contenuti protetti in diretta. Serata in ristoro shogun con visita della ‘ontessa (ti lovvo, sorella) mentre i super shogun sono a cena con gli organizzatori. Si fa strada il dubbio che, più che della fine del mondo, questa sia l’edizione delle favolette stereotipate per bambini. Una contraddizione bella e buona con l’intento programmatico di un festival che vuole proporre l’animazione come macro-genere non relegato all’ambito infantile.

The Great Bear (Dan Kaempestore Bjorn) di Esben Toft Jacobsen, Danimarca, 2011 Sintesi: la immancabile chiavica anonima Voto: 5 Non l’ho visto malgrado due repliche ma i presenti mi riferiscono di una fiabetta semplice semplice, narrata in modo piatto e lineare, lento e senza contrasti, con una tecnica di animazione 3D piuttosto orrendina.

Attack The Block di Joe Cornish, UK-France, 2011 Sintesi: UK (plus France) kicks yankees’ asses. Once again. Voto: 7 ½ Una delle sorprese dell’anno, è fedele alla reputazione che lo precede. Si è vinto una menzione speciale della giuria per la sua componente sociologica, che è probabilmente più conseguenza di una deviazione critica di scuola sinistroide che ve la voglia vedere per forza, che non di un’intenzione effettiva. Il film è fantascienza spruzzata di sociologia, non il contrario. La pellicola è un’intelligente, ritmata e divertente risposta a un originale what if: ovvero, come reagirebbe un gruppo di teppistelli della periferia di Londra se gli alieni gli cadessero sulla testa? Ad una struttura classica che vede l’evolversi della fuga e reazione agli alieni si sovrappone quindi una freschezza derivata dall’inserimento di questi atipici protagonisti antieroici, bulletti, ignorantelli ma allo stesso tempo dotati di codici interpersonali e una sorta di saggezza al contrario derivati dalla vita di strada.

Green Days – Dinosaur and I (So-jjoong-han Nam-eui Ggoom) di An Jae Hoon, Corea del Sud, 2011 Sintesi: poesia coreana, quindi soporifero Voto: 7 Stranamente, sembro essere l’unico tra gli shogun a non esserselo dormito. Non che abbia lasciato un gran segno, però. Si tratta dell’ennesima storia adolescenziale ma nuda e cruda, priva di un qualsiasi altro appiglio che la possa espandere in livelli più interessanti. Nel solito borgo di campagna, una ragazzina timida e indecisa incontra una coetanea “di città” dallo spirito artistico ed indipendente e parallelamente vive nuove dimensioni relazionali con un altro ragazzetto. Davvero, ho aspettato troppo a buttar giù due righe e non mi ricordo altro. E c’è una certa probabilità che non ve ne sia.

Dr. Seuss’ The Lorax di Chris Renaud, USA, 2012 Sintesi: piatta fiabetta ecologica per bambini, con treddì di gusto grossolano Voto: 6 E che palle. Fiabetta ecologica sempliciotta e banalotta al limite del fastidioso, soprattutto in una prima parte così gratuitamente e sciattamente anticapitalista ed antindustriale (elementi spinti per caricare l’identificazione con i tempi attuali?) e priva di reale mordente per tutto il resto. E’ un film per bambini e non si può andare per il sottile; l’approccio creativo standardizzato non permette deviazioni dalla formula e qui ci aggiungiamo pure un pugnetto di canzoncine inserite qua e là per sport. E va bene che l’esagerazione iperbolica può avere intenti didattici. Ma sono un adulto, non ho figli e quelli degli altri generalmente mi stanno sulle palle. Esattamente come questi film in busta e precotti. 3D caricato di effettacci e uscite di schermo in stile baracconata gratuita. Americano, ma prodotto in Francia per approfittare di benefici fiscali.

3dDAY – Da Brave a Nemo. Incontro con Joshua Hollander, direttore del settore 3D della Pixar Sintesi: è la Pixar. Punto. Voto: 7 ll solito gagliardo inviato della Pixar ha spiegato come lo studio affronti l’approccio al 3D stereoscopico: concepirlo come strumento espressivo e non gimmick fine a sé stesso, illustrando pure una casistica interna di elementi costitutivi di un buon treddì (che poi, ancora una volta, risulta coincidere con le procedure che invece molti simpatici minchioni hollywoodiani adottano senza ritegno). Ha pure mostrato come le riconversioni in 3D stereo del vecchio catalogo siano un processo di totale revisione della pellicola, con tanto di correzione o eliminazione di tutti quegli elementi che, per quanto ottimi in mono, creerebbero dei problemi di fruizione in una visione strereoscopica. Anteprima scarsa di Brave, limitata al trailer in glorioso treddì. Meravigliosa la resa volumetrica dei capelli, vero tratto espressivo del carattere ribelle della principessa. Anteprima di due sezioni di Nemo 3D. Un paio di corti (non inediti, credo). Pur senza nulla di stravolgente, un incontro interessante, spigliato (traduttrice soporifera permettendo: Josh stesso l’ha simpaticamente bacchettata dicendo “mah, ho l’impressione che tu dica molte più cose di quelle che ho detto io!”). Una menzione alla rinnovata metodologia: l’incontro è iniziato, come sempre per gli appuntamenti più importanti del FFF, con vistoso ritardo; ma, in compenso, è stato prolungato ad oltranza, accumulando un “recupero” di quasi un’ora (con grande incazzatura della gente in coda fuori. Spiacente, signori, la Pixar è la Pixar). Abituati come siamo a perdere per tempi tecnici dai 30 ai 45 minuti di incontro e vedere lo stesso interrotto bruscamente da Giulietta con il canonico “Bene, ringraziamo xxx per essere stato con noi…”, questo nuovo approccio è stato un bel progresso. Mantenetelo. Nota di colore. Il ritardo ha fatto scadere i codici di sicurezza del device su cui erano salvati i contenuti da mostrare, rendendoli inaccessibili. Una serie di telefonate a catena tra Bologna, Pixar e Disney, grazie al prodigarsi della responsabile informatica Pixar, tale Cynthia, ha portato ad una dettatura in spelling di un codice alfanumerico aggiornato interminabile (dicono i beninformati, ricevuto direttamente da Giulietta) e dopo una mezz’oretta, finalmente, abbiamo potuto gustarci le nostre anteprime, ringraziando la suddetta al telefono, con un coro di tutta la sala. Seconda nota di colore. Seduta accanto a me ci stava una ‘merigana evidentemente imparentata con uno degli ospiti. Ci ho solo avuto un fugace scambio di sguardi ma ho visto in quel volto una pulizia ed un modo di porsi così schietto e senza fronzoli (che qualche fighetta nostrana potrebbe anche bollare come sciatto) che ancora una volta mi ha ricordato la distanza fra i nostri due popoli.

Day 5 – Domenica 1/4/2012

Dooooojeeeeeee!”

Classica “ultima giornata inutile” che non è mai mancata al festival neppure ai tempi dell’abbondanza, resa ancora più insignificante dalla presenza abbondante di titoli in replica o già visti. Ma (ed è un “ma” grosso) redenta, oltre che da un paio di gaffes significative, dalla proiezione del tanto atteso e ormai non più sperato “film da Ninja”. Premiazione, ultimo film, saluti agli shogun ma non allo staff (che quest’anno, va detto, abbiamo parecchio ignorato) e conclusione di serata in compagnia dell’inossidabile (pur parecchio scazzato) Luca, dopo un rifiuto balbettante da alcol, incluso di telefono chiuso in faccia, dall’incorreggibile Tagliazucca.

Tibetan Dog (Tibet Inu Monogatari: Kin’iro no Dao Jie) di Masayuki Kojima, Giappone, 2011 Sintesi: noia tibetana con un bambino che insiste a non capire che urlare il nome del proprio cane non è sufficiente ad attrarre la sua attenzione. Voto: 6– Non ci speravo più ed invece eccolo: il film da Ninja edizione 2012. Favola cinese con pesante targetizzazione infantile ambientata in Tibet ed incentrata sull’amicizia tra un cane e un bambino, prima produzione delocalizzata in Cina dello studio storico giapponese Madhouse. Premesso che il contenuto del racconto ci stia tutto, la resa narrativa e drammatica passa dal noioso all’imbarazzante, con punte di preziosa idiozia come quando un cacciatore, incaponitosi ad uccidere un cagnone, consideri quella la priorità anche trovandosi di fronte ad un mostro predatore assassino ed assetato di sangue, grande trenta volte tanto; o come il sopraggiungere in momenti topici della solita etica orientale del cazzo per cui il suddetto cagnone, col suddetto mostro, “ci deve combattere da solo, per il suo onore” (o per la gloria, non ricordo) e non lo si può aiutare; che poi, per carità, se lo si aiuta magari alla fine sopravvive pure. Aggiungiamoci il tormento di questa minchia di bambino che ogni tre per due corre dietro a questo cagnone urlando “Dooooojeeeeeee!” (che è poi il suo nome) e non ci facciamo mancare niente. L’abbiamo visto di sera ma la prima proiezione era mattutina: sono certo che Ninja l’avrebbe adorato e sfruttato degnamente per tutta la rimanente giornata.

Nuove pratiche per un futuro possibile. Cinema, Apps, design, scienza, musica (incontro) Sintesi: perché l’incontro fuffa non può mai mancare Voto: – Malgrado fortissimi presagi emergessero già alla lettura del programma, questa specie di tavola rotonda appariva l’unico evento che avesse, programmaticamente, un contenuto “future”, ovvero quello sguardo alle “things to come” che dovrebbe (condizionale urlato) essere fondante di una manifestazione che tale concetto includa addirittura nel proprio nome; la frequenza era quindi obbligatoria, non fosse altro per dire, come infatti dico, che a riguardo l’organizzazione brancoli nel buio. Nata dall’idea di approfondire tematiche “green” applicate al mondo dei media, la tavola rotonda ha avuto una costruzione inefficiente (della serie: il dessert tra il primo e il secondo) e sofferto pesantemente dell’eterogeneità del background di provenienza dei relatori. Se la ricercatrice a cui sono toccati gli onori introduttivi ha condotto in modo professionale, impeccabile e forse addirittura troppo sintetico il proprio intervento, rimanendo all’interno dei 15 minuti assegnati, i “soliti italiani” del mondo-dello-spettacolo non si sono minimamente preoccupati di debordare e annaffiarci col proprio ego. Partito con un divertentissimo (ma almeno onesto) “eh, beh, mi rendo conto che su ‘ste cose non è che abbiamo mai riflettuto”, il presidente di 100autori ha espresso alcune opinioni sulla rivoluzione digitale nel cinema (andando fuori tema assegnato ma proprio per questo, paradossalmente, centrando un punto fondamentale e regalando, ricercatrice esclusa, l’intervento più sensato dell’incontro – che fosse poi totalmente condivisibile è un altro paio di maniche) mentre il medio-pensiero ecologico-generalista-idealistico che ha intriso la presentazione del “palco a pedali” (dove il consumo energetico dello spettacolo è coperto da energia generata da 128 pedalatori volontari) inventato dalla band romana Tetes de Bois, oltre che un egogentrico ed autocompiaciuto spippolotto sulla filosofia filmica in cui si è prodigato il documentarista a seguito, ha francamente evocato conati di indigestione. Curiosità: gli domando quanti concerti servirebbero per rientrare nei costi del palco, se fosse prodotto senza i soldi regionali a parare il culo a tutti, e mi guardano come fossi un alieno; e dopo un secondo tentativo l’unica cosa che vengo a sapere è che il sistema “costa come un SUV”. Ancora con sguardo perplesso. Forse mi sono espresso male; ma forse no.

Prima gaffe storica della giornata: la direttrice Giulietta Fara che, a proposito del contributo della rivoluzione digitale nell’abbattimento dei costi di realizzazione di un prodotto audiovisivo, ha commentato: “Io ed Oscar [Cosulich, l'altro direttore] avevamo preparato un decalogo di idee da discutere con te [presidente di 100autori] ma a al digitale proprio non avevamo pensato”. Molto “future”, indeed.

Premiazione E’ una tradizione triste e consolidata che alla serata di premiazione del FFF, ogni anno, ci siano sempre meno persone. La sala del Lumiere poteva ingannare, perché piccola e con i sedili ben distanziati. Ma l’evidenza non cambia: non era neppure piena del tutto. Il discorso di chiusura ha ripetuto una particolarità del discorso inaugurale: i sostenitori (che è vero che “sganciano” ma alla fine restano sempre quattro gatti) che vengono ringraziati quasi per primi. Ed ha introdotto una novità: Oscar che, per la prima volta, non si aggrappa ai numeri e cita una generica “grande affluenza che chiunque abbia partecipato al festival ha certamente notato”. E certo che c’era coda: gli spazi sono piccoli… C’è-crisi-c’è-crisi. La premiazione non ha offerto grosse sorprese (A Letter to Momo è in fondo un bel film, se di quel genere non se ne sono visti molti) ma ha regalato la seconda gaffe storica: il presidente di giuria che dice, con tutti i buoni intenti di questo mondo, qualcosa come: “Grazie che mi avete offerto la possibilità di vedere questi bellissimi film. Io di solito ‘sta robba non me la cago proprio”. E noi che, poveri ingenui, pensavano che le giurie “di qualità” di un festival specialistico dovessero essere per forza esperte di settore (va bene: Carlo Mauro ne sa, noiosetti). L’elenco dei vincitori lo trovate qui.

Saluti

Quest’anno sono diventato ancora più cafone ed involuto del solito, quindi sui saluti sarò breve. Un saluto a tutti gli shogun noti e sconosciuti. Ne ho aggiunti due al mio catalogo personale e rafforzato il rapporto con altri. Un saluto al grande assente, shogun Ninja, felicemente ricollocato in Canada mentre noi ce ne restiamo nella nostra morte lenta in terra di banane. Bisogna includere nel gruppo anche quell’imbucato di Riccardo, che arrivandosene bel bello in ritardo o a sala piena riesce quasi sempre a rimediare un posto libero in area shogun. Un saluto agli organizzatori del festival e ai direttori, che malgrado le mie lamentele su praticamente ogni aspetto del programma hanno sempre voglia di sorridermi quando mi vedono (ok, non proprio sempre…). Un saluto particolare al buon Luca, mai scazzato come quest’anno, ed a Carlo, che se lo caghi ti passa davanti quasi ignorandoti con l’auricolare fissato nell’orecchio o cellulare equipollente ma se non lo fai poi si lamenta che non l’hai ancora salutato (true story). Ed un ringraziamento a chi ha contribuito alla collocazione del festival a Cinema Lumiere: da dove stavo alloggiato, sono stati quaranta minuti a piedi ogni mattina, a passo di marcia, più ritorno; era dai tempi delle sedi multiple (2009?) che non facevo tutto questo moto per andare al cinema; fosse durato un po’ di più, avrei sviluppato un culo da passeggiatrice. Un saluto a maschere e personale FFF di sala, di cui ho già detto. Non ci siamo parlati e francamente non ne avevo quella gran voglia. Se ci saremo ancora l’anno prossimo, magari rimedierò e vi infastidirò come si deve. Un saluto esteso a tutti i volontari del festival, ovvero coloro, per dirla con Oscar, senza i quali niente di questo sarebbe possibile. E’ una condizione molto rara quella di essere schiavi ma rimanerne contenti; godetevela, finché dura. Un saluto ai malati dell’oriente: provate a guardare qualcosa di diverso da un wu xia pian o una storiella adolescenziale giappo del caxxo, ogni tanto. Magari scoprite che vi piace pure. Un saluto a Friduzza che di film voleva vedersene solo uno e scoperto che fosse necessaria anche la tessera FICC (spiacevole consuetudine malavitosa di quelle parti) ha sfanculato per un pomeriggio scarso. Un cenno di capo con ondeggio di mano e presentazione di dito medio a tutti coloro che, invece, al festival non ci sono venuti: parafrasando liberamente Del Toro: “Everyone who didn’t see it, is a motherfucker”.

Montreal Comic Con 2011

settembre 25, 2011

Salve a tutti!

Non potendo più materialmente riuscire ad andare alla mitica fiera di Lucca che da più di un decennio allieta il mio fine Ottobre/inizio Novembre, quest’anno mi sono “accontentato” di convincere un collega quebecaro ad andare alla ComicCon 2011 di Montreal.

L’operazione è veramente fulminea, il giovedi prendo una copia del Mirror, giornale inglese locale che raccoglie informazioni un po’ su tutte le manifestazioni della settimana. Per i francofoni esiste Voir che è pressochè identico (forse più sconcio, ma vabbè è Montreal).

Ad ogni modo, decidiamo all’improvviso di andare: io non sono mai stato in una fiera di fumetti americana perciò la curiosità c’è tutta. Se a questo aggiungiamo che è di sabato, che c’è Marina Sirtis (il Consigliere Troi di Star Trek: The Next Generation), che il palazzo della fiera è a due isolati da casa mia, direi che andare a questa fiera è un obbligo imprescindibile.

Ci si ritrova alle 11 a Place Bonaventure con il biglietto elettronico “che permette di entrare più rapidamente” già pronto e stampato. Per pura fortuna ci ritroviamo subito, ma la quantità di gente è letteralmente oceanica. I sotterranei del centro fieristico di Place Bonaventure traboccano di gente, ci sono due code, una per chi ha il biglietto e una per chi non ce l’ha, che si intersecano in maniera tentacolare: le maschere fanno di tutto per tenere la gente in fila e nonostante la naturale docilità del pubblico locale, che non trasforma la fila in una bolgia infernale, la quantità di visitatori sembra enorme.

Presi di sorpresa da questa adesione massiccia, decidiamo di fare una piccola deviazione. Il mio collega si farebbe volentieri un caffè e considerata la fila che c’è, ci si può permettere tranquillamente una pausa. D’altra parte, l’unica cosa che davvero mi interessa è il panel con Marina Sirtis, per il resto posso dare solo una occhiata in giro e questo mi basta.

Andiamo quindi alla stazione centrale di Montreal (che è appunto a Place Bonaventure, è un complesso piuttosto grande). Come tutti i posti importanti del centro, ha ovviamente il suo mercato sotterraneo anti-inverno. Qui scorgo un panettiere (vero e proprio! un panettiere che è un panettiere!) e mi viene una idea probabilmente frutto di esperienza fieristica: compriamoci dei panini adesso in modo da evitare di dover comprare robaccia a prezzi esorbitanti dentro.

Si fanno le 11.30, il panel è alle 14, c’è tutto il tempo di questo mondo!

…o così credevamo.

Torniamo alla fiera e ancora per fortuna appena arrivati ci troviamo di fronte un membro dello staff che ci dice che la fila per entrare, se in possesso del biglietto, comincia da lì. Fantastico!

La fila si snoda in maniera bizzarra all’interno del sotterraneo di Place Bonaventure, gira attorno a colonne, fa lo zig zag tra folkloristici vasi di cemento e in generale sembra un enorme serpentone. Fa caldo, il sotterraneo ha il tetto basso e ci stiamo dentro praticamente un’ora prima di arrivare alle scale di ingresso.

Va bene, un’ora di coda per una fiera in pieno centro in una grande città si può anche sopportare. Ecco, finalmente siamo ai gradini, saliamo, facciamo capolino in cima e….

….benvenuti alla VERA fila per entrare!

Lo shock è stato mostruoso, al piano superiore c’era una fila ancora più massiccia di persone che aspettavano di entrare nella fiera!

Purtroppo a quanto pare per questa quarta edizione della ComicCon di Montreal, non si aspettavano affatto una esplosione di pubblico così grande. Nonostante uno spazio espositivo ingente, hanno affittato solo una certa metratura che non permette a più di tot persone di entrare. Risultato ovviamente è una fila apocalittica che si muove lentissima: bisogna aspettare che qualcuno se ne vada prima di poter lasciare entrare altri.

All’alba delle 14 (ebbene si, due ore e mezza di coda praticamente), riusciamo a entrare. Grazie alla scelta strategica dei panini (mangiati in fila, alla faccia di gente che non si era premunita e stava praticamente diventando cannibale) stiamo bene e ci fiondiamo quindi al panel di Star Trek.

Un ennesimo colpo di fortuna ci aspetta! Il panel è in ritardo di una manciata di minuti, arriviamo alle 2.05 e appena ci sediamo inizia! Non solo, il panel del sabato doveva includere solo Marina Sirtis e invece c’è anche Micheal Dorn (Worf, sempre di Star Trek: The Next Generation).

Perdonerete la reazione da fan sfegatato della seria ma sono andato in sollucchero e per un’ora ci siamo veramente ammazzati dalle risate. Il panel era una semplicissima ora di Q&A con i due attori e lì Marina Sirtis ha dato il meglio di sè. Micheal Dorn è un attore composto, voce impostata, pacato. Lei parla, si agita, si muove, fa commenti, è una furia (in senso buono!).

Consiglio per i trekker: non dite mai “The Classic Series” vicino a Marina Sirtis, perchè lei vi correggerà dicendo che non solo si chiama “The Original Series”, ma che TNG è probabilmente molto più un classico di quanto non lo sia TOS.

Onestamente, 20 $ e due ore e mezza di fila son valse quell’ora di risate, quindi sono molto soddisfatto.

Abbiamo passato il resto del pomeriggio a dare una occhiata alla fiera e devo dire che non ho notato assolutamente nulla che non succede a Lucca. I disegnatori hanno i loro stand in cui si promuovono e disegnano, i venditori di ciarpame da collezione hanno tutto incellofanato e puntualmente non vendono nulla, i fumetti famosi li vendono ovunque insieme a Magic e Yu Gi Oh, i Cosplayer creano i loro piccoli gruppettini, litigano, scherzano e si fanno scattare foto, cibo e bevande sono sempre un furto.

Insomma, l’unica cosa che differenzia una fiera americana da quelle italiane è la facilità con cui gli ospiti possono venire qui. Per loro costa meno, gli spostamenti e la logistica in generale sono più semplici e quindi è molto più probabile avere un ospite VIP. Per il resto, c’è tutto quello che vi potreste aspettare.

Per i socio-curiosi, questa fiera è molto anglofona.

Saluti di oggi ovviamente alla Camazza per il suo compleanno, a Candycane per lo stesso motivo, a Fonz e un grande in bocca a lupo a Mitch per il lancio della sua nuova applicazione per iPhone, Thotpot (www.thotpot.com).

Future Film Festival 2011

maggio 21, 2011

Salve a tutti,

Oggi vi presento un post molto particolare. Come qualcuno sa seguo da anni il Future Film Festival, una iniziativa bolognese dedicata al cinema di animazione e con effetti speciali. E’ un appuntamento praticamente fisso che rispetto da molti anni quanto più mi è possibile. Poichè ora sono in Canada, non ho avuto la possibilità di partecipare a questa edizione, tuttavia il semprevalido Shogun Cesare ha compiuto un’opera magnifica che mi onora grandemente: mi ha mandato un report scritto da lui (quindi attenzione, non è farina del mio sacco!) ma imitando il mio stile.

Non posso che essere veramente contento di ciò che Cesare ha scritto, mi capita di rado che qualcuno mi imiti e quando lo fa così bene, c’è solo da esserne fieri.

Giusto un paio di note, prima del report. Cesare è stato bravissimo e ha conservato il formato originale del report che uso ormai da molti anni per le recensioni degli eventi. Essendo un recensore più tecnico di me però, troverete più riferimenti e tecnicismi di quanti io non ne utilizzi normalmente. Il report ne guadagna senz’altro in valore. Secondariamente, il report è stato scritto da Cesare ma il proofreading è mio, quindi i più attenti senz’altro saranno capaci di cogliere una mia “zampata” qui e lì.

Senza null’altro aggiungere, aggiungo solo i saluti di oggi a S&S per la collaborazione.

Future Film Festival 2011

Quest’anno il Ninja non ha potuto essere presente al Future Film Festival di Bologna,  annuale ed amatissimo appuntamento dedicato all’animazione ed agli effetti  speciali. Il report che state leggendo è stato approntato da Shogun Molin. Il Ninja non è quindi responsabile di quello che si dice, solo di avere gentilmente concesso lo spazio per pubblicarlo. La consapevolezza di non poter raggiungere lo spirito di osservazione sociale dell’originale è assoluta: mi limito al resoconto\analisi dei film condito con qualche aneddoto.

Prima di iniziare, va detto che per noi cronici del FFF questa edizione è stata diversa dalle altre. Dato il drastico calo di offerta della precedente, ridotta di molto per problemi di budget e non, il timore era che quest’anno la tredicesima edizione potesse anche non esserci. Personalmente, trovo il fatto stesso che il FFF abbia dato segni di vita, anche se in salute ancora precaria, un motivo più che sufficiente per esserci. I continui errori tecnici nelle proiezioni, i problemi ai sottotitoli, i formati sbagliati… tutto quello che
suscitava un’ira feroce nelle edizioni in pompa magna, quest’anno è passato in secondo piano. Semplicemente, è stato bello ritrovarci ancora, col Festival, lo staff e col resto dello shogunato.

Per chi non lo sapesse o ricordasse, quando parliamo di shogunato e Shogun ci riferiamo agli accreditati cosiddetti sostenitori, coloro cioè che di propria iniziativa decidono di pagare un biglietto molto più caro degli altri solo per dare un aiuto (simbolico a questo punto, visto che sono quattro gatti) alla manifestazione che nel bene e nel male amano tanto. Quest’anno, sono state previste due categorie di Shogun: plenipotenziario e a poteri parziali. La prima permetteva qualche accesso in più, inclusa una cena con i direttori e gli ospiti: ne hanno approfittato Shogun Cioni e Shogun Daniele, che ha probabilmente passato la serata a guardare con gli occhi a forma di cuoricino Maia Kayser della ILM, che gli stava proprio davanti.

Detto questo, e pagato il nostro debito affettivo col FFF, è il momento di qualche rilievo tecnico. L’edizione di quest’anno ha avuto alcuni momenti inaspettatamente emozionanti degni dei tempi andati (di cui parlerò sotto) ma nel complesso è stata piuttosto fiacca (budget, again, non se ne fa una colpa a nessuno), priva di vitalità nell’offerta e nelle proposte, ricca di titoli farlocchi e monca, soprattutto, dello sguardo verso il nuovo e lo sperimentale e in generale quello che sta cambiando (nel mondo, mica solo nella “regione animata”…) all’interno dell’universo del cinema e dei nuovi media (e di qualsiasi campo abbia lontanamente a che fare con tecniche simili). Di “Future”, quest’anno, non c’è stato nulla (lo stereoscopico non fa testo: era futuro tre anni fa, oggi è quotidiano e forse già un cadavere che cammina).

Giorno 0 – Pre-festival

Il “giorno prima” prevede la sosta al Village (quella che è, per chi non lo sapesse, la sede logistica del Festival) per il ritiro dell’accredito (passaggio rituale che ha una grossa importanza psicologica e dà idealmente inizio alla vita festivaliera, oltre a farti immediatamente percepire “che aria tira”). La collocazione dello stesso Village, oltre che della sala conferenze, è nella mediateca Sala Borsa; spazio bellissimo di per sé ma molto dispersivo: la piazza centrale è stata colonizzata dal banco degli accrediti e un (davvero insulso e praticamente inutile) banchetto di libri da un lato e da piccoli stand riservati agli operatori cinesi (ospiti speciali della manifestazione), ai bambini e all’assicurazione Groupama (uno dei main sponsors) dall’altra.
Il primo impatto non è dei migliori: questi spazi non si amalgamano col resto e perdono quasi la propria identità, sommersi dal rumore e dal movimento che li circonda. La sensazione di “essere in prestito” è fortissima (amplificata dal flusso continuo di gente che attraversa la piazza per tutt’altre ragioni che il FFF) ma almeno per noi è compensata da una piccola, inutile, soddisfazione: il nostro stato di shogun riconosciuto a vista da Gaia, la “donna degli accrediti”, senza che proferissimo verbo. Certo, siamo pochi a sostenere il Festival è non è difficile ricordare una fotografia o una faccia vista pochi giorni prima, ma a noi settari queste cose fanno piacere comunque. Per inciso, a fine festival i direttori dichiareranno che la scelta della collocazione è stata positiva,
perché “ci siamo aperti alla città e la città ha risposto”. Sarà…
Peraltro, complice un’incomprensione tra organizzazione e ufficio accrediti, mi viene consegnato solo il pass, senza l’obbligatorio biglietto cartaceo richiesto dalla SIAE perché “sia tutto a posto”. Questa piccola distrazione mi darà l’occasione di esibirmi, il giorno dopo, in una bella figura di cui vado orgoglioso: tornato infatti per ritirare il biglietto insieme a Riccardo (un semplice accreditato professionale privo di privilegi di casta), mi trovo accanto il famosissimo disegnatore Giuseppe Palumbo (che ovviamente non mi sono mai cagato prima), ad allungarmi un piccolo volumetto disegnato per l’occasione del FFF e di uno spettacolo correlato allestito al TPO il venerdì successivo.

“Posso offrirvi un piccolo fumetto?” fa lui.

“Offrilo a Riccardo” faccio io passandolo immediatamente allo stesso.
“Ma è bello, sapete” insiste l’autore, sorridendo amabilmente.
“Eh ma vedi – rimpallo io – meglio darlo a lui, che è più ricettivo di me ai comics” (non ho la minima idea sul fatto che Ric abbia mai letto un solo fumetto in vita sua).

Al che Oscar Cosulich, direttore del Festival, sentendosi in dovere di esplicitare del contenuto latente: “Insomma, ti sta dicendo che non gliene importa un caxxo” (non ricordo le esatte parole, probabilmente più eleganti di queste, ma il
concetto c’è). Quando ho raccontato la cosa al buon Luca Della Casa, si è quasi imbarazzato al posto mio. Ma Luca è una persona immensamente sensibile, quindi non me ne preoccupo.

Giorno 1 – Il giorno della desolazione

E’ da parecchie edizioni che il Festival parte in sordina e non mi aspettavo una grossa folla alle prime proiezioni. Tuttavia, per quasi tutta la giornata in sala al teatro Duse (adibito a location di tutte le proiezioni) di gatti se ne sono visti davvero pochi. Ha fatto eccezione la proiezione serale gratuita di Red Riding Hood, che ha intasato il teatro di così tante persone da far aprire anche l’ingresso in galleria, di cui abbiamo approfittato con gusto. La tentazione di affacciarci alla ringhiera e citare Fellini urlando in platea “A’
Cesare, vattela a pija’ ‘n der culooo!” è stata fortissima. Ma abbiamo resistito, anche perché un altro shogun plenipotenziario, che si trovava di sotto, aveva proprio quel nome e in fondo non se lo meritava. Triste comunque che quella ciofeca di film abbia fatto più pubblico di tutto il resto messo insieme.
Piccola sorpresa personale, vedermi sbucare alla proiezione notturna il sempreverde Michelangelo e il gagliardo Michele (in arte Senesi Michele), esperto di cinema orientale, che alla mia provocazione “i cinesi pagheranno i disegnatori con una ciotola di riso al giorno” ha commentato: “Però, una ciotola INTERA? Al giorno? Ci vado anch’io a lavorare in Cina. Poi il riso mi piace”.

The Fifth Element – Luc Besson – 1997 – Francia
Voto: 4/5
Sintesi: Sbracato oggi come allora, non invecchia

Se non conoscete questo film mi domando cosa stiate leggendo a fare questo report, quindi non ne parlerò. Mi limito ad osservare che a distanza di anni non sia invecchiato per nulla e mantenga in freschezza tutto il carattere eccessivo, fumettistico e sbracato. Al massimo, appare ingenua l’interpretazione della Jovovich ma lo era già allora. Il film è stato proiettato da blu-ray, che ha retto perfettamente il grande schermo.

Colorful – Keiichi Hara – 2010 – Giappone

Voto: 4/5
Sintesi: una delle vette di questa edizione, delicato film adolescenziale sulle “cose che contano nella vita” che non eccede in sentimentalismo o retorica. Collocazione sprecata.

La seconda proiezione della giornata è a parere del buon Della Casa il miglior film giappo dell’anno scorso. Ad un’anima, colpevole di un “errore” commesso in vita che comprometterebbe il suo ciclo di reincarnazioni, viene concesso di alloggiare temporaneamente nel corpo di un ragazzino che ha tentato il suicidio ed è in fin di vita, per una sorta di espiazione. Come si comporterà nel tempo concesso definirà il suo destino e gli permetterà di scoprire cosa ha sbagliato. Il reincarnato non sa nulla della vita condotta precedentemente dal suo ospite (come della propria) ma ricominciando da zero si accorge (dalla reazione di chi gli sta intorno) di migliorarne alcune relazioni e atteggiamenti. Finale a sorpresa che alcuni dicono di aver capito subito ma che per una mente pigra come la mia  funziona molto bene.

Toni cromatici tenui e disegno leggero definiscono graficamente il mood delicato della pellicola. Alcuni potranno lamentarsi di una certa sfumatura sentimentale; ma visto che lo scopo del film è proprio di affrontare quei temi, non vedo come potrebbe non esserci.

Peccato invece che sia stato programmato il primo giorno del festival: è uno dei film più belli (e meno noti) dell’edizione e meritava un pubblico migliore.

C17, the cartoon – Toe Yuen – 2010 – Hong Kong

Voto: 0/5
Sintesi: ed ecco la prima chiavica!

Film assurdo che è la versione animata di un omonimo lavoro di Stephen Chow, il più grande attore comico di Hong Kong. Parla di un alieno che sembra un peluche che capita nella vita di un uomo squattrinato con figlio a carico. Il film ha un andamento ondivago ed altalenante e sembra più che altro una collezione di gag spesso demenziali (sottolineate da una forte stilizzazione grafica) una in fila all’altra e cucite intorno ad un arco più drammatico che, quando prende il sopravvento, rende il tutto piuttosto noioso. Prese singolarmente fanno anche ridere, a volte; ma la costruzione della loro sequenza, il ritmo irregolare e la giustapposizione brutale di stupido e drammatico non fanno che stancare molto presto.

Dormito a salti per una buona metà.

Cocktail di inaugurazione

Giusto in tempo per assecondare i primi istinti famelici, ecco il cocktail inaugurale cui, in qualità di shogun, ci fanno accedere, non ho capito se da programma o per cortesia. L’assenza di Ninja ha risparmiato a Giulietta il solito assalto di inizio festival (noi siamo più discreti) e fondamentalmente si è passata un’oretta ripetendo discorsi già fatti (che puntualmente trovano posto in eventi come questo), mangiando come maiali senza un minimo di contegno e intrattenendoci, davanti al poster photoshoppato di Red Riding Hood, con la frizzante Michela, volontaria di sala.

Red Riding Hood – Catherine Hardwicke – 2011 – USA

Voto: 2/5 e solo perché c’è l’Amandina
Sintesi: a-uuuuuuuuuuh!

La prima delle “grandi anteprime” del menga di quest’anno, il film della regista di Twilight tratto da un romanzo young adult sullo stesso tono, con protagonista la ultimamente onnipresente Amanda Seyfried, si mantiene fedele alle previsioni e all’imbarazzante 12% di consensi totalizzati su Rotten Tomatoes. Non lasciatevi infinocchiare dagli slogan promozionali che lo presentano come una rilettura della fiaba di Cappuccetto Rosso. In ultima analisi, il film non è che la storia di un triangolo adolescenziale o appena “post” (con tanto di scena di ballo presa di peso dal cliché del fine anno liceale) trasportata in un incollocabile medioevo quasi fantasy contaminato con elementi tribali e con l’aggiunta di un licantropo per dare sapore. I riferimenti alla fiaba sono pretestuosi, giusto per far figo ma potrebbero tranquillamente essere omessi senza che nulla cambi.
L’arco del licantropo (tipica storia horror) procede parallelo a quello del triangolo (tipica storia da high school, tradotta in senso storico – leggi: obbligo di matrimonio con quello dei due che proprio non mi cago ma che mi sbava dietro lasciando la scia di una lumaca) fino poi ovviamente ad incontrarsi anche se in modo meno prevedibile di quanto sospettatato. Non ho visto Twilight ma la regista si conferma (in base a come me l’hanno descritta) una banale mestierante che sa fare due cose in croce (primi piani estetizzanti usati in un modo tecnicamente pornografico; panoramiche circolari; e poco altro) e le ripete alla nausea. Ma l’Amandina, che qui sembra avere solo due espressioni, con le labbra chiuse e con le labbra aperte, è una gran gnappola e il rosso le dona
parecchio.

Karate-Robo Zaborgar – Naboru Iguchi – 2011 – Giappone

Voto: 2,5/5
Sintesi: certe cose oggi fanno solo ridere

Prima “follia di mezzanotte” (ciclo di film assurdi ed esagerati che da qualche anno occupa lo slot tardo delle giornate festivaliere), è il remake di una serie live action giappa degli anni Settanta che mi ha sollazzato da bambino. Comunque inquadrabile nel genere tokusatsu (liberamente “roba con effetti speciali”), che ha fatto faville nei decenni passati (spesso destinato ad un pubblico giovanissimo) ma in molti casi, come questo, appare oggi incredibilmente datato e pieno di cliché teatrali che forse anche un pischello troverebbe ridicoli. In conseguenza di ciò, il regista e gli autori (che mirano ad un target non infantile) non ci provano neanche a far sul serio e anzi si mantengono sempre sopra le righe, a volte con comicità diretta, più spesso attraverso un accumulo di “aderenza al canone” che porta all’effetto del ribaltamento comico.

Qualche gnocca di contorno (come l’appetitosa Miss Borg – favolosa l’assonanza in italiano) completa l’offerta, che però a mio giudizio rimane limitata. Forse questo tipo di approccio demenziale andrà bene con i giappi ma è troppo alieno per una sensibilità occidentale; alla fine il film appare come un divertimento fine a sé stesso ed incapace di assumere un’identità chiara e quindi anche un “mood” identificabile. Solo per curiosi ed estremisti nippofili.

Giorno 2 – Il giorno dell’epifania

La seconda giornata è stata per me l’apice del festival, la più ricca e stimolante e la più carica di contrasti. I due incontri migliori (Besson e cinesi), le due marchette peggiori (Apa ed Iros), la peggiore chiavica USA (Battle Los Angeles), la sperimentazione più festivaliera (Mars). Quella che più si è avvicinata a quella sensazione di scoperta e di sense of wonder con cui vivevo le edizioni storiche che mi hanno fatto innamorare di questo festival (i tempi del Nosadella, per chi c’era), poi sostituita da un apprezzamento più freddo ed intellettuale nelle edizioni successive, dove il programma era più tecnico, più ricercato, più di nicchia, più da studio che da reazione di pancia e dove gli incontri hanno cominciato ad essere tutti uguali quando non semplici spot dei contenuti speciali dei DVD.

E’ stata anche la giornata in cui è stata proiettata tutta la saga delle Mini-minchie di Luc Besson.

Zheijang new media mix – incontro

Sintesi: il futuro è aperto e radioso (il loro)

Il mio apice personale del festival è stato questo incontro, chiamato “workshop” dagli organizzatori ma assolutamente identico agli incontri col pubblico tradizionali, in cui esponenti dell’industria animata della provincia meridionale cinese chiamata Zheijang, tra le più ricche e in crescita del Paese e con un distretto produttivo dedicato all’animazione molto importante, ha dato un assaggio di ciò che sanno fare. Piccola nota: durante i giorni del festival, nello spazio apposito, si sono tenuti incontri professionali business-to-business in cui aziende italiane venivano a colloquio con questi cinesi; l’affluenza è stata buona e gli ospiti si sono dichiarati soddisfatti; questo incontro, che avrebbe dovuto essere un cappello conclusivo di tale esperienza, era però deserto, tranne qualche presenza del pubblico non professionale. The Italian Way, probabilmente.

Sono stati presentati prodotti diversi, dalla serie tv per bambini a un lungometraggio epico e fantastico. Ma dove non è riuscita a colpire la qualità dell’opera (a volte davvero misera, a volte promettente ma pur sempre di standard inferiori ad altre produzioni mondiali) c’è riuscito lo spirito: questa gente parlava con l’entusiasmo, la voglia di migliorare e la prospettiva a lungo termine di chi sa di avere un futuro davanti e di non poter far altro che crescere. Uno spirito che francamente invidio e che al nostro morente Paese (ma all’Europa tutta, credo) è tragicamente negato. Il futuro è loro, non c’è un caxxo da fare.

Su una nota ancora più personale, devo anche riferire di essere rimasto affascinato dalla signora Su Xiaohong, a.d. di una delle case di produzione presenti e sceneggiatrice del loro primo lungometraggio, The Dreams Of Jinsha, presente anche al festival; la positività che emanava, l’espressione gentile, erano quasi inebrianti malgrado il fatto che evidentemente e senza tanti veli stesse facendo opera di venditrice consumata.

Corollario (cortesia di Luca): i cinesi non sono minimamente interessati a valorizzare il patrimonio storico della loro animazione tradizionale (prima del comunismo hanno realizzato prodotti di incredibile fattura); quello che gli interessa è solo vendere il più possibile le cose nuove, non importa quanto merde siano.

Incontro con Luc Besson

Sintesi: e noi che pensavamo fosse stronzo…

Ce lo aspettavamo tutti un borioso pieno di sé che facesse il superfigo. Questa è la fama che lo ha preceduto. E di mattina, con la stampa, il regista francese si era dimostrato piuttosto freddo e sulle sue (ma se gli stanno sulle balle i giornalisti non mi sento di dargli torto). Invece, appena appurato, con esplicita domanda, che noi fossimo “pubblico vero”, si è rilassato e progressivamente lasciato andare; è stato simpatico, affabile, generoso (a volte proseguiva con riflessioni personali una domanda già di per sé esaurita, dando al tutto un sapore maggiore di conversazione) e presente fino alla fine.

Il programma prometteva un ”keynote speech” (cosa sia lo ignoro: parlate come mangiate, ziobò!) in cui Besson avrebbe affrontato temi come cinema per l’infanzia e il cinema stereoscopico, la sua carriera e il rapporto con la fantascienza. Ma Luc non si è preparato una fava e così, prima volta nella storia del festival, si è partiti subito con le domande. Perfino i direttori Fara e Cosulich, che di solito aprono le danze con domande semplici e talvolta scontate (perdonatemi ma a volte è davvero così) hanno girato la palla al pubblico senza ulteriori indugi. Panico in sala per qualche secondo, fino alla prima manina alzata. Ma lasciatemelo dire: questo è il modo migliore di gestire le due ore scarse a disposizione per un incontro col pubblico. Alla fine tutti i temi promessi sono stati toccati ma in un modo meno prevedibile, più spontaneo, più ricco di aneddoti e di riflessioni estemporanee. Luc ha parlato in inglese, rendendo praticamente inutile l’intervento dell’interprete (che pure ha fatto il suo lavoro con precisione e occupando il minor tempo possibile) e aumentando il ritmo di fruizione dell’incontro. Troppe le cose dette per riassumerle qui, dall’infanzia in provincia al 3D rifiutato per Arthur, alla pigrizia del musicista di fiducia Eric Serra. Riporto però un caldo suggerimento del regista,
che a sua volta lo ha derivato dalla sua compagna: “Guardatevi allo specchio per tre minuti, negli occhi; poi ditevi: io ti amo. Vi cambierà la vita. A me lo ha fatto”. Io non posso, perché dopo un minuto so già che mi prenderei ad insulti.

Ma voi magari provate, poi mi fate sapere.

MObIE

In uno degli spazi colonizzati all’ultimo piano (chiamato “Urban Center”) della Salaborsa, ha avuto luogo durante tutte le giornate del festival la dimostrazione del sistema MObIE, fondamentalmente combinazione di un sensore di attività cerebrali e di un software che le interpretasse ed utilizzasse in modo attivo. Il teaser era “le tue onde cerebrali interagiscono in diretta con le immagini”; nel concreto, si trattava semplicemente di un film interattivo con due possibili evoluzioni della storia, che venivano selezionate inconsciamente dallo spettatore attraverso il suo grado di attenzione (ad un certo punto venivano offerte due possibilità; in base alla risposta durante la loro esposizione, il film procedeva di conseguenza).

Non c’è bisogno di dire che la soluzione sia alquanto semplicistica. Il valore di queste iniziative non è mai immediato ma potenziale, e più interessante di cosa esse facciano è il fiume di riflessioni che possono sollevare. Nel concreto, tolto tutto il fumo negli occhi, si tratta di una installazione interattiva che reagisce in base ad una serie di segnali raccolti in tempo reale; cose che si fanno da tempo, con ben altri mezzi e risultati. L’unica differenza è che qui si sceglie tra un filmato e l’altro ed il sensore non reagisce a stimoli come il movimento o la luce ma alla differenza di potenziale registrata intorno all’area del cervello correlata all’attenzione cosciente. Il limite per lo sviluppo di questa tecnologia è che il sensore (simile a una cuffietta con microfono per pc) deve essere fisicamente posizionato sulla zucca del soggetto in questione e che comunque una storia filmata non potrà mai essere completamente interattiva (saranno sempre frammenti predefiniti tra cui si potrà al massimo scegliere).

Riusciamo ad infilare un buco libero e ad osservare l’installazione di persona (ci avevo provato anche la mattina del primo giorno ma la gente era ancora lì bella bella che montava), intrattenendoci con l’autore del progetto e discutendo di applicazioni possibili, di scienza della percezione, di psicologia spicciola legata al linguaggio del corpo; forse sollevato dal fatto che ci sia qualcuno che non tratti il tutto come un fenomeno da baraccone ma voglia approfondirne implicazioni ulteriori, il tizio ci invita a ritornare per proseguire la conversazione. Accettiamo l’invito ma poi di fatto non ci mettiamo più piede.

La trilogia dei Minimei – Luc Besson – 2006-2011
Voto complessivo: 3,5/5
Sintesi: coerente e progressiva, decisamente simpatica. Ma tre sono troppi

La trilogia delle Mini-minchie (copyright Ninja) è come molti sanno una serie di film per bambini tratti da romanzi dello stesso Besson. Ruotano intorno al concept che nel girdino di una casa di campagna viva un popolo di esseri dal look vagamente africano e le capigliature bizzarre, colorate e punk, alti due millimetri, chiamati Minimei. E’ una serie che vuole, nelle intenzioni di Besson, trasmettere ai bambini valori come il rispetto della natura e delle differenze in un mondo che è sempre più martoriato e inquinato.

Le storie sono classiche avventure per l’infanzia, dove il protagonista viene introdotto in questo mondo bizzarro, trova amici, combatte contro un cattivo ben delineato ed assume un ruolo pivotale. Il primo film condensa due romanzi ed è un prodotto equilibrato; buona parte del divertimento deriva da tutti congegni pseudomeccanici che i Minimei ricavano da oggetti naturali o dall’uso di insetti come mezzi di trasporto con analogie dirette al mondo degli uomini. Il secondo e terzo film sono il seguito dilatato del primo, operazione più commerciale che realmente necessaria perché a narrare il tutto sarebbe bastato un film solo: nel secondo in pratica non succede nulla se non sequenze accumulate una dietro l’altra fino al colpo di scena che fa da cliffhanger col terzo film; e questo, a sua volta, inserisce qualche sequenza riempitiva per arrivare al minutaggio richiesto. Detto ciò, la progressione della saga è coerente (così come la complicazione tecnica) e il finale giustamente bilanciato. Il voto dato è comunque indicativo. Il film non è per me ma per un pubblico molto più giovane e ricettivo; non so però immaginarmi se e quanto, da bambino, mi sarebbe piaciuto.

Mars – Geoff Marslett – 2010 – USA

Voto: 2/5 (?)
Sintesi: gli americani è meglio che raccontino storie come la loro tradizione insegna e lascino le pippe sperimentali agli europei

Mars è un film strano. Esteticamente parlando è interessante, narrativamente un disastro. E soprattutto, sembra non avere né un senso né uno scopo.
Il film è in realtà una graphic novel in movimento. L’aspetto visivo chiaramente rimanda all’estetica di certo comic americano, attraverso l’applicazione di una serie di filtri che appiattiscono la profondità ed uniformano, riducendole, le differenze cromatiche, accentuando inoltre i contorni; tale processo ha anche lo scopo di uniformare su un unico livello due tecniche differenti; attori ripresi in green screen ed i fondali generati con gran risparmio di mezzi interamente in computer grafica. In passato, questa sarebbe stata una scelta di comodo, per nascondere l’artificialità della sovrapposizione; ma oggi, quando intere serie televisive e anche film vengono prodotti in questo modo, la motivazione principale è quella estetica, della ricerca di un effetto particolare. Il
rotoscopio con cui vengono trattati gli attori, inoltre, sottrae fluidità all’originale ripresa dal vero, conferendo un andamento più a scatti che è funzionale all’estetica derivativa di cui si è detto.

Ma la derivazione fumettistica non si ferma all’aspetto visivo: la sperimentazione coinvolge anche il campo dei dialoghi e della costruzione narrativa; nel primo caso, con una semplificazione, riduzione e sintesi all’essenziale delle parti parlate (sono frasi sintetiche accostabili a quelle dei balloon di un fumetto); nel secondo con un andamento che procede per accumulo di situazioni spesso statiche, ognuna dotata di una sua autonomia, senza un reale ritmo drammatico che le differenzi l’una dall’altra o in rapporto tra loro (esattamente come succedeva nelle vecchie “strip”, dove la narrazione iniziava a sinistra e si concludeva con la vignetta di destra, tutto in una striscia, per poi ricominciare in quella successiva; o come accade oggi qualora i singoli fascicoli di fumetti funzionino da capitoli autoconclusivi di un insieme più ampio). Aggiungiamo che il contenuto di queste unità narrative è quasi sempre dialogo che sembra buttato lì come riempitivo (potremmo anche vederla come un’antologia di tempi morti) ed il risultato è facilmente intuibile: noia.

Dormito per qualche minuto, più volte.

Apa alla scoperta di Bologna

Voto: -(meno)5/5
Sintesi: esser brevi è una virtù

L’evento-vergogna del Festival è questa immensa marchetta verso una produzione che coinvolge la fondazione Genus Bononiae, Cineca ed altre importanti istituzioni locali. Il filmato in questione è un video 3D stereoscopico che troverà collocazione nel
nuovo Museo della Città di Bologna, che mostra l’evoluzione della città nel tempo, a partire dagli etruschi. Cicerone dell’esplorazione, un personaggio fittizio di nome APA doppiato con voce sorniona da Lucio Dalla.

Dura 10 minuti. Ce ne hanno mostrati 6, di un’inutilità incredibile. Ma passi; nel contesto cui è destinato, ci può anche stare. Però un making of di 20 e più minuti prima, in cui tutti i coinvolti se la raccontano e ci spiegano quanto sono stati “originali” ed “innovativi” ed un post-proiezione in cui di nuovo parte degli stessi personaggi saliva a turno sul palco per raccontare l’ovvio e lodarsi a vicenda sono stati davvero troppo; tanto più che la gente era lì per vedere il terzo film dei Minimei, che è stato furbescamente (e scorrettamente) incorporato in un unico evento insieme ad APA dagli organizzatori. Risultato: il film di Besson ritardato di un’ora e quaranta rispetto alle previsioni ed il pubblico che disertava a frotte la sala, esasperato (perfino bolognesi, per tradizione molto campanilisti). Vi siete dimenticati, signori, che state parlando a gente che mastica animazione dalla mattina alla sera e che è abituata a ben altri livelli di professionalità e qualità?

Battle Los Angeles – Johnathan Liebesman – 2011 – USA
Voto: 1/5
Sintesi: sparatutto retorico e telefonato

La seconda delle anteprime inutili, ribattezzata incomprensibilmente “Wolrd Invasion” dalla distribuzione italiana (cioè, cambiamo un titolo inglese per dargliene un altro inglese e più banale?) è una variazione sul tema dei film di guerra militaristici e retorici che utilizza gli alieni come nemici.

Quando non intasato da sequenze d’azione “vitalizzate” da immancabile camera a mano (tecnica usata così pesantemente da portare alla saturazione e al rigetto ben prima della fine del film), si decora con dialoghi telefonati imbastiti di retorica programmatica e militarista (del tipo “i marines non mollano mai”) dimenticandosi che le due cose non possono stare insieme. Non si può far retorica senza emozionare (o non funziona) e non si può emozionare senza prendersi il giusto tempo e ritmo per i dialoghi.
La gestione degli alieni (efficienti e spietati nella prima parte, stupidi e quasi goffi nella seconda) è poi risibile e la soluzione finale (dove caxxo l’hai attaccato il cavo di quel proiettore?) sembra scritta da scimmie bendate.
Non guardatelo neanche da ubriachi.

Iros – Bob Ferreri – 2011 – Italia
Voto: ?/5
Sintesi: meglio dormire

Seconda follia di mezzanotte. Non conosco Bob Ferreri ma amici mi dicono che è un comico bolognese che da anni fa sempre le stesse quattro cose. Conosco però i Gem Boy (Carletto FX è coautore e attore qui) e tutto il loro “stile” è presente nel film: pressapochezza, comicità adolescenziale, mancanza di misura e di lavoro di lima, tanta, tanta sciatteria e qualche volta una bella battuta indovinata quasi per caso.
Non posso dire di più del film perché dopo dieci minuti, complice anche l’ora, ho preferito dormirmela e ne ho visto frammenti a caso fino a che, a circa tre quarti o meno, me ne sono andato. Quindi questa è un’analisi molto parziale e può darsi ingiusta.

Giorno 3 – Il giorno della piattezza e di Paul

Giornata di calma piatta; il profondo “No longer Human” (poi vincitore del premio della Giuria) completamente rovinato da una proiezione sbagliata; un russo e un ceco così come ce li si aspettava; un Ghibli minore per molti deludente, il peggior
programma 3D di sempre. Ma anche quella genialata di Paul.

In serata si è svolta anche la festa ufficiale, presso la sede del TPO a Bologna; una collocazione a casa dei lupi, dove probabilmente non è andato nessuno se non imbucati. Ho volentieri sostituito l’appuntamento con una “birrrèèètta” tra
Shogun e una seduta psicanalitica coadiuvata da cicchetto di vodka.

The Ugly Duckling – Garri Bardin – 2010 – Russia

Voto: ?/5
Sintesi: la grande tradizione russa ha rotto il c.

La favola classica di Andersen è adattata senza particolari guizzi in un mezzo musical in stop motion che alterna brani cantati e ripetuti ciclicamente con momenti di puro cinema muto; la musica pesca soprattutto da Chaikovsky (il tema del Lago dei Cigni diventa la nenia di solitudine del brutto anatroccolo) più una specie di fanfara che probabilmente è l’adattamento di un inno russo di qualche tipo.
Per chi sappia un po’ di animazione contemporanea, questo film non costituisce alcuna sorpresa e si rivela fedelissimo alle aspettative.

La Russia sembra infatti cristallizzata, con l’orologio fermo da quarant’anni, a queste produzioni per bambini, standardizzate, nate vecchie, con tutti gli elementi stilistici, dal ritmo, al montaggio, alla paletta cromatica, alla tecnica di animazione, praticamente identiche a quanto si faceva decenni fa. Non fosse per l’audio surround, questo film potrebbe essere spacciato facilmente per falso storico.
Impossibile assegnargli un voto.

Surviving Life – Jan Svankmajer – 2010 – Repubblica Ceca

Voto: 2.5/5
Sintesi: Idea interessante ma discutibili scelte stilistiche ed una gestione dei livelli narrativi confusa

Sapevo meno cosa aspettarmi dal ceco seguente. A differenza dei russi, non ho un’opinione chiara dei cechi: mi piace moltissimo Jiri Barta, ad esempio, ma trovo molto più pesante il grande maestro Trnka. Di questo Svankmajer non so praticamente nulla, se non che sia uno dei maestri dell’animazione del suo Paese e che questo film rappresenti la summa delle sue ossessioni: surrealismo, psicanalisi, grottesco.

La storia è quella di un tizio stanco del proprio matrimonio (anche se non disposto ad ammetterlo) che si inventa una storia mentale con una immaginaria donna più giovane. Le sequenze in vita reale sono per lo più in live action; quelle oniriche in stop motion con la tecnica del cutout. Questa scelta permette di creare atmosfere effettivamente surreali, semplicemente con la manipolazione di ritagli fotografici in modo antinaturalistico e con l’inevitabile procedere a scatti di questa tecnica.

Problemi: ad una sola visione non sempre è chiara la separazione tra i due livelli, tanto più che ognuno influenza l’altro e nella sezione centrale il montaggio è dispersivo; forse per questo, il finale recupera con uno “spiegone” che qualcuno tra i presenti (Shogun Cioni in particolare) ha giudicato uno svilimento di quanto costruito fin lì. Certe scelte stilistiche, come gli odiosissimi dettagli su labbra e denti mentre i personaggi parlano, appaiono poi semplicemente gratuite e forzate e tradiscono, al pari dei russi, un’impostazione culturale volta a reiterare certi gusti desueti piuttosto che a rinnovarsi.

In sostanza, quindi, un film “ceco” abbastanza in linea con le aspettative.

Symphony in August: Shibuya 2002-2003 – Masae Nishizawa – 2010 – Giappone

Voto: 1/5
Sintesi: talmente drammatico che fa ridere. Imbarazzante

La cosa più assurda di questo film è che alla fine è basato su un’autobiografia, Saigo no Kotoba (“The Last Words”) di Ai Kawashima. Assurdo, perché ogni cosa nel plot sembra forzata, inventata, semplificata e banalizzata al punto da poterla rendere possibile e non farla cozzare con la “dura realtà”, per poter trasmettere ai giovani spettatori il solito messaggio giappo facilone per cui se ti impegni con tutte le tue forze raggiungi ogni obiettivo.

Una ragazzina che sogna di fare la cantante si trasferisce a Tokyo e finisce per fare l’artista di strada. Incontra un gruppo di studenti squattrinati impegnati in una sorta di seminario di economia o marketing che decidono di darle una mano, fondano un’agenzia promozionale (che sembra fare anche da casa discografica) e nel giro di un anno la portano al successo. La vita della ragazza è però un accumulo di tragedie, alcune viste nel flm, altre raccontate da lei stressa durante il concerto finale. Orfana di padre, la madre muore quando lei si trasferisce; salta poi fuori che era stata adottata e che la madre l’aveva partorita in totale solitudine e poi se n’era passata a miglior vita pur’ella.
Lo so, letto così sembra un bel drammone strappalacrime. E in tutta onestà, poteva anche esserlo, in mani diverse. Ma nessuno nella produzione sembra avere il minimo senso del gusto e della misura, tanto meno del plausibile. Gli studenti universitari ragionano e si comportano da dodicenni; il dramma esistenziale della ragazzina è talmente caricato e concentrato in alcuni punti da suscitare una risata di sfogo da parte del pubblico. Un generale, il modo in cui è condotta la storia suscita quanto meno imbarazzo.

The Borrower Arrietty – Hiromasa Yonebayashi – 2010 – Giappone

Voto: 3/5
Sintesi: Ghibli da manuale, tecnicamente (al solito) bellissimo ma piuttosto monotono in scrittura

Lo studio Ghibli ha raggiunto una capacità tecnica talmente alta e standardizzata che qualunque regista, anche il peggiore, potrebbe realizzare con loro un film visivamente splendido. Il tipico tratto Ghibli, fluido, morbido, sognante e la loro riconoscibile paletta di colori vivi e naturali, i loro fondali fiabeschi sia che si tratti di edifici o di luoghi naturali… è tutto qui.
Purtoppo, manca il resto. Sono sicuro che se vi parlassi di un popolo di “piccoli uomini” che vivono in segreto nelle case o nel giardino e dell’incontro tra un’adolescente minuscola ed un adolescente umano gravemente malato molti di voi penserebbero che stia accennando a qualcos’altro visto nella vostra infanzia (senza parlare della saga dei Minimei, dove per lo meno il bambino è sano). La storia (tratta dalla serie di racconti fantasy per ragazzi The Borrowers dell’autrice inglese Mar Norton) non è nuova, le dinamiche neppure, la descrizione del piccolo popolo, qui ribattezzato dei “raccoglitori” perché vivono sottraendo di nascosto oggetti e cibo degli uomini, non contiene abbastanza elementi distintivi per renderli interessanti ed almeno un personaggio (la governante) è assolutamente incomprensibile. La sceneggiatura, dicono, è firmata da Miyazaki (anche supervisore generale e pianificatore) ma i casi sono: o non ne aveva punto voglia, o aveva pochissimo tempo per farla, o ci ha messo il nome per aumentare il prestigio del progetto.
E’ quindi un Ghibli minore, che pure si propone il lodevole intento di affidare la regia ad una giovane promessa dell’animazione, privo però di mordente e di personalità; un prodotto di routine, diretto ai più piccoli, senza tante ambizioni.

No Longer Human – Morio Asaka – 2009 – Giappone

Voto 4/5
Sintesi: (parecchio) più pesante della versione televisiva ma sempre profondo e intimamente, disperatamente giappo

No Longer Human è tratto da un romanzo giapponese molto celebre, Ningen Shikkaku, scritto nel ‘48 dal Osamu Dazai, uno dei più grandi romanzieri giapponesi. Il lavoro è considerato un’introspezione semi autobiografica dell’autore, morto suicida lo stesso anno. Il protagonista è un artista, in un arco di tempo che va dagli anni di studio universitario/accademico fino alla sua professione di autore di manga.

L’uomo è da sempre afflitto dall’incapacità di sentire la comunità umana, la connessione fra sé e gli altri. Non completamente insensibile, non è comunque in grado di rivelare il vero sé stesso. Impara ad essere un buffone prima ed un truffatore poi, finché l’incontro con diverse donne lo porterà sulla strada di un percorso “di guarigione” che è destinato ad incontrare un destino tragico. Si autodefinisce un ghoul e si immortala come un mostro deformato in una serie di dipinti e bozzetti intesi come autoritratti interiori.

Il film ha una qualità grafica eccezionale (design ad opera dell’autore di Death Note) ed una forte analisi introspettiva. Il suo limite è però quello di essere un film di montaggio. Il materiale originale sono i primi quattro episodi della bella serie Aoi Buingaku (che traspone in animazione alcuni capolavori della letteratura giappa) e risente di una scrittura televisiva. Ognuno dei quattro episodi funziona bene come un capitolo e tratta una “stagione dell’anima” ed un relativo arco della vita del protagonista. Anche visti di seguito, comunque l’interruzione da episodio all’altro è sufficiente a creare un po’ di necessario respiro. Questo tipo di scrittura poco si adatta alla struttura in tre tempi richiesta da un lungometraggio, crea un ritmo irregolare che fa percepire con
stanchezza gli ultimi capitoli ed in generale elimina proprio quel respiro che la divisione seriale dava. Il voto è quindi più riferito alla versione televisiva (che vi invito a recuperare) che non a quella cinematografica.

Piccola nota tecnica. Il film, per una serie di disfunzioni di organizzazione, è stato proiettato in un formato digitale non meraviglioso e con un rapporto di quadro sbagliato. Questo, unito ad una gestione scellerata dei sottotitoli, fuori sincrono quando non mancanti del tutto, ha oggettivamente reso impossibile apprezzare quest’opera complessa a chi non la conoscesse già. È comunque riuscito a colpire la giuria, che lo ha premiato con il Platinum Grand Prize.

Serata 3D. Kung Fu Panda 2 (J.Y.Nelson), Extra (Marco Pavone), la Cummare (Gianfranco Borgatti), Sarah’s Game (Andrea Traina)

Voto: ?/5
Sintesi: qualcosa di interessante ma per lo più fuffa e riempitivi

Non ho partecipato agli incontri del 3D Day ma considerato l’elenco degli ospiti e quanto visto gli anni passati, presumo sia stata una bella collezione di professionisti italiani che se la raccontavano addosso. Alla serata 3D, invece, c’ero e posso dirlo: è stata una totale antologia del nulla. Un’oretta scarsa di proiezione, condita con insipide introduzioni dei diretti responsabili, di qualità a volte imbarazzante. La soddisfazione è talmente scarsa che dimentichiamo persino il rito consueto della foto collettiva con occhiali 3D.
Di Kung Fu Panda 2 (regia di di Jennifer Yuh Nelson) sono stati presentati pochissimi minuti. Una scena d’azione, presumibilmente del primo atto, molto mossa e dinamica ma sostanzialmente insapore (e col rischio citazionistico alla Dreamworks dietro l’angolo). Il 3D è identico a quello di Dragon Trainer, già ad altissimi livelli.
Extra (di Marco Pavone) è un lungo italiano in lavorazione. E’ una storia di fantascienza raccontata con uno stile grafico scarno, che ricorda le atmosfere videoludiche e cerca di mascherare con una stilizzazione estrema le ovvie ed evidenti limitazioni tecniche (in particolare le animazioni delle camminate sono goffissime). Potrebbe funzionare. Però dovrebbero stare attenti a usare il 3D con criterio: nei pochi minuti mostrati di errori ce n’erano parecchi, ed ogni volta era un senso di vertigine poco piacevole.
La Cummare (di Gianfranco Borgatti) è una produzione Lilliwood, quel gruppo di stereografi italiani assoluti assertori della profondità di campo totale, sulla cui applicazione integrale in campo di cinema narrativo ho più che un dubbio. L’idea è: facciamo un prodotto dimostrativo che mostri come con pochi soldi si possa fare 3D in Italia. E’ stato scelto questa specie di insulso e imbarazzante videoclip di liscio su cui è meglio sorvolare. Hanno comunque barato: molte inquadrature sono piuttosto lunghe, riducendo i tempi necessari alle riprese (quindi i costi). Facile, fare gli sboroni così.
Sarah’s Game (di Andrea Traina) è un teaser-trailer sempre italiano, assolutamente ambiguo ed evocativo, di un film horror che ancora non esiste e, se non trova fondi, mai esisterà. E’ il frammento migliore della serata. L’atmosfera non è male, anche se più derivativa che originale. Il dubbio, non svelato, è se dietro ad essa ci sia una storia decente sceneggiata in modo altrettanto decente.
Personalmente ho visto parecchie immagini sfocate e doppi bordi tipici del 3D fatto male; ma nessuno accanto a me ha avuto lo stesso problema, quindi probabilmente erano i miei occhiali a funzionare poco.
Acqua in Bocca è un sequel 3D di una serie tv Rai per bambini. Ho detto tutto. Salve Regina (Di Laura Bispuri) è un corto “in lingua” (dialetto siciliano, se non ricordo male, ma ho già rimosso) in cui il 3D è inutile e usato in modo così discreto che spesso neppure si nota (quindi la domanda è: perché pagare di più per avere lo stesso risultato?)

Paul – Greg Mottola – 2011 – USA

Voto: 4/5
Sintesi: un film da nerd che chiunque può e deve vedere

L’unica vera anteprima che valesse la pena di vedere ed un film che non va assolutamente perso: il nuovo lavoro di Simon Pegg e Nick Frost (i due comici inglesi dietro e dentro Shawn of the Dead e Hot Fuzz), diretti non più da Edgar Wright ma da Greg
Mottola. La visionarietà ed i ritmi fumettistici di Wright se ne sono andati e qui la regia è molto più classica e lineare. Ma lo script c’è tutto e fonde magistralmente un plot adatto a tutti con uno strato di citazioni filmiche deliziose per ogni nerd di fantascienza.
Due malati di SF inglesi in vacanza in America si imbattono in un alieno vero, fuggito da qualche insediamento militare quando ha capito che le cose si stavano mettendo per il peggio. Buona parte della forza comica del film è nell’atteggiamento di Paul, personaggio digitale perfettamente credibile, che demolisce parecchi luoghi comuni sugli alieni con una buona dose di sarcasmo. Ma c’è anche una componente avventurosa solida, che prende il sopravvento nel terzo atto inevitabilmente più “mosso” senza però portare cadute di tono o di interesse (anche se per forza di cose più prevedibile della prima parte del film).
E’ da vedere in lingua originale, perché molti riferimenti sono difficili da tradurre oppure, come accaduto per i sottotitoli usati durante la proiezione, rischiano facilmente di essere edulcorati o sostituiti nel timore che il “pubblico medio” non li afferri.

Helldriver – Yoshihiro Nishimura – 2010 – Giappone

Voto e sintesi: NP

Di questo, terza follia di mezzanotte, segnalo solo la presenza in programma perché non l’ho visto. La permanenza temporanea dello Shogun Italo e la sua incitante richiesta di “birrrèèèètta” hanno avuto la meglio, visto che alla fine gli splatteroni assurdi prodotti precedentemente del regista non mi fanno impazzire e non c’era nessuna ragione perché questo promettesse qualcosa di diverso.

Giorno 4 – Il solito giorno fiacco di chiusura ma con Leslie

Buoni prodotti che non fanno uscire di testa, una sòla giapponese, un inutile leone tailandese, premiazione e fan-time. L’ultima giornata del Festival è da anni la meno carica. Vuoi perché c’è la consapevolezza che tutto stia per finire, vuoi perché la programmazione ti ha già fatto vedere le cose più interessanti, vuoi perché uno slot è occupato dalla replica del film vincitore (che da integralista del festival hai sicuramente già visto). Il programma della domenica (stavolta sabato) è solitamente meno impegnativo e ardito.

Adèle e l’enigma del faraone – Luc Besson – 2010 – Francia

Voto: 3/5
Sintesi: racconto per pubblico giovane, richiede un’enorme quantità di sospensione dell’incredulità. Piacevole e molto ben realizzato ma nulla più

La mattina comincia in tutto relax. L’ultimo film di Besson, ennesimo prodotto per giovincelli, tratto da un fumetto di Jacques Tardi e che avrebbe dovuto intitolarsi qualcosa di simile a “Les aventures extraordinaires d’Adèle Blanc-Sec” e non “Adèle e l’enigma del faraone”, visto che il faraone è un comprimario e soprattutto non fa alcun enigma di nulla, racconta di una giovane esploratrice e scrittrice d’inizio secolo, anticonformista e avanti ai suoi tempi, disperatamente alla ricerca di un rimedio per curare la sorella in stato vegetativo.
Quel che meno mi è piaciuto del film è proprio il personaggio di Adèle. Sempre sopra le righe, sempre anticonformista a caxxo, iperattiva, concreta, decisa, determinata, tagliente e circondata per contrasto da uomini goffi quando non imbecilli. Ho capito il messaggio ma davvero, così la mettete giù un po’ troppo facilona. Adèle non cambia mai, non ha spessore, mai una sfumatura; e l’interpretazione della protagonista non ci prova neppure a dargliene una. Perfino le mummiette digitali (molto carine) hanno un carattere più definito.

Detective Dee and the Mystery of the Phantom Flame – Tsui hark – 2010 – Cina-Hong Kong

Voto: 3,5/5
Sintesi: un Wu Xia Pian mischiato ad una detective story dal maestro indiscusso di Hong Kong

Non amo il genere Wuxia; non apprezzo i salti finti messi ogni dove così come i combattimenti coreografati per cui prima di sferrare un cazzotto è necessario fare tre piroette in asse orizzontale. Ne ho visti pochi ma ho imparato, anche grazie a indicazioni di fanatici del genere, a riconoscere il tocco di Hark, quella sua certa “rozzezza” di montaggio (al diavolo la legge dei 180 gradi), la rapidità delle scene d’azione e via così: Hark infonde ai suoi film una pasta di veracità che certe sciorinate estetizzanti ben più famose al pubblico occidentale non hanno.
Qui seguiamo un investigatore della Cina antica (richiamato dopo esser caduto in disgrazia) che, indagando nella morte per autocombustione di alcuni soggetti coinvolti nella realizzazione di una statua (parte dell’allestimento per l’incoronazione della prima e unica imperatrice della Cina), arriverà a sollevare la povere da un intrigo di giochi di potere che lo porterà a maturare una più ampia coscienza delle cose e ad agire anche in contrasto con sue antiche convinzioni.
Niente da dire sul piano tecnico, se vi piace il genere: c’è tutto quello che volete. Su quello narrativo, pesa purtroppo la difficoltà di memorizzare i nomi cinesi e di non essere sempre certi di chi si stia parlando. Non so pertanto dire quanto la confusione della sezione centrale sia dovuta a problemi di scrittura e quanto a mie difficoltà di seguire in questo senso.

To – Fumihiko Sori – 2009 – Giappone
Voto: 2/5
Sintesi: che palle

Sori esce da Vexille, lungo di animazione in computer grafica molto interessante e suggestivo. 2001 Nights è un famosissimo e celebrato manga di fantascienza. L’attesa per To era buona e la delusione immediatamente percepibile dai primi minuti. Non solo To (che sembra essere un progetto di OAV poi abortito e trasformato in questo dittico di racconti tratto dal manga) è un prodotto fuori tempo massimo; è pure realizzato in modo da risultare il meno avvincente possibile.

Il contenuto è pura fantascienza classica, di quel genere “near future” che specula poco e si basa sulla descrizione di tecnologia e vicende plausibili non troppo in là nel tempo. Il manga ha però i suoi annetti ed è automatico che la sua fantascienza sia più facile da leggere nell’ottica di recupero che non in quella di opera nuova da dare in pasto al mercato. Come se non bastasse, si gioca pesantemente a livello stilistico. La CGI “modello Sori” non era una bomba neanche in Vexille e qui soffre della mancanza di un’atmosfera avvincente che la faceva perdonare allora: sembra qualcosa a metà tra il rotoscopio e la motion capture (che mi pare sia la tecnica realmente usata per animare i personaggi) ed i movimenti sono spesso goffi ed artificiali; la paletta cromatica punta ad una desaturazione e ad una prevalenza del bianco non proprio felice; i ritmi lenti di narrazione, le stancanti panoramiche sulle astronavi, sono ancora in debito del Kubrick di 2001 (così come il mecha design), senza rendersi conto che 1) Sori NON è Kubrick e 2) sono passarti più di QUARANTA anni.

Piuttosto dormito anche questo.

Max Adventures – Non ho neanche voglia di scrivere chi l’ha fatto – Thailandia

Voto e sintesi: zero

La piaga ufficiale del festival. Una produzione promozionale destinata ai bambini, legata alla campagna di gelati Algida. Inutile per tutti, bambini compresi, e realizzato in modo osceno, ci è stato propinato una volta al giorno davanti a film attesi (‘stardiiii!) in forma ridotta e poi, l’ultimo giorno, cioè oggi, in integrale. Mi chiedo chi siano quei folli che siano entrati per la proiezione dedicata. Il lato buono è che tutto ciò ha portato una buona fornitura di gelati in teatro, ufficialmente destinati ai bambini, in pratica saccheggiati da tutti visto che di bambini non ce n’erano; il lato negativo è che pure i gelati fossero più truffe che altro.

The Dreams of Jinsha – Chen Daming – 2010 Cina

Voto e sintesi: NP

Progettavo di vederlo folgorato dall’incontro coi cinesi ma alla fine sono rimasto a coltivare un altro mio amore festivaliero, Lesile Iwerks. Mi limito a riportare quanto letto su una recensione di IMDB e quanto visto da trailer online e dalla presentazione all’incontro col pubblico. Il film riassume millenni di storia cinese attraverso il rapporto tra un bambino e un cane (non chiedetemi come); ha un forte messaggio ecologico e narra dell’avverarsi di una leggenda, senza raccontarla mai una volta ma lasciando che
siano i personaggi, ogni tanto, a dire: “Ecco, è come diceva la leggenda!”

Sul piano grafico, se la cavano senz’altro meglio coi bei fondali che con i personaggi, i cui movimenti sono ancora poco sciolti. Qualcuno ci ha visto dei debiti verso la Mononoke di Miyazaki. Ma il film va visto soprattutto come testimonianza dell’attuale stato dell’arte dell’animazione cinese, destinato naturalmente a crescere di qualità nel tempo.

ILM: Rango, making Of – Incontro

La ILM ha visto bene di mandare in giro la più carina che avevano in casa, tale Maia Kayser (di origini brasiliane ma sicuramente di dna germanico), lead animator in Rango per un personaggio secondario. Incontro senza infamia e senza lode, sceneggiato fin nelle battute col pubblico (Shogun Cioni ha osservato come leggesse sempre un canovaggio qualsiasi cosa dicesse), nella tradizione dei making of delle ultime edizioni del Festival che, diciamocelo, ormai non fanno che ripetere le quattro procedure che ci siamo imparati tutti (a meno che chi parli non si chiami Letteri e abbia lavorato ad un filmino di nicchia intitolato Avatar)

ILM, creating the impossible – documentario e incontro con Leslie Iwerks

Prima dell’incontro, tappa collettiva a Mel Books per comprare il DVD Disney Treasures dedicato a Oswald The Lucky Rabbit. Per chi non lo sapesse, Oswald è il personaggio creato da Disney e Ub Iwerks (suo socio storico) prima di Topolino e ne costituisce una specie di prototipo (di fatto Mickey venne inventato dai due perché avevano perso i diritti sul coniglio); sempre per chi non lo sapesse, il secondo DVD contiene il documentario su Ub Iwerks dal titolo “The Man Behind The Mouse”, opera prima di Lesile Iwerks che di Ub è nipote. La mia idea è di restare un po’ alla proiezione, lasciare a Shogun Daniele l’incombenza di farmi autografare il DVD e correre alla premiazione in tempo per occupare una sedia decente. Non ce l’ho fatta. Il documentario sulla Industrial Light and Magic, pur nella sua brevità, ha quella combinazione unica di progressione cronologica e fascino-barra-esaltazione somma che il lavoro di Leslie riesce a trasmettere. Giuro, i suoi lavori dovrebbero essere obbligatori nelle scuole.
A seguire, domande e risposte (nulla di particolare). Ho apprezzato molto il fatto che Giulietta ed Oscar abbiano deciso di “sforare” accumulando un ritardo di 20-30 minuti per la premiazione al Duse pur di non non troncare questo piacevolissimo incontro.
Ed alla fine, una lezione di umanità in barba a chi definisce gli americani un popolo di m.: in fila come quattro ragazzini (età anagrafica variabile dai trenta ai cinquanta) coi nostri DVD chiediamo un autografo a Leslie e ci complimentiamo per il suo lavoro. E questa donna dal talento innegabile, che per chi non lo sapesse ha nel frattempo vinto anche un Oscar, accoglie la richiesta con un misto di stupore ed di imbarazzo, come se non sapesse da che pianeta scendessimo e perché le stessimo dedicando tanta attenzione. Chapeau. (Ps: l’autografo è uno scarabocchio che avrei potuto fare io. Ma la possibilità di questo piccolo scambio non ha prezzo)

Premiazione

Chi ha vinto ve lo potete leggere on line qui http://www.futurefilmfestival.org/it/2011/04/23/no-longer-human-vince-il-platinum-grand-prize-al-future-film-festival-2011/
Ma siccome al momento non ho una fava da fare, riassumo:
Per i film:
- No Longer Human: Platinum Grand Prize
- Paul: menzione speciale Platinum Grand Prize
Per i corti:
- Bottle di Kirsten Lepore (USA 2010): premio della Giuria
- Rubika di AAVV (Francia 2010): menzione speciale della Giuria e secondo classificato del pubblico
- Le Royaume / The King and the Beaver di AAVV (Francia 2010): primo classificato del pubblico
- Mobile di Verena Fels (Germania 2010): secondo classificato del pubblico a parità con Rubika
Nota triste: convinto di arrivare e dovermi imboscare in qualche anfratto sperduto della sala, causa ritardo accumulato, la trovo in realtà non così piena come era negli anni precedenti

The Adjustment Bureau – George Nolfi – 2010 – USA

Voto: 3/5
Sintesi: eh…

Ultima anteprima americana, tratta (non so quanto) liberamente da Philip Dick, narra di un politico rampante che incontra la donna della sua vita ma trova una fantomatica organizzazione di manipolatori delle “coincidenze” che vuole impedirgli di frequentarla.
Il film mi fa immediatamente pensare a The Box di Kelly (non dico perché per non spoilerare) e si riallaccia ad un filone classico di fantascienza non hard che fa un po’ “ai confini della realtà”. L’interessante è vedere se si tratta di coincidenza o se c’è qualcuno con la cravatta e la giacca che di nascosto manipola la scelta di questo tipo di film con lo scopo di rivitalizzarne il genere.

Post-Festival

Rinunciamo alla replica di No Longer Human (stavolta, almeno, in formato corretto) e chiacchieriamo amabilmente fuori e dentro il teatro tra di noi e con lo staff. In un primo tempo, in attesa di Carlo che, dopo averci intimato “aspettate qui, torno subito”, se ne dimentica e sparisce per far baldoria e, in un secondo tempo, di Luca, che ha acconsentito a condividere una birrèèèèètta. Ci riusciremo tipo intorno alle quattro di notte. Poco male, gli Shogun hanno sempre qualcosa di cui parlare e l’attesa non è pesata. Dialogo topico: Paolo: “E’ sempre più difficile trovarci tutti ogni anno, oggi i nerd hanno dei problemi”. Molin: “Anche prima, ce li avevano”.

Ringraziamenti e saluti

Un saluto allo Shogunato presente e assente. A Paolo, che ha contribuito al report sostitutivo solo in intenzione (ma almeno lanciando l’idea). A Daniele, presenza storica entrato a pieno diritto nella casta (anche tra shogun ci sono tribù) e a Cesare Sr. con i suoi resoconti di collezionista navigato; anche a quell’individuo totalmente privo di tempismo che risponde al nome di Riccardo (un professionale privo di privilegi) e che ci siamo dimenticati al Duse la sera della birra, lasciandolo a vagare come un cane bastonato, domandando alle maschere se ci avessero visto; agli altri sostenitori di cui non so neanche il nome; ai due transfughi, il canado-norvegese e l’uomo dei cammelli. L’assenza di Ninja è stata pesantemente sentita dallo Shogunato tutto e dallo staff (anche da
Giulietta, ne sono convinto, che pure non lo ammetterà mai) e si riassume nella dichiarazione ufficiale di Carlo Tagliazucca: “In un tripudio di effetti speciali di ogni tipo, uno solo, familiare a chiunque abbia frequentato il FFF, mancava: l’urlo in loop di Ninja (ed in particolare la sua manifestazione più stridula e fastidiosa: “L’Uovo fa cagare!”)”.
Saluti anche ad Alessia e compare, anche se se ne stanno sempre in disparte.

Un saluto anche alla ragazza coi capelli rossi e gli occhiali da Ape Maia che abbiamo involontariamente molestato costringendola a cambiar di posto e ad alzarsi ripetutamente. Non è colpa nostra, siamo nati così.

Menzione di disonore a Frida-tirapacchi per aver annunciato la sua presenza e poi non essersi fatta vedere (ero l’unico ad averle creduto, a quanto pare, gli altri lo davano per scontato) e al consorte Mariolotto che, come unico evento del festival cui partecipare, ha scelto la festa a casa dei lupi (non trovandoci poi nessuno, presumo, se mai c’è andato) e addirittura dichiarando al telefono al sensibilissimo Luca qualcosa come “No, al festival non vengo, mi interessa la festa”.

Un saluto al personale del Duse, troppo formale per un’occasione come questa.

Un ciao e grazie tutto lo staff di volontari, disponibile e simpatico; al volontario barbuto dell’Urban Center che non ha saputo dirci dove si svolgesse un evento che stava in realtà a dieci metri in linea d’aria; a Cioni jr che è stato costretto dal padre shogun a dare il suo prezioso contributo e che ha risolto l’emergenza di un lettore blu ray morto sul più bello; a Gaia degli accrediti, che non suona bene quanto “Nausicaa dei venti” ma si fa quel che si può (benvenuta nel tunnel); ad Angela, messa a distribuire Aperol forse in
abbinamento con il colore della sua capigliatura. E alla frizzante Michela (dove “frizzante” va letto sempre davanti al nome, come un titolo; es. “geometra”) perché accogliere con un sorriso un branco di nerds che si parlano addosso con profusone di dettagli su argomenti per il resto del mondo di importanza nulla richiede un buon carattere; rispondere loro mantenendolo, il sorriso, mostra un carattere ancora migliore; ma inserirsi di propria iniziativa in mezzo ad essi e a volte addirittura proporre il dialogo ha qualcosa di quasi soprannaturale.

Un saluto (e un grattino in testa) al gatto bianco panzone trincerato sopra il letto a castello, anche se non lo leggerà mai.

Un ringraziamento a Carlo, che ha confermato ed esplicitato il lungo e forte legame di affetto che mi lega a doppio filo con l’organizzazione del Festival attraverso le parole: “Molin, mi servono i tuoi soldi”

Infine ringraziamento collettivo e caldo saluto a Giulietta, Oscar e tutto lo staff fisso per averci permesso anche quest’anno una pausa di evasione, riflessione, esaltazione (poca ma buona) e delirio critico di cui abbiamo davvero bisogno. Se siamo qui ogni anno è perché, per noi, non c’è un festival come il Future Film Festival. Vi vogliamo più bene di quanto non sembri. Speriamo che ce la facciate anche il prossimo anno (la primavera va bene ma evitate la Pasqua).

Per ora: so long, and thanks for all the fish.

La straordinaria valanga di recupero

gennaio 25, 2011

Salve a tutti!

E’ un po’ che non scrivo, lo ammetto. Come dissi fin dall’inizio del blog, non ho mai sentito la vocazione di blogger, tant’è vero che aggiorno piuttosto raramente. Mi interesso di altre cose quando ho un po’ di tempo libero, perciò aggiornare questo sito non è la mia prima preoccupazione.

Dato che è da un po’ che non ci sentiamo, il post di oggi lo presento in pillole, ovvero una collezione di piccoli pezzi lapidari. Spero di non scordarmi niente di rilevante!

Tutto qui quello che hai? – In questi giorni a Montreal stiamo vivendo i momenti più freddi dell’anno, giusto oggi era -22 a cui si aggiungeva il simpatico venticello dalla Baia di Hudson. Questa brezzolina profumata scende direttamente dal Polo Nord e attraversa i mari più freddi del mondo, umidificando per benino Montreal e benedicendoci con un cortese Chill Factor che porta la temperatura percepita a -39°C. Ebbene, oggi sono uscito per andare a fare un po’ di spesa e vi dirò che tutto sommato un pochino di freddo l’ho sentito. Nonostante questo però, ero stato avvisato di questo freddo mortale qui a Montreal, unacosacheunacosachetudicifreddomainrealtàtisistaccanolebraccia. Ebbene, dopo tre anni in Norvegia, non è che Montreal mi stia sconvolgendo più di tanto. Sono anche organizzati molto meglio, non arriva in ritardo tutto per quattro mesi perchè c’è la neve. E qui nevica pressochè tutti i giorni, non dieci volte come a Oslo.

La mutua canadese – Sto passando dei brutti momenti, sono malato da più di due settimane. No, non è influenza, non voglio entrare in dettagli. Prima che qualcuno si preoccupi, sto guarendo, nulla di grave, solo doloroso. Avendo bisogno di medicinali non da banco, mi tocca sperimentare per la prima volta la mutua canadese. Forte della mia tessera dell’assicurazione sanitaria (emessa proprio dalla Direzione dell’Assicurazione Sanitaria del Quebec), mi presento quindi alla clinica. Le cliniche convenzionate con la provincia sono tutte “walk-in”, ovvero aprono a una certa ora, ci si mette in fila e a un certo punto si viene chiamati. Tutto ciò che devi fare è fornire la tua tessera e la visita ti viene assegnata. Nota per i dormiglioni: se non vi presentate all’orario di apertura, è molto difficile che siano rimasti spazi vuoti quella mattina e vi toccherà tornare il giorno dopo. Nota per i furbacchioni invece: la tessera dell’assicurazione sanitaria, completamente pagata dal Quebec qui, è un diritto di tutti i residenti (temporanei e permanenti) del Quebec, tuttavia per evitare turismo sanitario ti viene emessa solo alcuni mesi dopo l’ingresso in Canada. Nel mio caso ne ho fatto richiesta i primi di agosto, ma mi è arrivata a metà novembre. Prima sei completamente da solo, o paghi, o hai una assicurazione che ti copre. Infine, nota per i lavoratori: se non sei disoccupato, la tessera dell’assicurazione statale non copre i costi dei medicinali. Nel caso in cui tu sia disoccupato, è necessario chiamare l’1-800-561-9749 e richiedere l’attivazione del servizio, cosa che richiede circa due-tre giorni. Se avete bisogno delle medicine proprio quel giorno, non vi preoccupate, pagatele e quando avete la copertura assicurativa statale potete tornare in farmacia e ottenere immediatamente il rimborso. Se invece avete una assicurazione privata, tenete da parte le ricevute e mandate una richiesta di rimborso.

Bunga Bunga – Eh si, la pillola politica ve la sorbite. S.B. sta riducendo il nostro povero paese a un teatrino ridicolo. In parlamento invece che di parlare della crisi economica si parla delle prostitute di S.B. La Marcegaglia giustamente (e lapalissianamente, mi si lasci dire) osserva: “L’operato di questo governo è insufficiente da sei mesi a questa parte.”. Ovvio, perchè l’ossessione di S.B. sono i comunisti che complottano per farlo fuori. Poichè la sua forza politica è costituita semplicemente da lui medesimo, se l’attenzione del neoduce è rivolta solo a difendersi (ma non sul serio, a parole, perchè la difesa che io sappia la porti in tribunale, non in TV), i gerarchi non sanno che pesci pigliare e non combinano niente. Apprezzo fino a un certo punto Fini e gli esprimo cordiale simpatia: non sono delle sue idee politiche, ma sono con lui al 100% sulla necessità assoluta, superiore a ogni esigenza di parte, di avere una classe politica integerrima, onesta, fiera del nostro Paese e che sia capace di fare politica e non di cincischiare in corbellerie. S.B. ha dimostrato ampiamente di non essere un politico degno di tal titolo, è stato capace finora solo di agevolare la propria fuga dalla giustizia. Non dico questo con spirito forcaiolo, sono sicuro che ci sarà almeno qualche capo di imputazione su cui sia innocente. Magari perfino tutti. Ma questo suo rifiuto totale, assoluto, irrevocabile, di avere un contraddittorio nelle sedi appropriate è sintomatico di ciò che ha creato: la mentalità dell’italietta da quattro soldi, in cui tutti sono più furbi del prossimo… finchè non bisogna fare i conti col proprio operato. Mi trovo incredibilmente daccordo con quanto detto oggi (a questo punto ieri per voi in Italia) dal Card. Bagnasco: l’Italia è in un momento di grandissima confusione morale, dato che la classe politica è completamente incapace di imporsi come buon modello di decoro e decenza. Gente, vi siete fatti dare degli inutili da Bagnasco, rendetevi conto.

La serie Need for Speed - Mentre ero a casa malato mi sono visto tutta la serie Need for Speed. Primo film (3/5): carino. Secondo film(2/5): una sorta di parodia bislacca del primo, con l’aggiunta di personaggi politically correct talmente stereotipati che non ci si crede. Terzo film(2/5): è ambientato a Tokyo quindi dovrebbe piacermi… e invece è una schifezza. La trama non ha senso, nessuno. Si salva solo per la scena finale che non vi rovino. Quarto film (3/5): è carino, è forse l’unico vero e proprio sequel del primo. Dopo avere visto questa serie posso presentare in esclusiva il Generatore Casuale di Sceneggiature per Need for Speed:

1. Un tizio è bravo a guidare, però ha problemi con la giustizia.

2. La giustizia gli offre di riscattarsi, infiltrandosi in qualche banda di disgraziati che fa street racing.

3. Il tizio si infiltra ma si innamora sistematicamente della tipa del capo dei cattivoni.

4. Il duello finale lo si regalerà a suon di gare insensate.

Per quanto riguarda la regia è necessario che ogni quattro scene, ce ne sia una in cui si inquadrano solo pedali e attori dallo sguardo serissimo che passano dalla seconda alla terza. Assumetemi!

Kick Ass (4/5) - Mentre ero malato ho visto anche Kick Ass, filmettino svagato ricavato da un fumetto, sullo stile di Scott Pilgrim vs The World, per intenderci. Un “geek” ama i fumetti di supereroi, talmente tanto da comprare una tuta da sub verde e andare in giro per la città a prendere a botte i criminali. Ovviamente il mondo è quello reale, quindi questo ragazzino non solo non ha la benchè minima chance di picchiare qualcuno, ma finisce frequentemente in ospedale a causa del suo zelo. I suoi giorni da supereroe sembrano finiti finchè non diventa popolare dopo un ennesimo violento intervento. Finisce così immischiato nella selvaggia vendetta di Big Daddy e Hit Girl, due “veri” supereroi che agiscono in città. La trama principale del film è piuttosto inguardabile, ma le scene d’azione con Hit Girl sono impagabili. Ah, a proposito, Hit Girl ha undici anni.

Al fuoco! Al fuoco! – Il giorno che mi sono ammalato non mi sono sentito tanto fortunato. Non solo ero veramente molto dolorante e avevo un gran mal di testa, ma nel cucinarmi una banalissima bistecca in padella è anche scattato l’assordante allarme antincendio dell’individuatore di fumo. Questo dispositivo bianco, piazzato a due metri e mezzo di altezza non era proprio a portata di mano e io è la prima volta che ne maneggiavo uno. Fortunatamente il senso dell’ingegnere ha prevalso sull’istintivo panico (e sul rumore assordante, mi stavano scoppiando le orecchie): armato del mio poderoso scopettone Swiffer sono riuscito a premere il pulsante che disattiva l’allarme. Fiu.

Fuori in due minuti – Qualche settimana fa ero fuori con una mia amica, stavamo facendo quattro chiacchiere, niente di che. E’ passata una sua amica a salutarla, sarà stata neanche un minuto. Dopo un minuto avevo l’occhio sinistro rosso infuocato. Dopo un altro minuto era già gonfio a metà. Mi piacciono le mie allergie, mi danno sempre un sacco di preavviso quando esplodono. Ci ho messo diciotto ore a riavere di nuovo degli occhi normali. La teoria che al momento mi sembra più probabile è che questa ragazza, magari quel giorno o quelli precedenti, sia stata in centro e si sia fatta un giro su uno dei tanti calessi trainati da cavalli che circolano. Erano anni che non avevo una reazione così violenta.

Future Film Festival 2011 – Carissimi, il FFF 2011 è proprio sotto Pasqua. Sto valutando accuratamente se rientrare per Pasqua, così da unirmi al resto degli Shogun per il Festival. La cosa mi tenta molto.

Charles de Gaulle – Sono rientrato a Natale con Air France, perciò ho fatto scalo allo Charles de Gaulle. E’ andato tutto bene e all’aeroporto parlavano tutti inglese. Sarà che ora parlo meglio il francese quindi credo che questo bendisponga i franconi, tuttavia sono rimasto veramente molto farevolmente impressionato dai miglioramenti. Continuate così!

E’ tutto per oggi. I saluti di oggi sono moltissimi, in ordine di apparizione diciamo: la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare che ci ha onorato della sua augusta presenza, Nik & Ila per capodanno, Stella (perchè effettivamente la conoscevo) e tutti gli altri intervenuti, il Figliolo Flavio (che l’ho visto proprio bene e in graziadimmimmo), Domantice (sempre sia lodato), tutto il clan SC.BO, Figarella Racing (è un peccato che non ci siamo visti Micheal però in realtà potrei venire giù io in Cali), Paolino & Rob (idem come Micheal, ma ad Abu Dhabi non ci vengo, spiacente) e tutta la truppa che ho visto a Natale.

Dedica speciale, per motivi che lui sa, a Ido Gi, noto sessuologo omeopata di Los Angeles sull’Adda.

MIGS 2010

novembre 17, 2010

Salve a tutti!

Si, è un po’ che non scrivo, lo so, me lo hanno rinfacciato amici, parenti e fedeli lettori. Chiedo scusa, ma succedono così tante cose che spesso non ho voglia di scrivere qualcosa di brioso che valga la pena postare. Differentemente da quanto fanno altri blogger che considerano il proprio blog come una sorta di sfogo quotidiano, preferisco condividere con voi solo qualcosa che ritenga sufficientemente ben scritto e piacevole. Se non diverte me, non divertirà chi lo legge, ne consegue che pubblico qui sul blog solo ogni tanto. Non me ne vogliano ovviamente i blogger più professionali di me con ritmi di aggiornamento molto più alti e che condividono con la Rete la propria vita, è semplicemente uno stile diverso.

Spendo anche due parole sui tanti complimenti che ho ricevuto di recente sul blog. Sono contento che piaccia, questo è un blog nato per lo più per richiesta di amici che vedendomi partire per l’estero volevano qualcosa di più interessante di due righe di stato su Facebook. Mi onora sapere che persone che non mi conoscono affatto lo trovino interessante/piacevole/divertente. Non mi sono mai trovato a mio agio con le lodi, ma semplicemente vi ringrazio per la fiducia.

Ciò di cui parliamo oggi è il Montreal International Game Summit, una conferenza internazionale della game industry che potrete trovare nell’ovvio sito www.sijm.ca

…ma come www.sijm.ca??? Vi scordate che siete in Quebec, cari miei! Nonostante la game industry sia una industria anglocentrica, tutto ciò che è anche solo in minima parte quebecois deve essere, al minimo, anche in francese. Ecco quindi che il sito ufficiale della manifestazione usa l’acronimo francese, relegando www.migs.ca a mero alias.

La gloriosa megaditta mi ha sponsorizzato un pass da addetto al settore, insieme ad alcuni colleghi, come compenso per i servigi resi durante i duri mesi di Agosto, Settembre e Ottobre. Tra copie di database tra Oslo e Montreal, le richieste dei team e un sacco di piccoli problemi, l’ultimo periodo è stato intenso perciò ho accettato ben volentieri questa ricompensa. Chi mi conosce sa bene che ci sono poche cose che mi piacciono di più che andare in fiera, quindi sono stato veramente contento di avere avuto questa possibilità.

Prima di parlare di come è andata, vediamo un po’ di che cosa si tratta il MIGS. Innanzitutto, per chiarire ogni equivoco, si tratta di una fiera per i professionisti del settore e coloro che vi si vogliono avvicinare. Non vengono quindi presentati i giochi e il livello di gadgetistica è molto basso. Per i due giorni di fiera si alternano quindi tavole rotonde e presentazioni su argomenti più o meno interessanti categorizzati in Produzione, Design, Tecnologia, Business e Arte/Effetti Grafici. In quanto manager ero primariamente interessato alle presentazioni riguardanti la Produzione, ma essendo anche un designer e un programmatore avevo interesse anche nel Design e nella Tecnologia. Ovviamente non c’è tempo di vedere tutto perciò è necessario operare delle scelte. Il modo migliore di godersi la fiera è quindi distribuirsi e condividere le esperienze, anche se assistere di prima persona è senz’altro la cosa migliore.

Il MIGS si svolge quest’anno all’Hilton di Place Bonaventure, vicino alla stazione centrale dei treni, ovvero centro che più centro non si può. Mi ritrovo con un nutrito gruppo di colleghi all’ufficio e ci rechiamo all’albergo dove si tiene la manifestazione. Funcom presenta due conferenze quest’anno, una sul lato Business dell’Executive Producer di Age of Conan, Craig Morrison (come portare un gioco dal mercato occidentale a quello orientale), l’altra riguardante le sfide tecnologiche nella costruzione di MMOG tenuta dal nostro CTO, Rui Casais. Rui era parecchio nervoso perchè era da tempo che non parlava a così tante persone: l’attesa lo ha stressato parecchio.

Arrivati all’albergo, la procedura di registrazione è semplicissima, nella spaziosa sala expo gli accrediti sono stati raggruppati per gruppi di tre lettere, perciò le file sono praticamente inesistenti. In cinque minuti ho il mio pass blu, che mi identifica come professionista. Dopo qualche minuto scopro con tristezza che la mia borsa ufficiale del MIGS non contiene il catalogo nè una penna (che gli altri hanno), mentre ho un taccuino Ubisoft bellissimo che gli altri sembrano non avere. La penna mi interessa poco, così come altri piccoli gadget che sembrano mancare, ma il catalogo con il programma della fiera mi piacerebbe proprio averlo. Quando chiedo alla simpatica standista che succede, mi viene detto con gioviale noncuranza “Eeeeh non lo sappiamo, si insomma, ecco cioè, alcune borse non hanno della roba”.

La ragazza, senza fare una piega, apre un’altra borsa non ancora distribuita, prende il catalogo da quella e me lo dà, senza porsi alcun problema. Mi chiedo a chi manchi un catalogo, ora.

Oltre alla borsa, ogni partecipante ha anche diritto a una simpatica borraccia che potrà riempire di acqua in una delle tante postazioni disponibili. L’idea è bella e la borraccia è molto efficiente nella conservazione termica, tuttavia sistematicamente dalle due del pomeriggio tutti i distributori di acqua sono vuoti e il personale dell’Hilton sembra molto poco solerte nel ricaricarli. Un peccato.

Vediamo come è andata, lo stile delle recensioni è il solito, rating da 0 a 5, sinossi e descrizione.

Beauty, constraint and the Atari 2600 – Ed Fries

5/5 – Eccezionale inizio

Veniamo quindi alla presentazione di apertura del MIGS. Dopo una breve introduzione bilingue della direttrice della fiera (molto noiosa, ho capito tutto della versione francese, perciò doversi riascoltare tutto in inglese è una palla mortale), la parola passa a Ed Fries. Per chi non conoscesse Fries, si tratta della persona che ha fatto parte del team che ha inventato Excel, Word, Office e la XBOX originale. Non proprio l’ultimo degli sciocchi, ecco.

Il buon Ed ci ha deliziato con una presentazione riguardante un concetto davvero interessante: l’Uomo crea le sue opere più belle quando si trova di fronte a dei vincoli. Possono essere vincoli insormontabili dovuti a limitazioni tecnologiche, così come possono essere vincoli autoimposti. E’ la mera presenza dei vincoli a portare l’Uomo all’apice della sua creatività: più le limitazioni sono restrittive infatti, maggiore è l’ingegno che deve essere applicato per ottenere il miglior risultato possibile. Se invece il campo è infinito, manca spesso quella costante ricerca della perfezione che ci caratterizza come animali intelligenti, in costante ricerca dell’elevazione di noi stessi.

Una presentazione davvero eccezionale e piacevole, condita da esilaranti intermezzi sui vasi greci giustificati da “mi avevano chiesto di riassumere i tre momenti di apprendimento della conferenza e poichè ne avevo solo due ho aggiunto i vasi greci”, codice assembler per Atari 2600 e una versione di Halo per la succitata macchina che ha mandato in sollucchero i retrocoder più esagitati. Veramente imperdibile.

Collaborative Development: Can’t We All Just Get Along? – Scot Amos

4/5 – Se una megacorporation ce la può fare, ce la possiamo fare anche noi

Dopo l’eccellente apertura di Fries, sono andato a vedere la presentazione di Scot Amos, Executive Producer di Electronic Arts, che riportava i problemi affrontati durante lo sviluppo in sei locazioni geografiche diverse di un titolo che ancora non hanno annunciato.

Non voglio entrare troppo nel dettaglio qui, nè voglio aprire una parentesi, che sarebbe gigantesca, su metodi come Scrum e Agile, perciò scrivo qui semplicemente le esperienze che ha condiviso, lasciandomi un appunto mentale di parlare di Scrum in un post successivo, sempre che l’argomento interessi.

La ricetta di Electronic Arts/Visceral Games per fare funzionare lo sviluppo di un prodotto distribuito a livello geografico:

  • Segmentare le funzionalità in modo che ogni locazione geografica possa prendere le decisioni necessarie per il design e l’implementazione della stessa.
  • Assicurarsi che i manager comunichino molto e siano sempre informati. Ogni studio deve sapere che cosa fanno gli altri.
  • Assicurarsi che i team in locazioni diverse non abbiano barriere nel comunicare. Investire, anche un sacco di soldi, in un sistema di videoconferenza efficace e che funzioni. Budget EA per il videoconferencing: $ 150,000. Sono un sacco di soldi, per la videoconferenza.
  • Definire in maniera inequivocabile chi ha la Leadership di qualcosa, chi ne ha la Responsabilità e chi la Gestisce.
  • Fidatevi dei vostri team. Date indicazioni chiare e precise, definite degli obiettivi e confidate nel fatto che i team faranno del loro meglio. Accertatevi che lo facciano tenendovi informati. Questo NON vuol dire immischiarsi di continuo nelle decisioni dei team.
  • Mantenere gli Scrum log degli uffici separati. Gli studio si scambiano user stories e non task.

Chiedo scusa per i tecnicismi, se non vi sono chiari ne parlerò in un post successivo se l’argomento interessa.

Investing in Talent: A Formal Approach to Studio Wide Training – John Nash

3/5 – Interessante

Dopo pranzo è il momento di questa interessante presentazione della Blitz Games sulla Blitz Academy, ovvero come investire in maniera intelligente nel personale della propria società. Senza entrare nell’eterno dilemma etico che confronta da una parte il costo di aggiornamento dei propri dipendenti e dall’altro la sostituzione degli stessi con personale più qualificato, il punto principale di Nash è stato questo: indipendentemente da chi filosofia scegli, la tua compagnia avrà pratiche, strumenti e modi che sono diversi da ogni altra compagnia, almeno in qualche misura. Se non investi adeguatamente nella preparazione del personale, non avrai altro che una forza lavoro indistinta, poco disciplinata, caotica e disorganizzata.

Non posso che essere daccordo. Si prende un 3/5 perchè è stato piuttosto poco pragmatico, anche se “dove voleva andare a parare” è stato piuttosto chiaro.

Visible Strategy: Tools to Augment Intelligence, Creativity and Collaboration – Tom Wujec

*/5 – O del tutto inutile, o incredibilmente stimolante

E’ il momento di una delle presentazioni più divertenti di tutto il MIGS, ovvero modi per esaltare la creatività delle persone. Tom Wujec ha fatto questa presentazione in decine di compagnie e la modifica ogni volta a seconda del pubblico. Parla molto di giochi se il pubblico non è del settore, ma nel nostro caso ha attinto a piene mani da materiale in suo possesso proveniente specialmente dall’ambito pubblicitario.

Il punto principale di Wujec è che la game industry guarda troppo all’interno di sè stessa e non si ciba delle tante soluzioni esistenti all’esterno di essa in moltissimi campi che pur potrebbero essere applicabili. Per arrivare a questa conclusione tuttavia, ci ha portato attraverso una serie di esercizi creativi veramente divertenti, primo tra tutti Il Marshmallow.

Per chi non conoscesse il Marshmallow (credo che in Italia gergalmente lo si chiami “morbidone”), si tratta di una pasta viscosa a base di zucchero, tipicamente bianca ma facilmente colorabile, dall’inconfondibile masticabilità a causa della sua consistenza gommosa. La prova del Marshmallow consiste in questo: dividete le persone in gruppi di tre o quattro. Consegnate loro dieci spaghetti, un metro di spago, un metro di nastro adesivo e un marshmallow. Vince il gruppo che costruisce la struttura stabile entro quindici minuti. L’unica regola è che il marshmallow deve essere in cima alla struttura.

I risultati che ha presentato sono stati davvero sorprendenti. Indovinate qual è il tipo di persone che riesce in assoluto peggio in questo test?

Ebbene, i neolaureati MBA (Master in Business Administration)! Sapete perchè? E’ semplice, perchè sprecano il primo terzo dei quindici minuti a “organizzarsi”, ovvero a cercare di ottenere la dominanza del gruppo, per poi fare un piano che sulla carta funziona ma che tipicamente viene completamente disastrato dal marshmallow che, pesando più di tutto il resto, porterà la struttura a uno sforzo che difficilmente era prevedibile.

Indovinate invece chi tipicamente riesce benissimo in questo esercizio?

I neolaureati… dell’asilo! I bambini non si fanno tutti i problemi degli adulti e usano pienamente i quindici minuti a loro disposizione. Costruiscono in maniera incrementale il loro prototipo, tipicamente conficcando oggetti vari nel marshmallow finchè non sta in piedi.

Che cosa caratterizza il fattore di successo dei bambini? Innanzitutto l’assenza della psicologia del comando, per i bambini è solo un gioco e un gioco non ha bisogno di una figura di autorità. Inoltre, da un punto di vista meramente produttivo, i bambini iterano costantemente sul proprio prototipo, insistendo sul concetto fintantochè questo non funziona (nel nostro caso, finchè non si regge in piedi). Furbi i bambini, nevvero?

Poco sorprendentemente, chi rende meglio in assoluto nel test sono i gruppi di architetti e ingegneri, ma essi prevalgono esclusivamente perchè possiedono conoscenze specifiche che permettono loro di dominare il test.

Che cosa c’entra tutto questo con la creatività? Bè… niente. O probabilmente tutto, sono riferimenti alla creatività in quanto forma di pensiero pura. Personalmente ho amato questa presentazione, è stata molto stimolante. Certo, trovo legittima la posizione anche di chi pensa sia stata tutto fumo e niente arrosto. Ciò che di sicuro non è stata però, è il triste polpettone di marketing che qualcuno si aspettava.

Break

Volevamo andare a una conferenza sul cloud computing, ma essendo stata cancellata io e Raifu abbiamo fatto compagnia a Rui che parlava dopo poco. E’ stato piuttosto eccitante.

Efficient Playtesting: What Every Producer Should Know – Andrée-Anne Boisvert

3/5 – Playtest, playtest, playtest

Interessante conferenza di una francesissima responsabile del playtesting in Ubisoft. Su questa non mi dilungo molto, ma essenzialmente ci ha spiegato che per ottenere il miglior feedback sui giochi in sviluppo è bene avere due tipi di sessioni di test: il Rapid round e il Full round.

Il Rapid round consiste nel fare testare il gioco da qualcuno che non fa parte del team di sviluppo (almeno idealmente). Deve essere presente un osservatore che deve avere come obiettivo la misurazione di metriche precise, tipicamente di carattere oggettivo. Buoni esempi sono ad esempio quanti tentativi sono stati necessari per sorpassare un certo ostacolo o quante volte il giocatore è morto contro un determinato nemico. Cattivi esempi sono aspetti general generici come “ti sei divertito” e “lo compreresti per tuo figlio” che lasciano il tempo che trovano e alla fine dei conti non vogliono dire niente.

Il Full round consiste nel delegare il playtesting a gruppi specializzati (in alcune compagnie sono interni al dipartimento QA, in altri casi sono esterni), dando obiettivi estremamente precisi. Il report poi ricevuto va analizzato e dato in pasto al team di sviluppo che deve decidere che cosa correggere e cosa no, in tempo per il prossimo Full round.

Non ci ha spiegato granchè, ma questo è il modo in cui è organizzata Ubisoft.

Finito così il primo giorno di fiera, passiamo al secondo.

A Brief History of Indie – Ron Carmel

1/5 – Fuffa

Il secondo giorno si apre con Ron  Carmel, creatore di World of Goo. Con il suo stile pacato, monotono e alquanto noioso, ci ha illustrato la sua “proposta”. Andare oltre il concetto di “independent developer” (ovvero gli “indie”) e dividere gli studio in “Design Studio” e “Commercial Studio”. I Design Studio sono quelli che fanno giochi con l’obiettivo di produrre design originali o quanto meno coraggiosi. I Commercial Studio sono quelli che producono giochi con il preciso obiettivo di produrre un successo economico, fattore di secondaria importanza per i Design Studio.

Secondo Carmel c’è spazio per una soluzione di mezzo in cui una grande società appronta un piccolo gruppo, organizzato come un Design Studio, per progredire lo stato dell’arte del design e produrre giochi che non abbiano come unico obiettivo il successo economico.

Un’ora per spiegare tutto questo che gli anglofoni possono tranquillamente sbolognare come “wishful thinking”, un concetto che in italiano mi piace spiegare con questa locuzione: “si vabbè, sarebbe bello, però…”.

Building a Global Technology Strategy When East Meets West – Julien Merceron

0/5 – APOCALITTICA schifezza

Signori, qui ci troviamo di fronte a una presentazione talmente brutta, insopportabile e inutile che sono stato seriamente tentato di lasciare la sala. Il pregiato signor Merceron, Worldwide Technology Director per Square Enix (non proprio gli ultimi cretini, sono quelli di Final Fantasy, per intenderci), ci ha “presentato” le sue valutazioni tecnologiche sulla integrazione tra occidente e oriente.

I presupposti sono questi: Square Enix è una società giapponese che vuole diventare di importanza globale, perciò ha acquisito uno sviluppatore occidentale (Eidos) per espandere i propri confini aziendali. Quali sfide hanno dovuto affrontare per integrare filosofie, culture e modi di fare completamente diversi?

Ebbene, la gloriosa risposta la si può trovare andando su Google e digitando “stereotipi giappone”. Sapevate che i giapponesi sono molto gentili, anche a scapito del proprio tornaconto? Ma lo sapevate che non vi dicono mai le cose in faccia perchè non è educato? E che molti non parlano inglese perchè sono perfezionisti? E che per avere una strategia globale tecnologica bisogna fare una strategia globale tecnologica?

Sono rimasto basito di fronte alla valanga di banalità general generiche che qualunque neofita del settore sa leggendo anche solo Gamasutra nella maniera più superficiale. Ho sempre tifato per Square perchè mi piacciono i loro prodotti e mi auguro che questo signore il suo lavoro lo sappia fare, perchè se lo devo giudicare dalla sua capacità di comunicare qualcosa di utile, lo mando a pulire i servizi igienici degli elefanti aziendali.

O-s-c-e-n-o. Da vergognarsi.

Pipeline Design: A Non-Intrusive Data Driven Architecture – François Paradis & Jonathan T-Delorme

5/5 – Ehi, quello è il mio lavoro!

Passiamo a una conferenza tecnica sulle pipeline di processo dei dati. Non voglio annoiare i lettori con ulteriori tecnicismi, ma mi permetto di riassumere le scelte essenziali che ha operato Ubisoft nella costruzione del loro “Development Ecosystem”.

  • Ci sono due tipi di dati, quelli letti dagli strumenti di sviluppo e quelli ottimizzati per la game engine.
  • Gli strumenti fanno fortissimo uso della riflessione statica con early-binding dei tipi, il late-binding ottenuto tramite la riflessione dinamica in realtà uccide troppo la performance e offre funzionalità che in realtà non sono necessarie. Hanno scritto dei costrutti da usare nel codice per implementare questa riflessione statica, in modo da permettere ai programmatori di cambiare le classi degli oggetti senza bisogno di ricompilare gli strumenti.
  • Usano un sistema forte di ereditarietà dei dati in modo da conservare esclusivamente i delta degli oggetti per minimizzare l’accesso ai dati e lo spreco di memoria.

Non mi addentro oltre nell’argomento, ma è stato davvero interessante, specie perchè toccando da vicino il lavoro che faccio adesso, mi fa piacere sapere che ditte più grandi e con molti più soldi hanno le stesse idee che abbiamo noi.

Balancing Game Mechanics Using Game Theory: Modern Analytical Approaches to Achieving Desired Gameplay Dynamics – Christopher J. Hazard

4/5 – Hmmm, mi ricorda la mia tesi

Cari amici, vi ricordate quando siete venuti alla mia laurea? Quella in cui ho condensato in dieci minuti argomenti pesantissimi di teoria dei numeri in una lezione di crittanalisi che abbiamo capito solo io e il mio professore? Ebbene ci risiamo, qui il simpatico Cristopher Hazard ha spiegato elementi di teoria dei giochi per dare importanti spunti per il bilanciamento dei giochi, specie quelli online.

Molti nel pubblico non hanno apprezzato i tanti richiami teorici e la poca pragmaticità, dato che la presentazione era impostata più che altro sugli spunti accademici da approfondire individualmente, ma ho personalmente apprezzato molto l’argomento. Di questa lezione ho disponibile una registrazione completa, se a qualcuno interessa. Sono circa 550 Mb.

Game Jamming in a Large Studio Environment – Blake Rebouche

1/5 – LOL, noob

Non è proprio una gran seconda giornata. Questo tizio, si mi si permetta di chiamarlo tizio perchè è un signor nessuno che lavora alla Bioware, per circa cinquanta minuti ci ha mostrato alcuni video sul Game Jamming, ovvero l’arte di creare giochi in 48 ore, iniziativa nata in Scandinavia nel 2003 e da allora migrata negli USA.

La proposta di Mr. Nessuno, che non ha ovviamente provato a presentare la propria iniziativa all’interno della propria azienda che è solo la più grande del mondo (Electronic Arts/Bioware), è quella di chiedere al management di organizzare un game jam in prossimità delle feste in modo da minimizzare l’impatto sulla produttività “perchè tanto il venerdi prima di natale non si combina niente comunque”.

Dovevo andare al MIGS per sentire questa proposta, ma sicuro. Il manager che è in me questo tizio l’ha già rimandato alla sua scrivania.

New Kids On the Block: Studio Heads Tell All – Gente varia più Miguel Caron, CEO di Funcom Games Canada

5/5 – Miguel stellare

Siamo giunti alla fine del MIGS, la tavola rotonda con i “New Kids on the block”, ovvero gli ultimi arrivati a Montreal. Il nostro CEO canadese, Miguel Caron, se l’è giocata con il CEO di Bioware, quello di Warner Bros Interactive e un tizio random del mondo Indie che non aveva veramente niente da dire.

Miguel mi si lasci dire è stato eccezionale. Il CEO della Warner era veramente aggressivo, quasi astioso, ha fatto qualche battuta acida su Funcom e Miguel con una punta di orgoglio ha ribattuto punto per punto con grandissimo stile, senza mai perdere la calma ma mettendo in ridicolo il viscido attaccante.

Eravamo tutti in prima fila a vedere il CEO battersi per Funcom e siamo usciti dal MIGS veramente orgogliosi di avere qualcuno così brillante a difendere i nostri colori. Mi ha motivato molto a fare sempre del mio meglio: come manager puoi difendere il tuo team se te ne fidi. Per poter avere questa fiducia, ognuno deve rendere al meglio.

Si conclude così questa esperienza fieristica, senz’altro piacevole, molto rilassata, il livello di fatica davvero basso (sono abituato a tutt’altri livelli). Un ringraziamento davvero sentito alla megaditta per avermi permesso di partecipare e a Raifu per il supporto logistico.

I saluti di oggi li faccio in simbolo, buona comprensione!

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Come gli ismi rovinano la civiltà

giugno 15, 2010

Salve a tutti,

Sono in ferie e quindi sto facendo qualche piccolo viaggio qui e lì per l’Europa che tra poco lascerò. La scorsa settimana sono stato quindi qualche giorno in Polonia a trovare il carissimo Mimmo, campione del mondo di pasticceria siciliana come senz’altro ricorderete.

Ho passato tre giorni a Danzica, con una escursione di un giorno a Malbork (che non mi diceva nulla finchè non mi è stato il nome tedesco del posto, Marienburg, la capitale dell’ordine dei Teutoni) e un giorno passato a Plock, nell’entroterra vicino Varsavia.

Non ho voglia di fare un resoconto completo del viaggio perchè sono andato in Polonia più per incontrare persone che per fare il turista, perciò mi limito agli highlight minimi, per passare poi al vero cuore di questo articolo, ovvero gli “ismi”.

Danzica è una graziosa cittadina industriale che fa parte del cosiddetto complesso delle Tre Città: Gdynia (orrendo porto industriale), Sopot (divertente e animatissima cittadina ricreativa) e Danzica (il cuore storico delle tre, in polacco si chiama Gdansk, c’è un accento sulla n che non so come scrivere). La principale fonte economica della città è il gigantesco porto industriale, con tanto di immensi bacini di carenaggio dove la costruzione di navi procede a ritmo serrato. Il centro storico è carino e si sviluppa lungo due assi perpendicolari costruiti sostanzialmente per funzioni solenni, servivano a celebrare opportunamente i sovrani in visita. L’architettura del centro storico (“Store Miasto” o Città Vecchia, lo vedi scritto in tante città in polonia) è primariamente olandese germanica, semplice ma graziosa e ben conservata poichè gli sforzi di ristrutturazione che stanno attuando in polonia sono ottimi e diffusi. Per mia personale sfortuna non sono riuscito a vedere il municipio, una delle cose migliori, proprio a causa dei lavori di ristrutturazione.

Per i miei ritmi, Danzica si vede bene in un giorno, dalla mattina alla sera, senza particolari problemi e senza escludere nulla. Interessante la cosiddetta “Corte di Artù”, usata come edificio di rappresentanza e riunione delle corporazioni, e la grande gru portuale nella zona est del centro, la più grande gru medioevale d’europa. Imponente anche la chiesa tardo gotica dedicata alla Vergine Maria.

Malbork, più nota come Marienburg se avete girato un po’ la Germania come me, è la città che ospita il castello omonimo, sede per secoli dell’ordine dei Teutoni, crociati che vennero incaricati di asservire le tribù pagane della Prussia. Dopo un lavoro eseguito per bene, il Papa concesse all’ordine possedimenti temporali, perciò si stabilirono nell’area diventando una potenza militare ed economica di tutto rispetto. Il castello è stupendo e tuttora viene costantemente restaurato anche grazie ai prestiti per gli investimenti artistici di EEA Innovation Norway (http://www.eu-norway.org/about/eeafinancial/): servono circa tre ore per una gita fatta per bene e bisogna fare attenzione perchè hanno trasformato questo sito UNESCO World Heritage in una fantastica spenneria per turisti.

Un paio di appunti sulla gita a Malbork li faccio, si trovano su Internet recensioni che decantano la incredibile semplicità con cui da Danzica si possa arrivare a Malbork in treno. Ebbene, consiglio una certa cautela che dipende da turista a turista. Innanzitutto in stazione centrale a Danzica mi è stato pressochè impossibile comunicare con chiunque, l’unica lingua parlata era il polacco e io di lingue slave so poco più di “Si” “No” e “Grazie” (ho aggiunto recentemente “Buongiorno”). Di questi treni che partirebbero “ogni 20 minuti” per andare a Malbork non c’è alcuna traccia, i treni sono frequenti ma sono ogni ora. Alcuni tra l’altro, quelli marcati “IC”, richiedono il supplemento Intercity che costa molto più del prezzo del biglietto normale (attenzione, qui potrei avere frainteso io). La stazione di Malbork è a un chilometro dal castello e dalla stazione non c’è nessuna indicazione di nessun tipo. Quando sono arrivato per la verità la stazione era mezza distrutta, la hall principale aveva tutti i vetri rotti come se fosse stata colpita da una bomba e c’era un fetore di escrementi (umani, o forse di piccioni, la stazione era una enorme latrina aviaria) soffocante che mi ha accompagnato durante tutta la visita finchè non sono arrivato al castello. In maniera più o meno rocambolesca sono riuscito a fare il biglietto di ritorno, anche se il treno che ho preso, un regionale senza supplemento, pochi chilometri fuori Malbork è stato sorpreso da un temporale con grandinata annessa durata cinquanta minuti. Siamo rimasti in mezzo alla tempesta, fermi nel nulla polacco, per più di un’ora, per arrivare poi a un paesino lì vicino dove il treno è rimasto fermo altre due ore e mezza. Ovviamente nessuna informazione disponibile, nessuno che spiccicasse una parola di non-polacco: per mia fortuna San Mimmo è venuto a prendermi in questo paesino (come stavano facendo pressochè tutti i polacchi) e dopo essere partito alle 16 da Malbork, all’alba delle 20 ero a Danzica. Quattro ore per fare 50 km non mi sembrano male! E’ chiaro che una combinazione sfortunata in realtà vale piuttosto poco, però consiglio di diffidare del servizio ferroviario locale, i treni che ho visto (e su cui sono stato) erano luridi, puzzolenti e fatiscenti. Due viaggi un po’ da incubo insomma.

A conferma di questo, cito che il buon Mimmo (che mi ha spedito a Malbork in treno) la settimana prima era andato al castello con la sua ragazza (polacca). Lui si era proposto di andare in treno ma è stato prontamente fermato dalla sua bella che categoricamente si è rifiutata. Chissà perchè? :D

Plock è una cittadina industriale con nulla di interessante, ci sono andato per motivi non turistici.

Ma veniamo un po’ alla questione spinosa di oggi: gli ismi. Mi ricordo una bella frase del mio professore di storia e filosofia delle superiori, parlando del fascismo: “Come tutti gli ismi, non è mai una buona cosa”. Non sono un grande frequentatore di mete est-europee, ma per quello che ho potuto vedere la Polonia è un paese che soffre in maniera gravissima le conseguenze di una prolungata esposizione al regime comunista.

E’ un paese in cui il regime ha lasciato cicatrici che io trovo davvero strazianti. La natura è bella, è un paese rigogliosissimo, ma le città sono deturpate da enormi centri industriali di meccanica pesante costruiti ad arte accanto alle città in modo da “motivare” le persone a lavorare lì. Paradossalmente, le città mi hanno dato una impressione di grande tossicità, mentre basta fare qualche passo fuori per trovare un paese verde e molto bello (anche se decorato da enormi casermoni veterocomunisti, le case popolari). Le persone sono fiere e operose (li definirei proprio così, i polacchi), ma le generazioni più vecchie sono completamente appiattite. Le epurazioni sociali operate da Stalin e nazisti hanno fatto sì che non ci sia praticamente una classe media che possa guidare il paese, creando una frattura profonda tra una vecchia generazione che è abituata a fare meccanicamente “quel che ti è stato assegnato” e dei giovani pieni di speranza e voglia di fare che aspirano a un più che al momento la nazione non può offrire perchè è un paese affossato nella meccanica pesantissima vecchia di ottant’anni e una realtà rurale poco avanzata.

E’ una nazione che ha evidentemente voglia di crescere ma che è strangolata da una eredità orrenda che ha sostanzialmente cancellato l’identità di ogni individuo. Credo che nei prossimi dieci o venti anni si profileranno grandi sfide per questi paesi e credo che la Polonia sia in ottime condizioni per modernizzarsi e sfruttare al meglio le proprie risorse, non posso fare altro che augurarmi di avere ragione perchè anche se gli ismi rovinano la civiltà, si può sempre ricominciare da capo.

Saluti di oggi a P. B. e a Diocleziano, imperatore di Varsavia e Puozzeche.

Toccata e fuga ad Amsterdam

maggio 18, 2010
Salve a tutti,
questo è un report da un posto che con la norvegia non c’entra nulla ma che ho appena visitato, ovvero Amsterdam (o Amsterdoom, a piacere, ciao Fanz). Sto redigendo la prima versione di questo post proprio dall’aereoporto Schiphol (in teoria sono nella Wi-Fi zone, ma non funziona…) dato che sto per lasciare la città e tornare a Oslo.
Andiamo con ordine. Maggio è un mese disastrato dal punto di vista lavorativo in Norvegia a causa degli svariati giorni di festa comandata che si trasformano ovviamente in ponti clamorosi del tipo “ti prendi un giorno di ferie e ti fai un bel weekend lungo cinque giorni”. A noi ovviamente non sono stati concessi giorni di nessun tipo dato che  l’11 Maggio abbiamo finalmente rilasciato la prima espansione di Age of Conan: Rise of the Godslayer (www.riseofthegodslayer.com).
Finora sta andando tutto bene perciò, esausto da settimane di lavoro intensissimo per completare l’espansione e stressato da un paio di brutti incidenti in ufficio (ciao Cristofio, mi fa piacere che tu ti sia dimesso, così mi risparmio la fatica), in una botta di vita improvvisa mi sono prenotato due notti di albergo ad Amsterdam e due scomodissimi voli.
Il ruolino di marcia prevede partenza da Oslo Gardermoen (l’aereoporto, quello bello) alle SEI E QUARANTA del mattino, alloggio allo Swisshotel sul Damraak e ritorno lunedi a Oslo Sandefjord (l’altro aeroporto, quello brutto e lontanissimo) alle undici e mezza di sera. Il post per il blog lo sto scrivendo ora, a proposito, perchè a quell’ora a Sandefjord ci sono solo i taxi e so già che ci vorrà un massacro di soldi per tornare a casa (meno di tutte le altre alternative disponibili, comunque).
Impacchetto tutto venerdi sera grazie alla mezza giornata libera graziosamente concessami (sotto condizione di essere reperibile) e vado a letto prestissimo per rendere la sveglia alle quattro sostenibile. Il piano funziona e arrivo correttamente a Gardermoen in perfetto orario col mio bagaglio a mano, pronto per il check in.
Nessun problema sul volo, al solito viaggio con KLM ogni volta che mi è possibile e il servizio è eccellente, il volo è
tranquillo, il personale rispetta con grande meticolosità l’ora del mattino e si assicura che ci sia silenzio, una cortesia che ho senz’altro apprezzato anche se in realtà non ne ho personalmente usufruito. Suppongo sia lecito dire che mi piace stare tranquillo.
Arrivo ad Amsterdam alle otto del mattino e alle otto e mezza sono già in centro sul Damraak e cerco lo Swisshotel. La prima reazione passeggiando per il corso principale della città è un po’ deprimente, ci sono cumuli di immondizia da fare invidia alla Napoli dei tempi peggiori, le strade sono luride e il rumore che si sente più spesso è il calcio noncurante di qualche passante alla ubiqua lattina o bottiglia per terra. Non proprio il massimo insomma.
Fortunatamente è una bella giornata, c’è un po’ di sole, è tiepido ma certamente non caldo, c’è tantissima gente in giro e c’è una divertente mescolanza di etnie che in mia opinione è rappresentativa di una nazione che ha fatto del commercio e dell’integrazione la sua bandiera.
Trovare l’albergo è facile anche se ammetto di averlo scoperto piuttosto per caso. La caratteristica principale degli Swisshotel è quella di essere signorili e spesso in marmo nero e sobrio. Ne consegue che non sono per nulla appariscenti e ciò può renderne complessa l’identificazione. Avevo una idea generale dell’indirizzo grazie a Google Maps perciò alla fine ci ho sostanzialmente sbattuto il naso contro.
Presentarmi in albergo alle otto e trenta mi crea qualche piccola difficoltà, il check out è alle 12.00 e la mia stanza non è pronta perchè l’albergo è completamente pieno. Lascio i pressochè nulli bagagli e decido di farmi il primo giro della città a piedi. L’obiettivo è il motivo principale per cui sono venuto ad Amsterdam ovvero il Museo Van Gogh.
Amsterdam è disseminata di comode indicazioni turistiche che indicano non solo la direzione dei luoghi di interesse ma anche la loro distanza, informazione utile sia per i marciatori come me che per i ciclisti.
Aaah, i ciclisti. Ci sono circa quattrocento chilometri di piste ciclabili qui (non è una iperbole, ci sono realmente) e le biciclette sono davvero ovunque. I mezzi pubblici sono molto capillari, ma quando si ha una città fatta tutta di canali e ponti, è difficile fare passare il tram. Conseguenza di queste difficoltà operative è che agli olandesi piace girare in bicicletta, la città è sufficientemente piccola da permetterlo. Un consiglio utile per gli esploratori europei in erba: come a Kobenhavn (o Copenhagen) guardate per terra, se è rosso aspettatevi di sentire scampanellate e schiamazzi per invitarvi cortesamente a scansarvi.
Mi metto quindi in marcia verso la Museumplein per andare al museo Van Gogh. Qui mi accorgo che la pianta di Amsterdam purtroppo vanifica completamente il mio naturale senso dell’orientamento. I canali infatti hanno fatto sviluppare la città in maniera decisamente non ippodamica, è piuttosto una serie di cipolle a strati incastrate in maniera più o meno regolare. Come ovvio la buccia della cipolla è curva e ne consegue quindi che il concetto di “andare diritto” ad Amsterdam non esiste. Si, lo so, mi aspetto una battuta del genere “Tanto anche se ci fossero le strade diritte non andrebbe diritta la gente”. Può darsi :D.
Ci metto un bel po’ di tempo a raggiungere la Museumplein. Il cartello all’inizio del Damraak di fronte all’albergo dice 2.6 km. Io credo di averne fatti almeno quattro o cinque, mi sono letteralmente perso almeno tre volte e la cosa che mi ha infastidito ogni volta è che tutte quante ero convinto di seguire l’effettiva direzione indicata dal cartello turistico! Dannazione!
Raggiungo la zona dei musei e scorgo rapidamente una immensa fila che esce da un edificio. Lunga. Veramente lunga. Ma davvero tanto. Mi è anche venuto in mente che in realtà il museo più vicino venendo dal centro è il museo di stato, il Rijks, che contiene moltissime opere stupende di Rembrandt. Mi metto quindi in coda e dopo un tempo DAVVERO lungo riesco a entrare.
Problema comune a gran parte delle attrazioni che ho visitato (hmmm, tutte per la verità) è l’impossibilità di fare foto, ma non importa alla fin fine credo che fotografare dei quadri sia pressochè inutile. Ci sono ottime fotografie professionali se non si può andare di persona, altrimenti nulla vale quanto essere lì. Non mi metto a parlare di Rembrandt perchè sono sicuro che sia ben noto a tutti, piuttosto mi piace ricordare quanto questo museo sia fiero della propria terra. Gli olandesi si riferiscono al loro momento di più grande trionfo, quello in cui la compagnia delle indie orientali e quella delle indie occidentali lavoravano a pieno regime, come l’Età d’Oro. Rembrandt è proprio di quel periodo perciò la parte del museo che antecede le opere è dedicata alla grandeur olandese, specie in relazione a stati come la Spagna (da cui l’Olanda si ribellò diventando indipendente), la Francia e il Giappone.
Il Giappone? Ebbene si, il Giappone. Ho scoperto in questo viaggio che l’Olanda e il Giappone hanno una stretta relazione. Durante il periodo del grande isolamento giapponese, periodo lungo centosessanta anni se non sbaglio in cui nessuna nave poteva attraccare sulle coste giapponesi, indovinate quali erano gli unici mercantili che potevano passare? Corretto, quelli olandesi! A differenza infatti di tutti gli altri invasivi europei gli olandesi, che erano già all’epoca gente simpatica e che sapeva commerciare, non si portavano dietro i missionari e non cercavano di convertire i locali alla loro religione. Ai giapponesi questo aspetto piaceva molto e ancora oggi c’è un quartiere di Tokyo che ha un nome olandese per commemorare un grande mercante. In questo momento non ricordo il nome del quartiere perchè è un po’ complicato e ovviamente è in olandese giapponesizzato (quindi figuratevi cosa ne viene fuori). Questo annedoto non è ovviamente l’unica relazione tra il Giappone e l’Olanda: sia Van Gogh che Rembrandt hanno tratto piena ispirazione dalle stampe giapponesi. Entrambi ne possedevano grandi quantità e le adoravano come hanno scritto molteplici volte.
Lascio il Rijk pensando alla duplice identità dell’Olanda: da un lato è una nazione accogliente che favorisce l’immigrazione, dall’altro è una nazione fiera della propria identità, del proprio passato e del proprio modo di essere. C’è poca arroganza nel modo di fare, cosa che ad esempio non si può di certo dire della Norvegia dove l’immigrato o si “norvegesizza” o non è benaccetto. Negli ultimi anni alcuni fatti scandalosi hanno portato anche l’Olanda verso una deriva destrorsa che sta rientrando solo ora, ma resta un paese molto progredito socialmente.
Ormai sono alla lontanissima Museumplein perciò mi metto a cercare il Van Gogh. Mi mangio un panino mozzarella e pesto a un chiosco italiano che aveva un bell’aspetto e trovo facilmente il museo dove ovviamente mi aspetta… una bella fila!
Fortunatamente l’orario mi favorisce, stanno tutti mangiando perciò la fila è “piccola”, devo aspettare solo mezz’ora. C’è poco da dire su Van Gogh che tutti non sappiano già perciò vi risparmio il polpettone culturale che potete facilmente trovare su Wikipedia in qualsiasi lingua.
Esco dal Van Gogh a pomeriggio inoltrato, la stanchezza comincia a farsi sentire perciò utilizzo il biglietto giornaliero dei mezzi che avevo comprato e mi infilo su un tram per tornare verso la stazione centrale. Il sistema di biglietti mi confonde molto perciò chiedo all’edicolante come funziona. Lui con molto candore mi risponde che è il primo biglietto giornaliero che vende nella sua vita, perciò non ne ha idea. Perfetto! Per intenderci, un biglietto è un pezzo di carta leggermente spessa bianca e blu con su scritto “1-day pass”. C’è un numero di serie e quello è tutto. Niente istruzioni, niente date, niente orari, niente di nulla. La mia teoria è che verrà timbrato da qualcuno.
Forte del criterio dei grandi esploratori urbani come me, ovvero “Do as the locals do”, mi metto in fila per salire su un tram. Ci sarà pure qualcun altro con un biglietto simile al mio, no? Ebbene scopro che il sistema è in realtà semplice. C’è un sensore che si interfaccia col chip dentro il biglietto, quando entri poggi il biglietto sul sensore e questo beepa con una lucina verde per segnalare che è tutto in regola. Facile!
Si… però. Salire è facile, quando devi scendere però accade un fatto misterioso che non sono riuscito a comprendere (non ho investigato troppo). Ovvero quando devi scendere l’altoparlante ti ricorda che devi fare il “check-out” del biglietto. Che cosa sarà mai il “check-out”? La prima volta non l’ho capito, l’ho notato solo dopo, la gente ristrofina il biglietto sul sensore e questo beepa di nuovo.
Quello che mi chiedo è a che serva un sistema del genere. Perchè devi fare il check-out? Al momento, mi sembra misterioso. L’unica teoria che ho è che ci sono dei biglietti a tempo e quindi se non fai il check-out ti bruci il biglietto (es. “Biglietto che vale sessanta minuti non consecutivi”).
Mi sistemo in albergo e si fa sabato sera. Mi pare doveroso, avendo un sabato solo a disposizione, andare nel quartiere a luci rosse, ovvero il famoso Walletjes o come lo chiamano i locali semplicemente il Wallen. Mi è sembrato importante andarci specie in seguito al forte input politico del Progetto 1012 (è il CAP del quartiere), ovvero ripulire la zona perchè, questa la ragione ufficiale, il crimine organizzato vi ha attecchito. Meglio andarci prima che sia solo una memoria del passato, no?
Parliamo un po’ di questo famoso quartiere. Innanzitutto, è pieno di gente di ogni tipo: turisti, locali, uomini, donne, bambini, qualsiasi davvero. Per chi non lo sapesse, la caratteristica principale di questo quartiere è la presenza di “finestre” (anche se sono più porte-vetro) da cui le prostitute sostanzialmente adescano i passanti. E’ un balletto interessante, se giri per il quartiere, alla fin fine quattro strade e poco più, noti questi tizi solitari dall’aspetto losco che si guardano in giro. Si fermano di fronte a una finestra, guardano meglio, poi si muovono avanti, tornano indietro, poi si fanno un altro giro, e continuano tipo trottole.
Il sabato sera il quartiere trabocca di gente, le reazioni che più mi hanno divertito sono state quelle delle ragazze per le strade (non quelle delle vetrine). Senti ovviamente donne scandalizzate dal mercimonio, quelle che ridono, quelle che sono lì con la propria ragazzA e cercano di divertirsi con una terza, quelle che si guardano schifate, quelle che sono impietrite, quelle che sono terrorizzate.
Passo la serata al live show più famoso del quartiere, ovvero il Cafè Rosso (di italiano ha solo il nome). L’ingresso è un po’ caro ma include quattro drink gratuiti e mi fa passare più di due ore di risate. Citando la sempre fedele Lonely Planet, “intrattenimento per tutta la serata, spesso comico, sovente senza volerlo”. Highlight della serata è una stangona dell’est che sale sul palco sostanzialmente ipnotizzata, ripetendo una sequenza di movimenti che o ha provato dieci minuti prima o sa a memoria fino alla nausea. Uuuh, eccitante. Eh, si.
Vabbè, fine per la prima giornata, i piedi cominciano a reclamare.
Domenica dormo male (anche perchè diciamocelo che quattro drink al Cafè Rosso in una atmosfera sostanzialmente tossica non è che facciano poi bene) perciò mi trascino stancamente al suntuoso ristorante dello Swisshotel e mi faccio spennare dalla colazione alberghiera. Non importa, ho bisogno di energie.
Il mio biglietto giornaliero è ancora valido perciò decido di andare a vedere la casa di Anna Frank, la ragazzina ebrea autrice del diario che probabilmente tutti conoscono. Per fugare ogni dubbio, riassumo la triste storia: i Frank sono una famiglia ebrea che si trasferisce da Francoforte ad Amsterdam perchè il padre di famiglia, Otto, nasa che in Germania le cose si stanno mettendo male (è il 1933). Nel 1940 la Germania conquista l’Olanda e comincia l’emanazione di leggi razziali. I Frank decidono nel 1942 di entrare in clandestinità abitando “la casa sul retro”, ovvero una parte della sede della ditta di condensanti per marmellata di Otto Frank. Nel 1944 i Frank vengono traditi (mai stato scoperto da chi) e vengono deportati. L’intera famiglia, compresa la talentuosa Anne, viene sterminata dalla malattia, dagli stenti e dalle camere a gas. Anne pensate muore a pochi giorni dalla liberazione del campo di Bergen dove era tenuta prigioniera, colta dal tifo che ha appena ucciso la sorella Margot. Il padre Otto, per giustizia universale, sopravvive al campo di sterminio di Auschwitz e vive per raccontare la loro storia. Morirà nel 1981 all’età di 91 anni, dopo avere pubblicato il diario di Anne in più di settanta lingue.
C’è poco da dire sulla casa di Anna Frank. La coda è interminabile ma ne vale la pena. E’ un luogo in cui entri e piangi, versi le lacrime più amare della tua vita, pensando agli orrori indicibili che l’umanità ha compiuto in nome di ideali che non posso definire in altro modo se non idioti (e idiota è chiunque pensa che tali ideali abbiano il benchè minimo valore, in qualsiasi forma). C’è una bellissima citazione di Primo Levi sulla guida ufficiale della casa, non la ricordo a memoria ma recita più o meno così: “E’ forse meglio che solo la storia dei Frank sia così nota e famosa, perchè se dovessimo soffrire per tutti queli come noi che hanno sofferto, non potremmo più vivere.”. Come dargli torto.
Nell’atrio della casa, quando si va per uscire, c’è una bella sezione interattiva dedicata alla discriminazione nel mondo. E’ molto interessante, vengono fatti ciclare a rotazione brevi filmati di un paio di minuti che presentano una situazione controversa riguardante i diritti fondamentali. Il pubblico presente può avvicinarsi ad apposite colonne dove può votare “Si / No” alla domanda “riassuntiva” di fine filmato.
Io ho partecipato a due votazioni. Il primo filmato parlava del divieto, in Germania, di possedere, produrre e indossare qualsiasi indumento che riproduca effigi naziste di qualsiasi tipo. La domanda finale chiedeva se è giusto questo divieto che limita il diritto individuale. Ha vinto, con un largo margine, il Si. Il secondo filmato, neanche a farlo apposta, era dedicato all’annosa questione del crocifisso nelle aule in Italia. Il sondaggio finale chiedeva se il simbolo sacro andava rimosso dalle classi oppure no. Ha vinto il Si, di pochissimo.
Profondamente commosso dalla visita alla casa dei Frank, decido di andare a tirarmi su di morale a Chinatown dove spero di trovare del buon cibo orientale. Vado a mangiare al Good Fortune, un posto che i locali consigliano per il Dim Sum (per i lettori italiani che non sono mai usciti dall’italia dove il Dim Sum non ce lo abbiamo: i piatti stile “ravioli al vapore” sono Dim Sum). E’ strapieno perciò vengo messo al tavolo con una tizia tailandese.
La tizia tailandese è molto carina, silenziosissima, si guarda attorno continuamente, ha un paio di vistosi orecchini a stella ed emana un certo odore molto caratteristico del quartiere a luci rosse (non sono un esperto ma a girare per il quartiere si sentono solo tre odori: urina e cannabis). Questa qui, mi sono detto, è una che ha appena “lavorato” o che ci sta andando.
Ebbene ho ragione, si chiama Kika (ho cambiato lo pseudonimo in un altro) ed è una ragazza in vetrina. Non ha particolare pudore nel dirmi quello che fa e a quel punto non mi lascio scappare l’occasione di avere più informazioni su questo quartiere strampalato. Non ho dubbi che lei stesse solo cercando di accalappiarsi un turista cliente, ma alla fin fine i motivi personali non importano.
Mi racconta che è tailandese di vicino Bangkok, il posto esatto è ovviamente impronunciabile. Ha vissuto in germania un po’ di tempo, facendo anche lì la prostituta, poi si è trasferita ad Amsterdam dove, dice lei, la trattano meglio. Questo “la trattano meglio” mi sa di orrendo protettorato perciò le chiedo di spiegarmi meglio come funziona la faccenda. E’ davvero molto interessante.
Una ragazza tipicamente non ha bisogno di altro che una “camera” per offrire le sue prestazioni. Le camere le affittano appositi servizi, spesso gestiti da donne, che noleggiano quegli strani loculi che si vedono per strada nel quartiere. Il prezzo dell’affitto dipende dalla zona in cui si trova e da quanto è carino, in generale però sono sufficienti uno o due clienti per turno per pagarlo: tutto il resto resta alla ragazza (che però dovrà poi pagarci le tasse!).
Le camere vengono pulite ogni giorno in maniera più o meno meticolosa (ci sono zone “di pregio” e altre meno), sono riscaldate e profumate, dotate di cassetta sicura in cui riporre i soldi e ovviamente di letto e altre amenità utili al “servizio offerto”. Lei, mi racconta, lavora nel posto migliore di tutti che è una zona al coperto abbastanza distante da dove siamo. Non so dove sia ma ovviamente le faccio i complimenti. Un’altra caratteristica delle camere è che hanno il Pulsante.
Il Pulsante è l’allarme collegato alla luce sopra la vetrina. Viene premuto se qualche cliente si mette a fare cose che non dovrebbe. In quel caso, dice lei ridendo, quello slavo sdentato fuori dal ristorante ti rovina di botte prima che arrivi la polizia. E pensare che io pensavo che tutti quei tipi loschi fossero clienti… non lo sono! Sono quelli che si assicurano che non succeda nulla alle ragazze, le accompagnano fuori dal quartiere per essere sicuri che nessuno le segua e si prendono in generale cura della loro sicurezza.
Per finire le chiedo se le piace Amsterdam e mi racconta che il tempo è una colossale schifezza e che non le piace la gente, spesso quando qualcuno vede una ragazza così carina da un paese orientale la approccia direttamente con un galante “quanto vuoi per sc**are bambolina” che ovviamente è molto umiliante.  Mi racconta con un certo sollievo che da martedi è a Milano per una settimana con una amica a fare shopping. Spera di trovare bello lì. Le dò qualche dritta per quel che mi ricordo di Milano e mi saluta, perchè tra un po’ è il suo turno.
Il pomeriggio lo passo in giro per Chinatown verso il Nieumarkt, faccio anche in tempo a vedere la cerimonia della preghiera al tempio cinese buddista, il primo e più grande d’europa. Un bonzo donna esorta i cinesi alla preghiera mentre noi turisti pecoroni assistiamo in silenzio. Molto rilassante, ne avevo bisogno.
La sera, stanco morto, ritorno in albergo dopo una bella passeggiata lungo il Damraak fino alla celebre piazza Dam.
Lunedi è l’ultimo giorno e mi informano con mio terrore che le ceneri vulcaniche hanno causato la chiusura dell’aeroporto. Fantastico, penso io, un altro giorno qui! Magari mi risparmio la terrificante tariffa per tornare da Sandefjord a Oslo!
Sperando di rimanere bloccato qui, vado al Nam Kee, sempre a Chinatown, il ristorante che da anni vince il premio come miglior ristorante cinese di Amsterdam. C’è una ressa oceanica perciò anche oggi mi tocca mangiare con qualcun altro, una ragazza decisamente straniera dall’aspetto distinto. Parla inglese con accento americanissimo perciò le parlo: si chiama Coleen, è di Washington e lavora per una fondazione no-profit qui ad Amsterdam, aiutando la distribuzione di viveri nei paesi poveri e costruendo servizi idrici.
Passo un pranzo spensierato e si fa ora di andare, l’aeroporto ha riaperto e KLM consiglia di andare MOLTO per tempo. La fila è oceanica e solo poco fa sono riuscito a sedermi qui, nella food court, per scrivere questo post.
Scusate per la lunghezza, ma volevo lasciare i posteri tutto quanto!
Saluti di oggi a Kika e a Coleen per la compagnia. Saluti specialissimi al Figarella Racing Team, con particolare attenzione a Francisco F. e a Micheal L.
Studio libero!

Future Film Festival 2010!

febbraio 18, 2010

Salve a tutti,

scusate il ritardo ma sono parecchio impegnato in questo ultimo periodo, è circa un mese che si lavora 12+ ore al giorno e ho molte novità in ballo che per ora non posso scrivere sul blog. Nonostante la grande quantità di lavoro, sono rientrato in italia qualche giorno per assistere all’annuale immancabile appuntamento con il Future Film Festival.

Non ho molto tempo per scrivere il report quest’anno, perciò cominciamo subito…

Il festival si apre in maniera placida, vado a ritirare il pass da Shogun Sostenitore, porto a casa tutti i gadget collegati allo shogunato e comincio a fare il piano delle proiezioni. Il sempre valido Cesare quest’anno ha condiviso con tutti gli Shogun il suo schema dettagliatissimo pronto all’uso che permette di incastrare automaticamente tutte le proiezioni in una unica panoramica utilissima. Io continuo a essere fedele alle vecchie pratiche, ovvero prendere un programma e scarabocchiarlo in maniera invereconda per incastrare tutti gli eventi.

La prima reazione che ho, vedendo il programma, è che per la prima volta nella storia del festival c’è una sola sala riservata alle proiezioni che non siano corti, ovvero il Teatro Duse. Sapevo che quest’anno c’erano stati problemi di budget, ma non mi aspettavo una cosa così ristretta. “Poco male”, ho pensato, dopotutto il Duse è vicino a casa, alla fin fine poco importa.

Les Lascars - di Emmanuel Klotz, Albert Pereira-Lazaro, Francia 2009

5/5 – Atmosfera urban, combriccola di “sfigati”, mille risate

Lungometraggio basato sulla serie francese Lascars che dipinge la vita “puro stile west coast” di un gruppetto di giovani che vivono in qualche banlieu indefinita. Gli eventi e i personaggi sono assolutamente classici per questo tipo di produzioni (qualcuno ricorda qualche anno fa The District, produzione ungherese? divertentissimo anche quello): i protagonisti sono due imbecilli, si mettono nei guai con qualche capetto locale che stranamente è un energumeno sanguinario, tutti i loro amici pensano che siano delle mezzeseghe, uno dei due si innamora di una donna irraggiungibile di estrazione sociale completamente diversa.

Ebbene, nonostante gli elementi del mix siano completamente classici per il genere, la realizzazione è divertente, ha un ritmo fantastico che fa passare più di un’ora e mezza di film con grande spensieratezza e soprattutto ammazza il pubblico dalle risate. Eccezionale caso di passaggio di successo dalla serie tv al lungometraggio.

Panique au village – di Stephane Aubier, Vincent Patar, Belgio 2009

2/5 – Soporifero collage scombinato di cortometraggi

Ancora non riesco a capacitarmi di come abbia fatto a vincere il Platinum Grand Prize che è il premio principale del FFF2010, ma non posso fare altro che adeguarmi. Panique au village è un lungometraggio tratto da una serie di corti che hanno per protagonista un cavallo, un indiano e un cowboy, tutti quanti soldatini animati in stop motion. I primi venti minuti del film passano devo dire assai lietamente (motivo per cui è un 2/5), ma ben presto il tedio soppianta ogni tipo di risata. La trama è un insieme scombinato e confuso di pretesti debolissimi per collegare una serie di gag probabilmente provenienti dai corti… e non funziona per nulla.

Lezione di cinematografia di oggi: se hai una buona serie di corti e ottieni il lungometraggio semplicemente incollandoli in sequenza, non ottieni un buon film.

The Hole 3D – di Joe Dante, USA, 2009

3/5 – Teen thriller in cui l’uso del 3D è sostanzialmente ininfluente.

Proiezione d’apertura del festival è The Hole in 3D, il nuovo thriller adolescenziale di Joe Dante. Una famiglia in fuga dal padre violento si rifugia in un paesino. Nella nuova casa trovano una botola sigillata che ospita oscuri segreti. Ovviamente la curiosità dei ragazzi di casa porterà all’apertura della misteriosa botola con il conseguente riversamento nel mondo reale delle peggiori paure di ognuno.

Senza infamia nè lode, ampiamente godibile e ben fatto, anche se il 3D non aggiunge pressochè nulla all’esperienza.

Otra Pelicula de huevos y un pollo – di Gabriel & Rodolfo Riva Palacio Alatriste, Messico, 2009

3/5 – Banale

Ecco un’altra pellicola sulle divertenti uova messicane. Le uova sono tornate e questa volta se la devono vedere con un malefico uovo stregone che per creare una pozione incredibilmente potente ha bisogno di un pollo giovane e perfetto, ovvero il protagonista. Una volta identificata la sua vittima, lo stregone prepara un esercito di uova zombie e di scorpioni assassini per cercare di catturarlo, ovviamente senza successo.

La tecnica è la stessa del primo film, però perso l’effetto novità di quest’ultimo, è solo una storiellina sconvolgentemente banale. Non si prende un due solo perchè il personaggio Pancetta è stupendo.

Yona Yona Penguin – di Rintaro, Giappone, 2009

3/5 – Didattico

Cosa può succedere a una ragazzina che vaga per la città di notte con indosso un costume da pinguino che le ha regalato il padre scomparso? Ma è ovvio, verrà scambiata per il leggendario uccello senza ali e portata in un mondo fantastico in cui il signore delle tenebre vuole conquistare il mondo!

Colorata storia per bambini giapponesi, tramite una trama semplice lo spettatore viene esposto a molti concetti shintoisti, rendendo questo lungometraggio un momento di istruzione divertente. Senza troppe pretese, molto ben realizzato, sicuramente un bel lavoro.

First Squad: The moment of truth – di Yoshiharu Ashino, Misha Shprits, Aljosha Klimov, Giappone/Russia, 2009

3/5 – Vero o falso?

Frutto di una inconsueta cooperazione tra Giappone e Russia, questo anime racconta la storia di speciali agenti ESP al servizio dell’armata rossa. La rappresentazione è ovviamente ultrafantastica (tra gli agenti abbiamo le tipiche ragazzine russe armate di katana) ma ciò che rende il tutto interessante è la costante presenza di interviste a psicologi, storici e sopravvissuti di guerra o presunti tali che commentano gli eventi dell’anime ricordando l’ossessione non solo nazista riguardo l’occulto e il paranormale.

Non sono andato a fondo nella questione perciò non so se sia tutto vero oppure no, però senz’altro è interessante.

Goemon, di Kazuaki Kiriya, Giappone, 2009

4/5 – “Ci davano dei soldi solo se facevamo un film su Nobunaga, allora ce lo abbiamo incollato alla fine”(TM)

Filmone in costume di una classicità esuberante uscito nelle sale giapponesi nel 2009. Viene narrata la storia di Goemon, ladro guerriero che ruba dalle casse dei ricchi per donare ai poveri e non per nulla chiamato il Robin Hood giapponese. Non c’è una Lady Marion qui, nè un re lontano che partecipa alle crociate, c’è però una sanguinaria lotta di potere che porterà il celebre Nobunaga a diventare il primo imperatore del Giappone a portare la pace per anni.

La storia è solo un pretesto per una quantità di botte eccezionali e nonostante molti dialoghi siano imbarazzantemente banali o ridicoli (“La bellissima Chacha” ha fatto ridere più di qualcuno in sala), il film soddisfa la fame di schiaffoni e spadate di quest’anno in maniera più che buona.

Il team dietro il film è lo stesso di Kyashan che tuttavia mi era piaciuto molto meno, specie per le scelte di regia particolarmente brutte che rendevano le scene d’azione incomprensibili. Fortunatamente quelle scelte non sono state ripetute in Goemon.

McDull, Kung Fu Kindergarten, di Brian Tse, Hong Kong/Cina/Giappone, 2009

2/5 – Dimenticabile

McDull è un maialino di Hong Kong che non è buono a nulla, ma fa della sua totale incapacità un punto di forza (comico). Il primo film dedicato al maialino era altalenante in quanto a qualità: alcune parti erano ben studiate, altre un tedio totale. Il secondo film era letale nella sua bruttezza. Il terzo era un piccolo capolavoro (recuperate report precedenti!). Mi aspettavo quindi qualcosa di almeno decente del quarto, quantomeno per avere una gamma completa di valutazioni.

Purtroppo mi sono trovato di fronte a un bellissimo film sponsorizzato dalla fondazione cinematografica di stato, con coinvolgenti spot sulla culla della civiltà cinese (il fiume giallo per intenderci), la storia del Kung Fu e simili marchette paragovernative. Difficile dire se sia stato l’effetto di qualche ricatto nei termini di “o ci fate una marchetta oppure non vi facciamo neanche uscire nei cinema” ma i richiami a Hong Kong sono quasi completamente scomparsi (si vede forse in due inquadrature) e tutto quello che succede è che McDull va in un convento-scuola elementare che ha integrato l’insegnamento classico col Kung Fu. Le speranze volano altissime all’arrivo dei primi riferimenti alla Tigre e il Dragone, ma purtroppo queste stesse speranze si frantumano precipitando al suolo quando si scopre che non erano altro che quattro battute gettate allo sbaraglio.

Grande delusione.

In the Attic: Who has a birthday today? – di Jiri Barta, Repubblica Ceca / Slovacchia / Giappone, 2009

3/5 – Stop motion economica che parafrasa la liberazione dal comunismo oppressivo

In una soffitta polverosa tutto è animato quando gli uomini non sono in giro: una bella bambola è bramata dal busto di un politico ?russo? che muove le sue legioni di esseri luridi per appropriarsi della ambita compagna. Quando questa viene rapita e imprigionata, gli amici della bambola affronteranno il pericolosissimo viaggio “verso le montagne” (ovvero gli scaffali più lontani, oltre la linea del bucato) per salvarla. Tralasciando la trama, la vera storia che più di qualcuno ha visto dietro questo film in stop motion è una parafrasi della caduta del comunismo a opera di persone di buona volontà e ideali democratici. In questo senso, piuttosto apprezzabile.

Under the Mountain, di Jonathan King, Nuova Zelanda, 2009

2/5 – Teen thriller con risata assicurata

Teen thriller #4878273 sui superuomini mostruosi che si stanno risvegliando per conquistare la Terra dopo milioni di anni di sonno. Gli unici che possono salvare la situazione sono due gemelli che possono comunicare tra di loro telepaticamente e che per questo motivo possono brandire degli anonimi sassolini imbevuti del potere di superuomini extraterrestri capaci di manipolare il fuoco.

Storia banale e anche questa, come McDull, probabilmente inquinata da un sacco di marchette governative (imperdibile la panoramica di Auckland…) ma il film è involontariamente comico a causa del DEVASTANTE accento neozelandese di pressochè tutti gli attori. Per chi non sapesse com’è l’accento neozelandese, vi suggerisco come simularlo: parlate in inglese, ma ogni volta che pronunciate la lettera “e” inglese sostituitela con la “i” italiana. Immaginatevi una scena drammatica parlata tutta così: risate garantite.

Making of di Avatar, con Joe Letteri di Weta Digital

Strepitoso incontro con Joe Letteri che ci ha presentato il making of di Avatar, spiegandoci i misteri del motion capture “made in Weta” e come il film sia stato realizzato quasi completamente in digitale. Scriverò magari sul blog qualcosa di più, ma è stato un incontro veramente interessante anche perchè gran parte delle tecniche usate sono molto simili a quelle che usiamo noi nella game industry.

Edison & Leo, di Neil Burns, Canada, 2008

5/5 – Thomas Edison, genio, pazzo, paranoico

Momenti di grandissime risate grazie a questo capolavoro canadese. Sapevate che Thomas Edison aveva un figlio capace di emettere scariche elettriche? E sapevate che Thomas Edison rubava artefatti in giro per il mondo per il solo gusto di possederli? E sapevate che facendo questo si era fatto nemici in ogni parte del globo? No? Allora dovete vedere Edison & Leo!

Stop motion in plastilina tradizionale in stile Wallace & Gromit se vogliamo, comico dall’inizio alla fine, consigliato senza riserve.

Bumba Atomika – di Senesi Michele, Italia, 2008

5/5 – La chicca del festival

Mentre io ero al cinema a vedermi Avatar (dato che tutti l’avevano visto e io no, ho pensato di rimediare), mi sono perso questo enorme capolavoro. Questo il succo del film: come si fa a fare dei soldi? Semplice, vendendo cadaveri! Stando alle parole di Cesare, “passati i primi venti minuti di ribrezzo, il film diventa un fuori scala che lo trasforma in un capolavoro stupendo che rimarrà per sempre nei nostri cuori”.

20th Century Boys Chapter 2 & 3, di Yukihiko Tsutsumi, Giappone, 2009

3/5 – Declino continuo per una bella storia che non esalta

Eccoci di fronte a una delle imprese più massacranti del festival, la proiezione in sequenza dei due restanti capitoli di 20th Century Boys, trasposizione cinematografica dell’omonimo fumetto. La storia si può riassumere così: un gruppo di bambini scrive un libro di profezie, i bambini crescono ma uno di loro è rancoroso e comincia a farle avverare. Purtroppo per la Terra, le profezie sono quasi tutte catastrofiche e l’Amico, questo il nome che il rancoroso vendicatore assume, non si fa scrupoli a sacrificare le vite di tutti pur di far parte del gioco cominciato da bambini.

La serie si chiude in maniera perfetta non lasciando aperto nessun filone di trama, tuttavia non può che rimanere l’amaro in bocca per la soluzione alquanto scontata del finale. Ci si trova di fronte a un delitto della stanza chiusa in cui i colpevoli possono essere solo ed esclusivamente Gianni, Franco o Pino e si scopre che il colpevole è OVVIAMENTE Antonio come si poteva capire da questi facilissimi indizi.

Bello ma poco convincente, ci si aspetta costantemente di più, ma questo più non arriva.

Oblivion Island: Haruka and the Magic Mirror, di Shinsuke Sato, Giappone, 2009

5/5 – Coloratissimo e con un orsacchiotto di nome Cotton

Sono ancora scandalizzato dal fatto che quella sbobba soporifera di Panique au village sia stato preferito a questo delizioso treat colorato, ma dovrò farmene una ragione. Haruka è una ragazzina come tante ma ha un papà perennemente occupato dal lavoro. Pregando a un tempietto scopre che ci sono degli spiriti che si appropriano di tutti gli oggetti che vengono dimenticati. Inseguendo uno spirito che le ha rubato le chiavi di casa si ritrova proiettata nel mondo degli oggetti dimenticati in cui il governante locale, un mostriciattolo senza scupoli molto preoccupato dalla sua immagine, ha messo le mani sullo specchio che la mamma defunta aveva regalato ad Haruka. Tra mille (coloratissime) peripezie Haruka ritroverà il suo delizioso orsacchiotto Cotton e si riimpossesserà dello specchio, facendosi nuovi amici e abbattendo un dittatore.

Per bambini dite? Forse, ma semplicemente bello.

Mai Mai Miracle, di Sunao Katabuchi, Giappone, 2009

5/5 – La potenza dell’immaginazione non è mai stata resa così bene

In qualche modo simile ad Haruka, Mai Mai Miracle è un altro lungometraggio anime per giovani che narra la storia di un gruppo di bambini che abitano vicino. Grazie alla loro fervida immaginazione creano mondi fantastici che sono talmente forti da influenzarli a vicenda. Quando una timida ragazza di città arriverà nel gruppo, la aiuteranno a scatenare la sua fantasia e a liberarsi dei tanti pesi che gravano su di lei, portandola verso una beata spensieratezza che non può essere altro che contagiosa verso lo spettatore.

Ho sentito più di qualche commento negativo nel pubblico che sosteneva che Mai Mai Miracle fosse soporifero per i bambini: non è quel che ho visto.

King of Thorn, di Kazuyoshi Katayama, Giappone, 2009

3/5 – Pasticcio confuso e incomprensibile ma ben realizzato

In un futuro vicino il virus medusa uccide le persone pietrificandole. Non avendo nessuna cura per tale malattia, una corporation costruisce un centro di ibernazione criogenica in un vecchio maniero isolato e seleziona 100 persone perchè siano salvate e traghettate verso un futuro migliore in cui una cura esiste. Il progetto va male e viene interrotto dopo solo due giorni: i pazienti si svegliano tutti e scoprono che il castello è ora pieno di creature orrorifiche assatanate di sangue.

Versione splatter della bella addormentata nel bosco, questo anime è talmente confuso e lambiccato (oppure ha buchi di trama, se qualcuno mi può spiegare come mai l’ultimo personaggio rivelato ha la cicatrice sul braccio mi fa un piacere) che tuttora stiamo ancora discutendo su chi è chi. Diciamo che il suo fascino sta nel fatto che l’idea della storia è bella e si può discutere per ore su come si pensa che siano andate le cose. Lo stesso appeal di Lost, per intenderci.

Eureka Seven: Good night, sleep tight, young lovers – di Tomoki Kyoda, Giappone, 2009

2/5 – Collage di scene ridoppiate

Gli alieni misteriosi attaccano la terra senza motivo e mandano tra gli umani dei robot umanodi con il compito di studiare il comportamento degli umani. Ricavato da una serie tv, questo film è… letteralmente ricavato: è un collage di pezzi già esistenti nella serie ridoppiati e incollati con alcune scene di tramite. La storia è stiratissima e ritrita: giovane si innamora di robot umanoide e giura di proteggerla fino alla fine anche se questo significherà per entrambi ribellarsi contro la propria gente.

Belle sequenze robotiche, dimenticabile il resto.

Nat e il segreto di Eleonora – di Dominique Monfery, Italia/Francia, 2009

4/5 – Una bella produzione italo francese

Grazie ai fratelli francesi riusciamo a piazzare anche un bel prodotto per famiglie. La nonna Eleonora passa a miglior vita e lascia in eredità i suoi libri di fiabe magici a Nat, un ragazzino scontroso che ancora ha difficoltà a leggere. Quando i genitori di Nat vogliono provare a vendere i libri per riparare la casa, Nat scopre che i libri sono magici e che se non diventerà il loro nuovo custode tutti i personaggi delle fiabe scompariranno per sempre. Da qui scaturiscono una serie di avventure fantastiche di sicuro intrattenimento per grandi e piccini in una formula che è ormai più che collaudata da Disney & soci.

Gamer – di Mark Neveldine, Brian Taylor, USA, 2009

3/5 – Bella atmosfera cyber

In un futuro molto vicino, i detenuti vengono usati per giocare a un discendente di Counterstrike in cui si rischia la pelle sul serio. Tutto è conseguenza dei dispositivi di controllo mentale creati dal cattivo di turno che non fanno altro che sfruttare una perversità al limite del sadomaso estremo: le persone possono farsi pagare per essere controllate o pagare per controllare qualcuno.

L’idea è interessante e la trasposizione di questo futuro prossimo molto cyber è resa veramente molto bene, sembra davvero di guardare una evoluzione grottesca di The Sims, tuttavia Gamer risulta alla fin fine piuttosto trascurabile dato che si arriva al confronto finale con relativa risoluzione della situazione in un lasso di tempo brevissimo, dando la netta sensazione che manchi l’intero corpo del film.

In poche parole, tutto fumo e niente arrosto, anche se il fumo è piuttosto bello.

Direi che questo è tutto per quanto riguarda le proiezioni, mi scuso ancora se quest’anno il report non è profondo come al solito, ma ho troppo poco tempo per farlo per bene.

Vorrei spendere due parole però su quanto “successo” durante la cerimonia di chiusura del festival, ovvero il pubblico annuncio dei direttori (ciao Oscar, ciao Giulietta) della scandalosa quasi-assenza del comune di Bologna dai principali sponsor della manifestazione. Trovo alquanto vergognoso che una città che ha fama di essere (e che cerca di essere) culturalmente avanzata, vicina ai giovani e moderna, possa dare una miseria come 15,000 euro a un festival che da anni onora la città della sua presenza. Purtroppo per la nostra città, come Giulietta ha detto, il festival si chiama Future Film Festival e non Bologna Film Festival, non c’è nulla nè nei simboli nè nei logo che lo leghi inequivocabilmente a Bologna, perciò trovo naturale che stiano considerando una rilocazione in sede più favorevole. Avrei il rammarico individuale, tuttavia, di non potervi più probabilmente partecipare e di vedere una delle mie attività tradizionali venire scaraventata in un contesto completamente diverso.

Non posso che augurarmi una felice composizione di questo contrasto e archiviare quest’anno, senz’altro un po’ in sordina, semplicemente nell’enorme faldone scusa-tutto intitolato “Che ci vuoi fare, c’è la crisi”(TM).

Ringraziamenti di oggi allo Shogunato e a tutti quelli che hanno usufruito dei privilegi associati al nostro rango. Un saluto speciale anche a quella ragazza che su facebook si è ricordata di noi definendoci leggendari individui che non si perdono neanche una proiezione. Grazie, sei stata molto carina :).

Harry Potter e il Principe Mezzosangue

luglio 31, 2009

Salve a tutti!

Come promesso recensisco il nuovo film di Harry Potter visto alla sala IMAX al South Bank di Londra. Sono andato il secondo giorno di spettacoli dato che mi trovavo a Londra proprio in quei giorni. Trovare un posto non è stato facile e ho infatti preordinato il biglietto via Internet con due settimane di anticipo. La fortuna mi ha assistito e mentre il cinema si riempiva oltremisura, i quattro bambini accanto a me non si sono presentati se non tardissimo con la maschera a film cominciato, permettendomi quindi di spostarmi su uno dei loro posti (più centrali).

Cosa ti metti, a fare spostare la gente quando già sei arrivato tardi? Ovviamente no :D. Quindi mi sono goduto una bellissima visione centrale del film.

Bando alle ciance, recensione! Il formato è il solito che uso da dieci anni ormai.

Harry Potter e il Principe Mezzosangue – 2/5

In breve: Divertente, ma vuoto di contenuti. Un film ponte.

Premettiamo subito una cosa che spero riduca l’impatto di un votaccio come 2/5: mi sono divertito. Senz’altro questo nuovo HP non è brutto, esci dal cinema divertito. Ci sono tuttavia parecchie cose che non vanno proprio bene per niente. Comprendo i motivi per cui sono state fatte, ma non li condivido.

Parliamo un po’ della trama. Vi premetto che ho letto i libri e visto il film in inglese perciò mi perdonerete se non conosco le traduzioni di tutti i personaggi. Lord Voldemort è scatenato e i suoi Mangiamorte sono in giro per l’inghilterra a compiere gli atti più indicibili (distruggono perfino il Millennium Bridge come si vede nei trailer che circolano da praticamente un anno). Nel frattempo a Hogwarts le lezioni si susseguono con l’aggiunta del professor Slughorn alla compagine dei professori. Slughorn (interpretazione magistrale devo dire) è un personaggio fondamentale: è colui che ha svelato, pur involontariamente, alcuni segreti al giovane Tom che diventerà poi Voldemort. Dumbledore/Silente non rimane ovviamente a guardare e incoraggia Harry a entrare in confidenza con Slughorn per capire che segreti ha rilevato a Voldemort. La scoperta di questa verità metterà Harry sulla strada giusta per la sconfitta finale di Voldemort che, a scanso di equivoci, non avviene in questo film.

La trama è intensa, a mio parere il sesto libro è uno dei più drammatici e intensi, succedono cose importantissime che scuotono fin dalle fondamenta l’intero mondo di Harry Potter. Il problema fondamentale di questo film è proprio qui: alcuni di questi eventi importantissimi NON accadono. Non mi sono mai lamentato del fatto che un film non sia “uguale” a un libro, la trovo una cosa molto molto sciocca, sono mezzi comunicativi completamente diversi e un film ispirato a un libro non sarà mai ciò che tu ti sei immaginato leggendo il libro. Sono inoltre perfettamente cosciente che bisogna fare delle scelte di sceneggiatura perciò è inevitabile che non ci sarà tutto quello che c’è nel libro.

E’ qui che casca l’asino, la scelta di cosa tagliare e cosa mantenere è molto, molto discutibile. Nel sesto libro, noto anche come il libro degli ormoni, tutti i giovani protagonisti cominciano ad avere voglie carnali: l’intero film è condito di sdolcinatezze volutamente ridicole che fanno ridere i primi 5 minuti, ma diventano ben presto eccessive. Il tempo non trascurabile dedicato a tutte queste frivolezze viene pagato nelle parti finali del film quando finalmente accadono alcuni degli eventi più importanti di tutta la saga di Harry Potter.

Ebbene questi momenti epici che qui non cito per non rovinare la sorpresa a nessuno, sono molto, molto deludenti. Non solo la conclusione del film è estremamente anticlimatica perchè manca di mordente ed è semplicemente triste, ma la rimozione di uno specifico evento che accade nel libro cambia *completamente* la percezione che lo spettatore riceve di alcuni personaggi.

Non ho nessun problema con cambiamenti di trama dovuti ad adattamenti cinematografici, tuttavia questa omissione non cambia semplicemente la sequenza temporale degli eventi, cambia completamente ciò che viene trasmesso allo spettatore. Se leggete il sesto libro, alla fine del sesto libro direte: “Wow, ora ho capito.”. Se vedete questo sesto film, la reazione finale sarà di confusione (dati i parecchi tagli che rendono la trama non chiarissima a chi non conosce i libri), rabbia per quello che succede e di delusione perchè il finale è affrettato.

Insomma, nonostante ci siano alcuni eventi eccezionali resi benissimo, nonostante Emma Watson sia “cresciuta molto bene”TM, nonostante ci siano molti momenti divertenti, questo film è di fatto inconcludente. Capisco che debbano riempire gli ultimi due film (ebbene si, finale in due film) con un sacco di materiale, ma rimuovere quella specifica scena da questo film lo ha completamente snaturato, trasmette un messaggio completamente diverso da quello che dovrebbe. Difficile giudicarlo in maniera più che mediocre.

Saluti di oggi a Giorgione che da oggi legge il mio blog col traduttore automatico di Google :D.

Shooting Silvio

aprile 28, 2009

Salve a tutti!

Ho letto di recente tutta la polemica riguardante il palinsesto di Sky che comprendeva questo film, Shooting Silvio. Ovviamente poichè ormai ci troviamo sotto una dittatura il film incriminato è stato rimosso dalla programmazione. Altrettanto ovviamente non mi sono potuto esimere dal vederlo, perciò ecco la recensione di questo “scandaloso” lungometraggio.

2/5 - Shooting Silvio

In breve: Intellettualoide e piuttosto amatoriale.

Giovanni, in arte Kurtz, è un ragazzo sbandato con un sacco di soldi. E’ un artista eccentrico che raduna i propri amici per proporre loro di scrivere un libro: Shooting Silvio. Ognuno degli amici dovrebbe contribuire una pagina con un modo, metaforico o fisico, di liberarsi di Silvio B.. Il progetto naufraga immediatamente, nessuno degli amici crede nel progetto perciò Kurtz preferisce scrivere da solo.

Dopo essere stato convinto dall’amico più caro che anche questa è una idea sciocca, si mette in testa di eliminare Silvio B. fisicamente una volta per tutte. Gli amici e la fidanzata lo lasciano, mentre lui insieme a una tossicodipendente di nome Melanie idea un raffazonato piano. Non vi racconto come finisce per non guastare la visione a nessuno.

Trama a parte, pressochè inesistente, questo Shooting Silvio soffre penso di un eccesso di ricercatezza. La partenza è buona, con il bellissimo sketch pieno di simbolismo sull’ignoranza che trasforma però la pellicola in un bianco e nero (salvo un pesce rosso) ormai abusato da tante opere amatoriali. La recitazione lascia spesso a desiderare a parte Haber (vorrei anche vedere) che interpreta un curioso libanese e il protagonista che ha questo potere miracoloso di rendere tutti gli altri meno peggio. E’ un fenomeno interessantissimo, gli stessi attori se c’è il protagonista in scena vanno benino, se non c’è diventano quasi dei mezzi cani.

In conclusione, è un film con un concetto interessante dietro, ma credo che gli autori aspirassero a più di quanto siano riusciti a produrre. Alla fine questo è solo un filmetto intellettualoide con tocchi chic come il bianco e nero ma che si perde in un brodo lunghissimo e pressochè privo di contenuti. In altre parole, “vorrei ma non posso”.

Peccato.

Saluti di oggi a Kathleen, spero che venga anche lei a Oslo!


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