Toccata e fuga ad Amsterdam

Salve a tutti,
questo è un report da un posto che con la norvegia non c’entra nulla ma che ho appena visitato, ovvero Amsterdam (o Amsterdoom, a piacere, ciao Fanz). Sto redigendo la prima versione di questo post proprio dall’aereoporto Schiphol (in teoria sono nella Wi-Fi zone, ma non funziona…) dato che sto per lasciare la città e tornare a Oslo.
Andiamo con ordine. Maggio è un mese disastrato dal punto di vista lavorativo in Norvegia a causa degli svariati giorni di festa comandata che si trasformano ovviamente in ponti clamorosi del tipo “ti prendi un giorno di ferie e ti fai un bel weekend lungo cinque giorni”. A noi ovviamente non sono stati concessi giorni di nessun tipo dato che  l’11 Maggio abbiamo finalmente rilasciato la prima espansione di Age of Conan: Rise of the Godslayer (www.riseofthegodslayer.com).
Finora sta andando tutto bene perciò, esausto da settimane di lavoro intensissimo per completare l’espansione e stressato da un paio di brutti incidenti in ufficio (ciao Cristofio, mi fa piacere che tu ti sia dimesso, così mi risparmio la fatica), in una botta di vita improvvisa mi sono prenotato due notti di albergo ad Amsterdam e due scomodissimi voli.
Il ruolino di marcia prevede partenza da Oslo Gardermoen (l’aereoporto, quello bello) alle SEI E QUARANTA del mattino, alloggio allo Swisshotel sul Damraak e ritorno lunedi a Oslo Sandefjord (l’altro aeroporto, quello brutto e lontanissimo) alle undici e mezza di sera. Il post per il blog lo sto scrivendo ora, a proposito, perchè a quell’ora a Sandefjord ci sono solo i taxi e so già che ci vorrà un massacro di soldi per tornare a casa (meno di tutte le altre alternative disponibili, comunque).
Impacchetto tutto venerdi sera grazie alla mezza giornata libera graziosamente concessami (sotto condizione di essere reperibile) e vado a letto prestissimo per rendere la sveglia alle quattro sostenibile. Il piano funziona e arrivo correttamente a Gardermoen in perfetto orario col mio bagaglio a mano, pronto per il check in.
Nessun problema sul volo, al solito viaggio con KLM ogni volta che mi è possibile e il servizio è eccellente, il volo è
tranquillo, il personale rispetta con grande meticolosità l’ora del mattino e si assicura che ci sia silenzio, una cortesia che ho senz’altro apprezzato anche se in realtà non ne ho personalmente usufruito. Suppongo sia lecito dire che mi piace stare tranquillo.
Arrivo ad Amsterdam alle otto del mattino e alle otto e mezza sono già in centro sul Damraak e cerco lo Swisshotel. La prima reazione passeggiando per il corso principale della città è un po’ deprimente, ci sono cumuli di immondizia da fare invidia alla Napoli dei tempi peggiori, le strade sono luride e il rumore che si sente più spesso è il calcio noncurante di qualche passante alla ubiqua lattina o bottiglia per terra. Non proprio il massimo insomma.
Fortunatamente è una bella giornata, c’è un po’ di sole, è tiepido ma certamente non caldo, c’è tantissima gente in giro e c’è una divertente mescolanza di etnie che in mia opinione è rappresentativa di una nazione che ha fatto del commercio e dell’integrazione la sua bandiera.
Trovare l’albergo è facile anche se ammetto di averlo scoperto piuttosto per caso. La caratteristica principale degli Swisshotel è quella di essere signorili e spesso in marmo nero e sobrio. Ne consegue che non sono per nulla appariscenti e ciò può renderne complessa l’identificazione. Avevo una idea generale dell’indirizzo grazie a Google Maps perciò alla fine ci ho sostanzialmente sbattuto il naso contro.
Presentarmi in albergo alle otto e trenta mi crea qualche piccola difficoltà, il check out è alle 12.00 e la mia stanza non è pronta perchè l’albergo è completamente pieno. Lascio i pressochè nulli bagagli e decido di farmi il primo giro della città a piedi. L’obiettivo è il motivo principale per cui sono venuto ad Amsterdam ovvero il Museo Van Gogh.
Amsterdam è disseminata di comode indicazioni turistiche che indicano non solo la direzione dei luoghi di interesse ma anche la loro distanza, informazione utile sia per i marciatori come me che per i ciclisti.
Aaah, i ciclisti. Ci sono circa quattrocento chilometri di piste ciclabili qui (non è una iperbole, ci sono realmente) e le biciclette sono davvero ovunque. I mezzi pubblici sono molto capillari, ma quando si ha una città fatta tutta di canali e ponti, è difficile fare passare il tram. Conseguenza di queste difficoltà operative è che agli olandesi piace girare in bicicletta, la città è sufficientemente piccola da permetterlo. Un consiglio utile per gli esploratori europei in erba: come a Kobenhavn (o Copenhagen) guardate per terra, se è rosso aspettatevi di sentire scampanellate e schiamazzi per invitarvi cortesamente a scansarvi.
Mi metto quindi in marcia verso la Museumplein per andare al museo Van Gogh. Qui mi accorgo che la pianta di Amsterdam purtroppo vanifica completamente il mio naturale senso dell’orientamento. I canali infatti hanno fatto sviluppare la città in maniera decisamente non ippodamica, è piuttosto una serie di cipolle a strati incastrate in maniera più o meno regolare. Come ovvio la buccia della cipolla è curva e ne consegue quindi che il concetto di “andare diritto” ad Amsterdam non esiste. Si, lo so, mi aspetto una battuta del genere “Tanto anche se ci fossero le strade diritte non andrebbe diritta la gente”. Può darsi :D.
Ci metto un bel po’ di tempo a raggiungere la Museumplein. Il cartello all’inizio del Damraak di fronte all’albergo dice 2.6 km. Io credo di averne fatti almeno quattro o cinque, mi sono letteralmente perso almeno tre volte e la cosa che mi ha infastidito ogni volta è che tutte quante ero convinto di seguire l’effettiva direzione indicata dal cartello turistico! Dannazione!
Raggiungo la zona dei musei e scorgo rapidamente una immensa fila che esce da un edificio. Lunga. Veramente lunga. Ma davvero tanto. Mi è anche venuto in mente che in realtà il museo più vicino venendo dal centro è il museo di stato, il Rijks, che contiene moltissime opere stupende di Rembrandt. Mi metto quindi in coda e dopo un tempo DAVVERO lungo riesco a entrare.
Problema comune a gran parte delle attrazioni che ho visitato (hmmm, tutte per la verità) è l’impossibilità di fare foto, ma non importa alla fin fine credo che fotografare dei quadri sia pressochè inutile. Ci sono ottime fotografie professionali se non si può andare di persona, altrimenti nulla vale quanto essere lì. Non mi metto a parlare di Rembrandt perchè sono sicuro che sia ben noto a tutti, piuttosto mi piace ricordare quanto questo museo sia fiero della propria terra. Gli olandesi si riferiscono al loro momento di più grande trionfo, quello in cui la compagnia delle indie orientali e quella delle indie occidentali lavoravano a pieno regime, come l’Età d’Oro. Rembrandt è proprio di quel periodo perciò la parte del museo che antecede le opere è dedicata alla grandeur olandese, specie in relazione a stati come la Spagna (da cui l’Olanda si ribellò diventando indipendente), la Francia e il Giappone.
Il Giappone? Ebbene si, il Giappone. Ho scoperto in questo viaggio che l’Olanda e il Giappone hanno una stretta relazione. Durante il periodo del grande isolamento giapponese, periodo lungo centosessanta anni se non sbaglio in cui nessuna nave poteva attraccare sulle coste giapponesi, indovinate quali erano gli unici mercantili che potevano passare? Corretto, quelli olandesi! A differenza infatti di tutti gli altri invasivi europei gli olandesi, che erano già all’epoca gente simpatica e che sapeva commerciare, non si portavano dietro i missionari e non cercavano di convertire i locali alla loro religione. Ai giapponesi questo aspetto piaceva molto e ancora oggi c’è un quartiere di Tokyo che ha un nome olandese per commemorare un grande mercante. In questo momento non ricordo il nome del quartiere perchè è un po’ complicato e ovviamente è in olandese giapponesizzato (quindi figuratevi cosa ne viene fuori). Questo annedoto non è ovviamente l’unica relazione tra il Giappone e l’Olanda: sia Van Gogh che Rembrandt hanno tratto piena ispirazione dalle stampe giapponesi. Entrambi ne possedevano grandi quantità e le adoravano come hanno scritto molteplici volte.
Lascio il Rijk pensando alla duplice identità dell’Olanda: da un lato è una nazione accogliente che favorisce l’immigrazione, dall’altro è una nazione fiera della propria identità, del proprio passato e del proprio modo di essere. C’è poca arroganza nel modo di fare, cosa che ad esempio non si può di certo dire della Norvegia dove l’immigrato o si “norvegesizza” o non è benaccetto. Negli ultimi anni alcuni fatti scandalosi hanno portato anche l’Olanda verso una deriva destrorsa che sta rientrando solo ora, ma resta un paese molto progredito socialmente.
Ormai sono alla lontanissima Museumplein perciò mi metto a cercare il Van Gogh. Mi mangio un panino mozzarella e pesto a un chiosco italiano che aveva un bell’aspetto e trovo facilmente il museo dove ovviamente mi aspetta… una bella fila!
Fortunatamente l’orario mi favorisce, stanno tutti mangiando perciò la fila è “piccola”, devo aspettare solo mezz’ora. C’è poco da dire su Van Gogh che tutti non sappiano già perciò vi risparmio il polpettone culturale che potete facilmente trovare su Wikipedia in qualsiasi lingua.
Esco dal Van Gogh a pomeriggio inoltrato, la stanchezza comincia a farsi sentire perciò utilizzo il biglietto giornaliero dei mezzi che avevo comprato e mi infilo su un tram per tornare verso la stazione centrale. Il sistema di biglietti mi confonde molto perciò chiedo all’edicolante come funziona. Lui con molto candore mi risponde che è il primo biglietto giornaliero che vende nella sua vita, perciò non ne ha idea. Perfetto! Per intenderci, un biglietto è un pezzo di carta leggermente spessa bianca e blu con su scritto “1-day pass”. C’è un numero di serie e quello è tutto. Niente istruzioni, niente date, niente orari, niente di nulla. La mia teoria è che verrà timbrato da qualcuno.
Forte del criterio dei grandi esploratori urbani come me, ovvero “Do as the locals do”, mi metto in fila per salire su un tram. Ci sarà pure qualcun altro con un biglietto simile al mio, no? Ebbene scopro che il sistema è in realtà semplice. C’è un sensore che si interfaccia col chip dentro il biglietto, quando entri poggi il biglietto sul sensore e questo beepa con una lucina verde per segnalare che è tutto in regola. Facile!
Si… però. Salire è facile, quando devi scendere però accade un fatto misterioso che non sono riuscito a comprendere (non ho investigato troppo). Ovvero quando devi scendere l’altoparlante ti ricorda che devi fare il “check-out” del biglietto. Che cosa sarà mai il “check-out”? La prima volta non l’ho capito, l’ho notato solo dopo, la gente ristrofina il biglietto sul sensore e questo beepa di nuovo.
Quello che mi chiedo è a che serva un sistema del genere. Perchè devi fare il check-out? Al momento, mi sembra misterioso. L’unica teoria che ho è che ci sono dei biglietti a tempo e quindi se non fai il check-out ti bruci il biglietto (es. “Biglietto che vale sessanta minuti non consecutivi”).
Mi sistemo in albergo e si fa sabato sera. Mi pare doveroso, avendo un sabato solo a disposizione, andare nel quartiere a luci rosse, ovvero il famoso Walletjes o come lo chiamano i locali semplicemente il Wallen. Mi è sembrato importante andarci specie in seguito al forte input politico del Progetto 1012 (è il CAP del quartiere), ovvero ripulire la zona perchè, questa la ragione ufficiale, il crimine organizzato vi ha attecchito. Meglio andarci prima che sia solo una memoria del passato, no?
Parliamo un po’ di questo famoso quartiere. Innanzitutto, è pieno di gente di ogni tipo: turisti, locali, uomini, donne, bambini, qualsiasi davvero. Per chi non lo sapesse, la caratteristica principale di questo quartiere è la presenza di “finestre” (anche se sono più porte-vetro) da cui le prostitute sostanzialmente adescano i passanti. E’ un balletto interessante, se giri per il quartiere, alla fin fine quattro strade e poco più, noti questi tizi solitari dall’aspetto losco che si guardano in giro. Si fermano di fronte a una finestra, guardano meglio, poi si muovono avanti, tornano indietro, poi si fanno un altro giro, e continuano tipo trottole.
Il sabato sera il quartiere trabocca di gente, le reazioni che più mi hanno divertito sono state quelle delle ragazze per le strade (non quelle delle vetrine). Senti ovviamente donne scandalizzate dal mercimonio, quelle che ridono, quelle che sono lì con la propria ragazzA e cercano di divertirsi con una terza, quelle che si guardano schifate, quelle che sono impietrite, quelle che sono terrorizzate.
Passo la serata al live show più famoso del quartiere, ovvero il Cafè Rosso (di italiano ha solo il nome). L’ingresso è un po’ caro ma include quattro drink gratuiti e mi fa passare più di due ore di risate. Citando la sempre fedele Lonely Planet, “intrattenimento per tutta la serata, spesso comico, sovente senza volerlo”. Highlight della serata è una stangona dell’est che sale sul palco sostanzialmente ipnotizzata, ripetendo una sequenza di movimenti che o ha provato dieci minuti prima o sa a memoria fino alla nausea. Uuuh, eccitante. Eh, si.
Vabbè, fine per la prima giornata, i piedi cominciano a reclamare.
Domenica dormo male (anche perchè diciamocelo che quattro drink al Cafè Rosso in una atmosfera sostanzialmente tossica non è che facciano poi bene) perciò mi trascino stancamente al suntuoso ristorante dello Swisshotel e mi faccio spennare dalla colazione alberghiera. Non importa, ho bisogno di energie.
Il mio biglietto giornaliero è ancora valido perciò decido di andare a vedere la casa di Anna Frank, la ragazzina ebrea autrice del diario che probabilmente tutti conoscono. Per fugare ogni dubbio, riassumo la triste storia: i Frank sono una famiglia ebrea che si trasferisce da Francoforte ad Amsterdam perchè il padre di famiglia, Otto, nasa che in Germania le cose si stanno mettendo male (è il 1933). Nel 1940 la Germania conquista l’Olanda e comincia l’emanazione di leggi razziali. I Frank decidono nel 1942 di entrare in clandestinità abitando “la casa sul retro”, ovvero una parte della sede della ditta di condensanti per marmellata di Otto Frank. Nel 1944 i Frank vengono traditi (mai stato scoperto da chi) e vengono deportati. L’intera famiglia, compresa la talentuosa Anne, viene sterminata dalla malattia, dagli stenti e dalle camere a gas. Anne pensate muore a pochi giorni dalla liberazione del campo di Bergen dove era tenuta prigioniera, colta dal tifo che ha appena ucciso la sorella Margot. Il padre Otto, per giustizia universale, sopravvive al campo di sterminio di Auschwitz e vive per raccontare la loro storia. Morirà nel 1981 all’età di 91 anni, dopo avere pubblicato il diario di Anne in più di settanta lingue.
C’è poco da dire sulla casa di Anna Frank. La coda è interminabile ma ne vale la pena. E’ un luogo in cui entri e piangi, versi le lacrime più amare della tua vita, pensando agli orrori indicibili che l’umanità ha compiuto in nome di ideali che non posso definire in altro modo se non idioti (e idiota è chiunque pensa che tali ideali abbiano il benchè minimo valore, in qualsiasi forma). C’è una bellissima citazione di Primo Levi sulla guida ufficiale della casa, non la ricordo a memoria ma recita più o meno così: “E’ forse meglio che solo la storia dei Frank sia così nota e famosa, perchè se dovessimo soffrire per tutti queli come noi che hanno sofferto, non potremmo più vivere.”. Come dargli torto.
Nell’atrio della casa, quando si va per uscire, c’è una bella sezione interattiva dedicata alla discriminazione nel mondo. E’ molto interessante, vengono fatti ciclare a rotazione brevi filmati di un paio di minuti che presentano una situazione controversa riguardante i diritti fondamentali. Il pubblico presente può avvicinarsi ad apposite colonne dove può votare “Si / No” alla domanda “riassuntiva” di fine filmato.
Io ho partecipato a due votazioni. Il primo filmato parlava del divieto, in Germania, di possedere, produrre e indossare qualsiasi indumento che riproduca effigi naziste di qualsiasi tipo. La domanda finale chiedeva se è giusto questo divieto che limita il diritto individuale. Ha vinto, con un largo margine, il Si. Il secondo filmato, neanche a farlo apposta, era dedicato all’annosa questione del crocifisso nelle aule in Italia. Il sondaggio finale chiedeva se il simbolo sacro andava rimosso dalle classi oppure no. Ha vinto il Si, di pochissimo.
Profondamente commosso dalla visita alla casa dei Frank, decido di andare a tirarmi su di morale a Chinatown dove spero di trovare del buon cibo orientale. Vado a mangiare al Good Fortune, un posto che i locali consigliano per il Dim Sum (per i lettori italiani che non sono mai usciti dall’italia dove il Dim Sum non ce lo abbiamo: i piatti stile “ravioli al vapore” sono Dim Sum). E’ strapieno perciò vengo messo al tavolo con una tizia tailandese.
La tizia tailandese è molto carina, silenziosissima, si guarda attorno continuamente, ha un paio di vistosi orecchini a stella ed emana un certo odore molto caratteristico del quartiere a luci rosse (non sono un esperto ma a girare per il quartiere si sentono solo tre odori: urina e cannabis). Questa qui, mi sono detto, è una che ha appena “lavorato” o che ci sta andando.
Ebbene ho ragione, si chiama Kika (ho cambiato lo pseudonimo in un altro) ed è una ragazza in vetrina. Non ha particolare pudore nel dirmi quello che fa e a quel punto non mi lascio scappare l’occasione di avere più informazioni su questo quartiere strampalato. Non ho dubbi che lei stesse solo cercando di accalappiarsi un turista cliente, ma alla fin fine i motivi personali non importano.
Mi racconta che è tailandese di vicino Bangkok, il posto esatto è ovviamente impronunciabile. Ha vissuto in germania un po’ di tempo, facendo anche lì la prostituta, poi si è trasferita ad Amsterdam dove, dice lei, la trattano meglio. Questo “la trattano meglio” mi sa di orrendo protettorato perciò le chiedo di spiegarmi meglio come funziona la faccenda. E’ davvero molto interessante.
Una ragazza tipicamente non ha bisogno di altro che una “camera” per offrire le sue prestazioni. Le camere le affittano appositi servizi, spesso gestiti da donne, che noleggiano quegli strani loculi che si vedono per strada nel quartiere. Il prezzo dell’affitto dipende dalla zona in cui si trova e da quanto è carino, in generale però sono sufficienti uno o due clienti per turno per pagarlo: tutto il resto resta alla ragazza (che però dovrà poi pagarci le tasse!).
Le camere vengono pulite ogni giorno in maniera più o meno meticolosa (ci sono zone “di pregio” e altre meno), sono riscaldate e profumate, dotate di cassetta sicura in cui riporre i soldi e ovviamente di letto e altre amenità utili al “servizio offerto”. Lei, mi racconta, lavora nel posto migliore di tutti che è una zona al coperto abbastanza distante da dove siamo. Non so dove sia ma ovviamente le faccio i complimenti. Un’altra caratteristica delle camere è che hanno il Pulsante.
Il Pulsante è l’allarme collegato alla luce sopra la vetrina. Viene premuto se qualche cliente si mette a fare cose che non dovrebbe. In quel caso, dice lei ridendo, quello slavo sdentato fuori dal ristorante ti rovina di botte prima che arrivi la polizia. E pensare che io pensavo che tutti quei tipi loschi fossero clienti… non lo sono! Sono quelli che si assicurano che non succeda nulla alle ragazze, le accompagnano fuori dal quartiere per essere sicuri che nessuno le segua e si prendono in generale cura della loro sicurezza.
Per finire le chiedo se le piace Amsterdam e mi racconta che il tempo è una colossale schifezza e che non le piace la gente, spesso quando qualcuno vede una ragazza così carina da un paese orientale la approccia direttamente con un galante “quanto vuoi per sc**are bambolina” che ovviamente è molto umiliante.  Mi racconta con un certo sollievo che da martedi è a Milano per una settimana con una amica a fare shopping. Spera di trovare bello lì. Le dò qualche dritta per quel che mi ricordo di Milano e mi saluta, perchè tra un po’ è il suo turno.
Il pomeriggio lo passo in giro per Chinatown verso il Nieumarkt, faccio anche in tempo a vedere la cerimonia della preghiera al tempio cinese buddista, il primo e più grande d’europa. Un bonzo donna esorta i cinesi alla preghiera mentre noi turisti pecoroni assistiamo in silenzio. Molto rilassante, ne avevo bisogno.
La sera, stanco morto, ritorno in albergo dopo una bella passeggiata lungo il Damraak fino alla celebre piazza Dam.
Lunedi è l’ultimo giorno e mi informano con mio terrore che le ceneri vulcaniche hanno causato la chiusura dell’aeroporto. Fantastico, penso io, un altro giorno qui! Magari mi risparmio la terrificante tariffa per tornare da Sandefjord a Oslo!
Sperando di rimanere bloccato qui, vado al Nam Kee, sempre a Chinatown, il ristorante che da anni vince il premio come miglior ristorante cinese di Amsterdam. C’è una ressa oceanica perciò anche oggi mi tocca mangiare con qualcun altro, una ragazza decisamente straniera dall’aspetto distinto. Parla inglese con accento americanissimo perciò le parlo: si chiama Coleen, è di Washington e lavora per una fondazione no-profit qui ad Amsterdam, aiutando la distribuzione di viveri nei paesi poveri e costruendo servizi idrici.
Passo un pranzo spensierato e si fa ora di andare, l’aeroporto ha riaperto e KLM consiglia di andare MOLTO per tempo. La fila è oceanica e solo poco fa sono riuscito a sedermi qui, nella food court, per scrivere questo post.
Scusate per la lunghezza, ma volevo lasciare i posteri tutto quanto!
Saluti di oggi a Kika e a Coleen per la compagnia. Saluti specialissimi al Figarella Racing Team, con particolare attenzione a Francisco F. e a Micheal L.
Studio libero!
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3 Risposte to “Toccata e fuga ad Amsterdam”

  1. Daemoniron Says:

    Lo sai , ho dimenticato come sono i voli senza televendite incluse ^^

  2. gattosolitario Says:

    Bel viaggio, sono stato tantissime volte ad Amsterdam. É una cittá che mi piace molto. Divertente pensarti al food court dell’aereoporto. Credo di esserci passato almeno 20 volte l’anno scorso!

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