Come gli ismi rovinano la civiltà

Salve a tutti,

Sono in ferie e quindi sto facendo qualche piccolo viaggio qui e lì per l’Europa che tra poco lascerò. La scorsa settimana sono stato quindi qualche giorno in Polonia a trovare il carissimo Mimmo, campione del mondo di pasticceria siciliana come senz’altro ricorderete.

Ho passato tre giorni a Danzica, con una escursione di un giorno a Malbork (che non mi diceva nulla finchè non mi è stato il nome tedesco del posto, Marienburg, la capitale dell’ordine dei Teutoni) e un giorno passato a Plock, nell’entroterra vicino Varsavia.

Non ho voglia di fare un resoconto completo del viaggio perchè sono andato in Polonia più per incontrare persone che per fare il turista, perciò mi limito agli highlight minimi, per passare poi al vero cuore di questo articolo, ovvero gli “ismi”.

Danzica è una graziosa cittadina industriale che fa parte del cosiddetto complesso delle Tre Città: Gdynia (orrendo porto industriale), Sopot (divertente e animatissima cittadina ricreativa) e Danzica (il cuore storico delle tre, in polacco si chiama Gdansk, c’è un accento sulla n che non so come scrivere). La principale fonte economica della città è il gigantesco porto industriale, con tanto di immensi bacini di carenaggio dove la costruzione di navi procede a ritmo serrato. Il centro storico è carino e si sviluppa lungo due assi perpendicolari costruiti sostanzialmente per funzioni solenni, servivano a celebrare opportunamente i sovrani in visita. L’architettura del centro storico (“Store Miasto” o Città Vecchia, lo vedi scritto in tante città in polonia) è primariamente olandese germanica, semplice ma graziosa e ben conservata poichè gli sforzi di ristrutturazione che stanno attuando in polonia sono ottimi e diffusi. Per mia personale sfortuna non sono riuscito a vedere il municipio, una delle cose migliori, proprio a causa dei lavori di ristrutturazione.

Per i miei ritmi, Danzica si vede bene in un giorno, dalla mattina alla sera, senza particolari problemi e senza escludere nulla. Interessante la cosiddetta “Corte di Artù”, usata come edificio di rappresentanza e riunione delle corporazioni, e la grande gru portuale nella zona est del centro, la più grande gru medioevale d’europa. Imponente anche la chiesa tardo gotica dedicata alla Vergine Maria.

Malbork, più nota come Marienburg se avete girato un po’ la Germania come me, è la città che ospita il castello omonimo, sede per secoli dell’ordine dei Teutoni, crociati che vennero incaricati di asservire le tribù pagane della Prussia. Dopo un lavoro eseguito per bene, il Papa concesse all’ordine possedimenti temporali, perciò si stabilirono nell’area diventando una potenza militare ed economica di tutto rispetto. Il castello è stupendo e tuttora viene costantemente restaurato anche grazie ai prestiti per gli investimenti artistici di EEA Innovation Norway (http://www.eu-norway.org/about/eeafinancial/): servono circa tre ore per una gita fatta per bene e bisogna fare attenzione perchè hanno trasformato questo sito UNESCO World Heritage in una fantastica spenneria per turisti.

Un paio di appunti sulla gita a Malbork li faccio, si trovano su Internet recensioni che decantano la incredibile semplicità con cui da Danzica si possa arrivare a Malbork in treno. Ebbene, consiglio una certa cautela che dipende da turista a turista. Innanzitutto in stazione centrale a Danzica mi è stato pressochè impossibile comunicare con chiunque, l’unica lingua parlata era il polacco e io di lingue slave so poco più di “Si” “No” e “Grazie” (ho aggiunto recentemente “Buongiorno”). Di questi treni che partirebbero “ogni 20 minuti” per andare a Malbork non c’è alcuna traccia, i treni sono frequenti ma sono ogni ora. Alcuni tra l’altro, quelli marcati “IC”, richiedono il supplemento Intercity che costa molto più del prezzo del biglietto normale (attenzione, qui potrei avere frainteso io). La stazione di Malbork è a un chilometro dal castello e dalla stazione non c’è nessuna indicazione di nessun tipo. Quando sono arrivato per la verità la stazione era mezza distrutta, la hall principale aveva tutti i vetri rotti come se fosse stata colpita da una bomba e c’era un fetore di escrementi (umani, o forse di piccioni, la stazione era una enorme latrina aviaria) soffocante che mi ha accompagnato durante tutta la visita finchè non sono arrivato al castello. In maniera più o meno rocambolesca sono riuscito a fare il biglietto di ritorno, anche se il treno che ho preso, un regionale senza supplemento, pochi chilometri fuori Malbork è stato sorpreso da un temporale con grandinata annessa durata cinquanta minuti. Siamo rimasti in mezzo alla tempesta, fermi nel nulla polacco, per più di un’ora, per arrivare poi a un paesino lì vicino dove il treno è rimasto fermo altre due ore e mezza. Ovviamente nessuna informazione disponibile, nessuno che spiccicasse una parola di non-polacco: per mia fortuna San Mimmo è venuto a prendermi in questo paesino (come stavano facendo pressochè tutti i polacchi) e dopo essere partito alle 16 da Malbork, all’alba delle 20 ero a Danzica. Quattro ore per fare 50 km non mi sembrano male! E’ chiaro che una combinazione sfortunata in realtà vale piuttosto poco, però consiglio di diffidare del servizio ferroviario locale, i treni che ho visto (e su cui sono stato) erano luridi, puzzolenti e fatiscenti. Due viaggi un po’ da incubo insomma.

A conferma di questo, cito che il buon Mimmo (che mi ha spedito a Malbork in treno) la settimana prima era andato al castello con la sua ragazza (polacca). Lui si era proposto di andare in treno ma è stato prontamente fermato dalla sua bella che categoricamente si è rifiutata. Chissà perchè? 😀

Plock è una cittadina industriale con nulla di interessante, ci sono andato per motivi non turistici.

Ma veniamo un po’ alla questione spinosa di oggi: gli ismi. Mi ricordo una bella frase del mio professore di storia e filosofia delle superiori, parlando del fascismo: “Come tutti gli ismi, non è mai una buona cosa”. Non sono un grande frequentatore di mete est-europee, ma per quello che ho potuto vedere la Polonia è un paese che soffre in maniera gravissima le conseguenze di una prolungata esposizione al regime comunista.

E’ un paese in cui il regime ha lasciato cicatrici che io trovo davvero strazianti. La natura è bella, è un paese rigogliosissimo, ma le città sono deturpate da enormi centri industriali di meccanica pesante costruiti ad arte accanto alle città in modo da “motivare” le persone a lavorare lì. Paradossalmente, le città mi hanno dato una impressione di grande tossicità, mentre basta fare qualche passo fuori per trovare un paese verde e molto bello (anche se decorato da enormi casermoni veterocomunisti, le case popolari). Le persone sono fiere e operose (li definirei proprio così, i polacchi), ma le generazioni più vecchie sono completamente appiattite. Le epurazioni sociali operate da Stalin e nazisti hanno fatto sì che non ci sia praticamente una classe media che possa guidare il paese, creando una frattura profonda tra una vecchia generazione che è abituata a fare meccanicamente “quel che ti è stato assegnato” e dei giovani pieni di speranza e voglia di fare che aspirano a un più che al momento la nazione non può offrire perchè è un paese affossato nella meccanica pesantissima vecchia di ottant’anni e una realtà rurale poco avanzata.

E’ una nazione che ha evidentemente voglia di crescere ma che è strangolata da una eredità orrenda che ha sostanzialmente cancellato l’identità di ogni individuo. Credo che nei prossimi dieci o venti anni si profileranno grandi sfide per questi paesi e credo che la Polonia sia in ottime condizioni per modernizzarsi e sfruttare al meglio le proprie risorse, non posso fare altro che augurarmi di avere ragione perchè anche se gli ismi rovinano la civiltà, si può sempre ricominciare da capo.

Saluti di oggi a P. B. e a Diocleziano, imperatore di Varsavia e Puozzeche.

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