Archive for febbraio 2011

Parlè-vu Chebbeccuà?

febbraio 12, 2011

Salve a tutti,

Oggi parliamo un po’ della lingua locale del Quebec, ovvero il Québécois. Faccio una fondamentale premessa, prima di affrontare l’argomento: la mia conoscenza del francese non è in alcun modo paragonabile a quella dell’inglese. Mentre parlo la seconda lingua in assoluta scioltezza al punto che difficilmente mi viene chiesto “Ma sei italiano?” (anzi, tipicamente qua in Canada mi chiedono se sono inglese), la prima l’ho studiata molto di meno, perciò è evidente a tutti che non è una lingua che padroneggio (al punto che talvolta l’interlocutore passa all’inglese). Ne consegue che mentre potrei scrivere un sacco di accurate osservazioni riguardo l’inglese, sul francese mi limito a commenti che senz’altro risulteranno superficiali o grossolani ai francofoni più abili.

Detto questo, vediamo un po’ che differenze ho riscontrato tra il Québécois e il francese diciamo “standard” (che d’ora in poi chiamerò francese e basta). Innanzitutto, una cosa salta all’occhio subito: mentre il francese si è leggermente “imbastardito” usando termini stranieri, il Québécois è più duro e puro: cerca infatti di usare espressioni francesi ove possibile. Ad esempio, in francese si può dire le weekend per riferirsi al fine settimana, ma in Québécois, nonostante tutti ti capiscano comunque, propriamente si parla di la fin de la semaine. Non è una regola assoluta questa, perchè colloquialmente in realtà i locali usano molte parole in prestito dall’inglese, come condo per riferirsi al condominio o le boss per riferirsi al capo (propriamente sarebbe chef), ma in generale è una differenza importante.

Un’altra differenza veramente marcata è quella tra i suoni. Un suono francese che credo tutti conoscano, anche se non parlano la lingua, è -in-, che si pronuncia con una a soffocatissima seguita da una n molto nasale. E’ un suono mozzo che senz’altro chiunque ha sentito almeno una volta, anche solo di sfuggita. Ebbene questo suono, che secondo me è esemplare della lingua francese, in Québécois sparisce e diventa un buffissimo -éein-, ovvero una e squillante, seguita da una i soffocata e una n nasale. Non è più un suono mozzo ma una sequenza ben definita piuttosto fragorosa che diventa quindi una caratteristica della lingua così come -in- lo è per il francese. Non solo, ma essendo così fragorosa, “inquina” la pronuncia anche di altre parole, perciò ça va bien? che in francese è un piuttosto pacato /sa va bìan?/ (la a praticamente non si sente), in Québécois diventa uno sgargiante /sa va biàinn?/ che suona molto più sguaiato. E’ piuttosto buffo.

Un altro suono che diventa molto più sguaiato in Québécois è proprio il suono -oi-, ovvero /uà/. E’ un fenomeno fonetico talmente evidente che gli stessi locali quando si prendono in giro citano tipicamente quello. Il dittongo -oi- è piuttosto frequente in francese (è nella stessa parola Québécois) e la pronuncia qui è la stessa, solo che la a è molto più aperta dell’equivalente europeo. Oltre a questo avviene lo stesso fenomeno di inquinamento dei suoni di cui già ho parlato, quando vi rispondono ouais (una versione colloquiale di oui che si usa anche in Francia), aspettatevi una cosa simile a /uaè/. Anche questo è un suono piuttosto sguaiato.

Per finire la rassegna di suoni peculiari, abbiamo la z. Il Québécois ha un modo un po’ particolare di eseguire la liaison, ovvero il collegamento fonetico tra due parole. Per coloro che sono a digiuno di francese, faccio un esempio semplicissimo giusto per capire di che cosa sto parlando. Prendiamo il verbo essere, seconda persona plurale, vous êtes. Stando alla fonetica standard del francese, la s a fine parola non si pronuncia, quindi vous si legge /vù/ e êtes si legge /ét/ (la e non si legge perchè non è accentata, ma non infogniamoci in discussioni complicate, fidatevi). Immaginate tuttavia di parlare questa lingua, dovete dire vous êtes ed ecco che vi annodate: /vù ét/ infatti è uno iato e come tutti sappiamo gli iati nelle lingue romanze non suonano molto bene (non so se ci siano lingue in cui funzionano bene, per la verità).

Ma ecco che il francese viene in soccorso dello spedito oratore con la liaison ovvero il collegamento fonetico tra due parole. Quando si esegue la liaison (ci sono delle regole, ma in realtà nel francese moderno non le segue quasi più nessuno e si va come fa più comodo), la s a fine parola si può pronunciare, trasformandola in una z molto, molto dolce. Ecco quindi che vous êtes si pronuncia /vùsèt/, suono molto più dolce e più semplice da pronunciare.

In Québécois la liaison si esegue in maniera un po’ strana, spesso provoca infatti o il raddoppiamento del soggetto (es. vous vous êtes) o l’aggiunta di suoni z dolci spurii che non si capisce esattamente a che parola siano collegati. Su questo fenomeno non ho molti esempi perchè è tipico di persone che vengono dalla riva nord oltre Montreal, ovvero il limite oltre il quale comincia il profondo Nord, ovverosia dove i locali hanno un accento talmente intenso che anche se parlate francese non avrete molte chance di capire cosa vi stanno dicendo (loro ovviamente capiranno tutto).

Ho avuto però proprio oggi la possibilità di sperimentare sulla mia pelle la bizzarra liaison con le z. Ho passato la mattina a cercare un barbiere dal prezzo onesto ragionevolmente vicino casa. Il meno caro, cinese, mi chiedeva solo TRENTA dollari per farmi i capelli con la macchinetta. Considerato che di capelli praticamente non ne ho e che un barbiere competente mi rasa in, non saprei, cinque minuti, mi è sembrato un latrocinio. Sono andato quindi al barbiere per studenti dell’università Concordia, che si trova nel metrò a Guy-Concordia. Ci sono già stato e mi era sembrato abbastanza onesto. Inoltre è un posto primariamente per studenti, troppo non costerà.

Arrivato al barbiere il posto è vuoto, d’altra parte alle dieci del mattino di sabato all’università non c’è proprio nessuno. Mi accoglie una signora a cui chiedo un taglio, mi fa accomodare subito e poi per rompere il ghiaccio mi chiede: iz iz ztil znouin’ àutzàd?

Me lo sono dovuto far ripetere tre volte, non capivo che razza di lingua parlasse. Non sono un mostro in francese, ma le conversazioni ordinarie riesco tranquillamente a sostenerle, uso l’inglese di norma solo perchè sono pigro (riservo il francese ai tassisti che tipicamente parlano solo quello). Ebbene, la domanda de-québécuizzata era “Is it still snowing outside?” ovvero “Sta ancora nevicando, fuori?”. Mi è venuta subito l’ispirazione per un post dopo questo evento.

Non finisce qui! A taglio finito, mi fa uaàz en rèins en rèdì! Anche questo me lo sono fatto ripetere tre volte, vi giuro che mi sono sentito scemo. Ecco quello che intendeva: “Wash and rinse and ready!”, come dire “Adesso basta una lavata, una sciacquata e sei pronto”.

Ahhh, le Québécois.

Saluti di oggi al prode Molìn per la rapida risposta al mio lentissimo post e soprattutto allo Shogun Paolino per avere tenuto alto l’onore della bandiera :).

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Integrazione canadese

febbraio 11, 2011

Salve a tutti,

Oggi rispondo a una richiesta che giunge dal semprevalido Cesare che oltre a essere Shogun, è anche una persona dotata di intelletto finissimo (differentemente da me che come noto scrivo solo baggianate). Questa è la domanda: come funziona l’integrazione sociale in Canada? Si percepiscono emarginazioni?

Premetto innanzitutto che ho una esposizione parziale a questi problemi. Il Quebec è una provincia molto diversa da tutte le altre canadesi: non solo la lingua è diversa, ma anche le regole qui sono molto differenti rispetto al resto del paese. Ne consegue che tutte le osservazioni che faccio, salvo ove specificato, sono limitate al Quebec.

Cominciamo da quello che per alcuni è il grande problema riguardante lo sbarcare nel continente nordamericano: entrarci legittimamente. Ebbene si, nonostante sia gli USA che il Canada siano paesi costituiti quasi totalmente da immigrati (lasciamo perdere i tristi fatti storici che hanno portato a questa situazione), entrare qui per lavorare non è facilissimo. In USA è veramente difficile, in Canada è solo “un po’ complicato”.

Conosco anche il sistema americano, ma siccome oggi parliamo di Canada, mi limito a quello. Se poi interessa davvero anche il sistema USA, farò un post anche su quello, fatemi sapere. Vediamo dunque come funziona il Canada. Per noi italiani arrivare in Canada è semplice, è sufficiente un passaporto valido. Tuttavia l’ingresso che si ottiene è esclusivamente turistico, durante il periodo di visita turistica non è possibile lavorare, ne consegue quindi che questo ingresso non è molto utile (prima che mi arrivino cinquecento email di richiesta sull’argomento: si è possibile fare dei pasticci per “trasformare” il proprio visto, è un gran mal di testa ma si può fare).

Se invece in Canada non ci volete venire come turisti, le possibilità sono sostanzialmente due: richiedere all’ambasciata del Canada un visto di ingresso oppure ottenere una offerta di lavoro canadese. Il visto di ingresso tramite l’ambasciata viene concesso sotto condizioni che vi confesso non conoscere, ma so che è possibile ottenerlo, tipicamente se si viene da un “paese amico” (come l’Italia o uno qualsiasi ovest-europeo) si tratta semplicemente di aspettare. L’offerta di lavoro è il modo più semplice di essere messi in regola: se la accettate avete diritto a inoltrare le pratiche per un permesso di residenza temporaneo collegato al contratto di lavoro, dotato di regolare lenzuolo gigantesco spillato al vostro passaporto tutto pieno di foglie d’acero.

Due gli inghippi principali: il CAQ e la durata. Il CAQ è una cosa che il Quebec richiede in aggiunta all’offerta di lavoro, è un certificato che attesta che il Quebec vi vuole come lavoratore in loco. Non è necessario per tutte le altre province, ma il Quebec ha ottenuto una eccezione federale alle regole statali canadesi che gli permette di avere una legislazione separata in materia di immigrazione. Il CAQ tipicamente è una cosa che vi sistema il datore di lavoro, però essendo il Quebec piuttosto burocraticizzato possono volerci da due a quattro settimane per ottenerne uno, ancora di più se non si viene da un “paese amico”. La durata è l’altro tranello che si nasconde dietro il permesso di residenza: la durata del contratto offerto e la durata del permesso NON hanno alcuna relazione!

Quel che succede infatti è che il permesso di residenza che vi viene offerto ha una durata che dipende completamente dalle vostre qualifiche e dal paese dal quale venite. Insomma, qui si tratta proprio di selezione degli immigrati a seconda di “quanto sono utili e quanto ci piacciono”. Sei ingegnere ultraqualificato? Eccoti qui il massimo del permesso possibile che è tre anni. Sei un ragazzino inglese con una laurea triennale? Ecco qua il permesso di un anno. Il fatto che entrambi i contratti offerti a queste persone siano a tempo indeterminato è del tutto irrilevante ai fini del permesso, anche se ovviamente se si viene licenziati o se il contratto termina in un modo qualsiasi, il permesso di residenza automaticamente decade.

Sbrigata tutta la burocrazia, siete finalmente in possesso di un visto di qualche tipo e quindi potete legittimamente vivere in Canada. Come ho già spiegato in post precedenti, vi viene assegnato un numero che identifica la vostra polizza assicurativa statale (posto che questo numero non deve MAI essere dato a nessuno, vi identifica subito se siete residenti temporanei perchè comcincia con 9, se siete permanenti comincia con altro) e l’assicurazione sanitaria. Questi servizi sono identici che siate cittadino canadese, residente permanente o temporaneo. Allo stesso modo, una volta sistemate le questioni burocratiche, avete accesso a tutti i servizi di un cittadino normale, potete aprire contratti, affittare qualcosa, perfino comprarvi casa.

Parlando di comprare casa, vediamo come si progredisce da residente temporaneo a qualcos’altro. La residenza permanente è la cosa più semplice da ottenere, il vostro lenzuolo di carta col permesso di soggiorno vi viene sostituito da un’altro lenzuolone di timbri e controtimbri che vi permette di rimanere quanto volete in Canada. Ha inoltre il valore aggiunto che non avrete più bisogno di un permesso di lavoro diverso ogni volta che cambiate lavoro: se siete residenti permanenti lavorate per chi vi pare. Per ottenere la residenza permanente bisogna attraversare un iter burocratico tediosissimo e lungo (tant’è vero che ci sono società apposta che si occupano di sbrigare le pratiche per cifre non proprio modiche ma vi risparmiano di diventare pazzi), pagare circa 1,500 CAD e aspettare. Aspettare… aspettare… e aspettare…

…circa. Ancora una volta, se siete di un “paese amico” e siete ben istruiti, sorprendentemente è tutto facile, semplice. Il mio amico Loronzio è francese, è ingegnere, ha quindici anni di esperienza, in sei mesi ha avuto la residenza permanente. La mia amica Parigia è francese anche lei, è segretaria, ci hanno messo un anno per darle il CSQ (Certificato di Selezione del Quebec, significa che il Quebec vuole prenderti in quota immigrati quest’anno) e adesso sta facendo il resto dell’iter burocratico, FORSE ad Agosto riesce ad avere la residenza permanente. E non solo, Loronzio è qui da un anno, Parigia da quasi tre.

Potrei citare altri esempi, però mi sembra che a questo punto sia chiaro dove voglio andare a parare: il Canada è felicissimo di accoglierti se sei la persona giusta, utile, simpatica & civile (TM). In tal caso, lentezze burocratiche a parte, è tutto semplice, non si incontrano mai dei no, si tratta solo di aspettare.

Ma se non siete del paese giusto o non avete una buona educazione finite in un paludone burocratico che non necessariamente vi discriminerà, ma vi farà perdere una quantità di tempo apocalittica. La mentalità dietro questi sistemi infatti si basa di fatto su un sistema “a punti”. Per poter ottenere ciò che volete in un tempo ragionevole, dovete fare abbastanza “punti”.

Ad esempio, qui in Quebec essere immigrati francofoni vale molti punti. In questo momento il Quebec cerca programmatori e ingegneri, ecco altri punti. Avere un buono stipendio, *dlin dlin* punti! Avere un mutuo/comprare casa, *dlin dling* MEGAPUNTI! Avere precedenti penali… ecco i vostri punti che se ne vanno. Essere iracheni… mi sa che il vostro punteggio si sta abbassando pericolosamente. I punti sono calcolabili a priori, ma se non sono sufficienti passerà tutto tramite l’Intervista. A un certo punto nell’iter burocratico che porta alla residenza permanente, se avete ottenuto tutti i permessi, dovrete sostenere un colloquio con un agente dell’ufficio immigrazione che deve valutare “quanto forte volete rimanere in Canada”. E’ la tipica intervista da stereotipo: l’agente tipicamente è un affabile pezzo di corno che prenderà alla lettera tutto quello che dite. Buona fortuna ;).

Riassumendo quindi tutto questo sproloquio: il Canada è sostanzialmente burocratico e ha regole complicate che sfavoriscono chi viene da paesi “poco affidabili” o ha una cattiva istruzione. Scavalcati i problemi burocratici, a livello statale in realtà si ottiene accesso sostanzialmente a tutto.

…e le persone? Come ti vedono gli allegri montrealesi se sei un immigrato?

Ebbene, credo che a livello sociale le cose siano messe meglio che a livello governativo. Il canadese medio è molto amichevole, la mentalità è nordamericana: io non do fastidio a te, tu non dai fastidio a me, ci rispettiamo tutti finchè non ci diamo fastidio a vicenda. I canadesi in generale sono poi ancora più rilassati degli americani, parlare con un completo sconosciuto è all’ordine del giorno e nessuno si scandalizza o scappa via urlando. In metropolitana si sente spessissimo il curioso dialogo misto a doppia lingua tra amici anglofoni e francofoni: tipicamente tutti saltano da una lingua all’altra a seconda della loro padronanza dell’argomento di cui stanno parlando o della facilità con cui lo si può esprimere. Si sentono ovviamente altre lingue e non ho mai avuto la percezione che qualcuno mi guardasse male perchè parlavo italiano con un amico, anche quando siamo stati molto folkloristicamente italiani (vi risparmio la descrizione). In giro c’è un certo numero di mendicanti, non troppi perchè il freddo è tagliente, ma ci sono. Sono molto mansueti e sono presenti di fatto solo sulla Saint Catherine, la strada più trafficata della città. Mi dicevano oggi che molte delle tantissime paninerie della città quando finisce la giornata distribuiscono ai non abbienti tutto ciò che è rimasto invenduto. Ci sono molte università qui a Montreal, io arrivo alla Concordia tutte le mattine e ci sono studenti di ogni razza, con una certa prevalenza di indo-orientali.

Insomma, a Montreal senz’altro si respira un’atmosfera cosmopolita, le divisioni tra le persone sono poche. Si viene di certo accolti con un sorriso più contento se si parla francese perchè i locali sono molto fieri delle loro origini, ma il fatto di non parlarlo non è per nulla un vulnus critico. Fare nuove conoscenze è semplice e non richiede che tutti i coinvolti siano ubriachi perchè ciò avvenga. Una volta sul suolo canadese legittimamente, si hanno gli stessi diritti di un cittadino qualsiasi (eccetto il voto, come ovvio, e un paio di tipi di contratti assicurativi).

Volendo cercare il pelo nell’uovo, mi dicono che andando nel profondo Nord del Quebec, dove la gente parla esclusivamente francese Quebecois (una variante del francese che, se parlata stretta, è veramente incomprensibile), è facilissimo essere accolti piuttosto male poichè c’è un certo razzismo verso tutti coloro che non sono francofoni. Sono realtà rurali dalla mentalità abbastanza retrograda (così me le hanno descritte, ambasciator non porta pena) che però possono essere identificate in maniera molto semplice. Rubo la definizione dal mio collega Mastromangio: “Se vai verso Nord, tutti i posti cominciano a chiamarsi San qualcosa. Ecco, sei arrivato.”. Vi consiglio di aprire una mappa del Quebec su Google Maps: guardate un po’ quanti San Qualcosa ci sono :).

Bene, direi che per oggi può bastare. Ci sarebbe senz’altro di più da scrivere, solo che ne verrebbe fuori un post enciclopedico probabilmente di poca utilità. Magari Cesare se hai richieste più precise scrivimi :).

Saluti di oggi a Candycane, Riccèo, Domantice e ovviamente tutto lo Shogunato. Non ci sarò quest’anno per il FFF, ma lascerò una lettera che Giulietta dovrà leggere commossa sul palco.