Integrazione canadese

Salve a tutti,

Oggi rispondo a una richiesta che giunge dal semprevalido Cesare che oltre a essere Shogun, è anche una persona dotata di intelletto finissimo (differentemente da me che come noto scrivo solo baggianate). Questa è la domanda: come funziona l’integrazione sociale in Canada? Si percepiscono emarginazioni?

Premetto innanzitutto che ho una esposizione parziale a questi problemi. Il Quebec è una provincia molto diversa da tutte le altre canadesi: non solo la lingua è diversa, ma anche le regole qui sono molto differenti rispetto al resto del paese. Ne consegue che tutte le osservazioni che faccio, salvo ove specificato, sono limitate al Quebec.

Cominciamo da quello che per alcuni è il grande problema riguardante lo sbarcare nel continente nordamericano: entrarci legittimamente. Ebbene si, nonostante sia gli USA che il Canada siano paesi costituiti quasi totalmente da immigrati (lasciamo perdere i tristi fatti storici che hanno portato a questa situazione), entrare qui per lavorare non è facilissimo. In USA è veramente difficile, in Canada è solo “un po’ complicato”.

Conosco anche il sistema americano, ma siccome oggi parliamo di Canada, mi limito a quello. Se poi interessa davvero anche il sistema USA, farò un post anche su quello, fatemi sapere. Vediamo dunque come funziona il Canada. Per noi italiani arrivare in Canada è semplice, è sufficiente un passaporto valido. Tuttavia l’ingresso che si ottiene è esclusivamente turistico, durante il periodo di visita turistica non è possibile lavorare, ne consegue quindi che questo ingresso non è molto utile (prima che mi arrivino cinquecento email di richiesta sull’argomento: si è possibile fare dei pasticci per “trasformare” il proprio visto, è un gran mal di testa ma si può fare).

Se invece in Canada non ci volete venire come turisti, le possibilità sono sostanzialmente due: richiedere all’ambasciata del Canada un visto di ingresso oppure ottenere una offerta di lavoro canadese. Il visto di ingresso tramite l’ambasciata viene concesso sotto condizioni che vi confesso non conoscere, ma so che è possibile ottenerlo, tipicamente se si viene da un “paese amico” (come l’Italia o uno qualsiasi ovest-europeo) si tratta semplicemente di aspettare. L’offerta di lavoro è il modo più semplice di essere messi in regola: se la accettate avete diritto a inoltrare le pratiche per un permesso di residenza temporaneo collegato al contratto di lavoro, dotato di regolare lenzuolo gigantesco spillato al vostro passaporto tutto pieno di foglie d’acero.

Due gli inghippi principali: il CAQ e la durata. Il CAQ è una cosa che il Quebec richiede in aggiunta all’offerta di lavoro, è un certificato che attesta che il Quebec vi vuole come lavoratore in loco. Non è necessario per tutte le altre province, ma il Quebec ha ottenuto una eccezione federale alle regole statali canadesi che gli permette di avere una legislazione separata in materia di immigrazione. Il CAQ tipicamente è una cosa che vi sistema il datore di lavoro, però essendo il Quebec piuttosto burocraticizzato possono volerci da due a quattro settimane per ottenerne uno, ancora di più se non si viene da un “paese amico”. La durata è l’altro tranello che si nasconde dietro il permesso di residenza: la durata del contratto offerto e la durata del permesso NON hanno alcuna relazione!

Quel che succede infatti è che il permesso di residenza che vi viene offerto ha una durata che dipende completamente dalle vostre qualifiche e dal paese dal quale venite. Insomma, qui si tratta proprio di selezione degli immigrati a seconda di “quanto sono utili e quanto ci piacciono”. Sei ingegnere ultraqualificato? Eccoti qui il massimo del permesso possibile che è tre anni. Sei un ragazzino inglese con una laurea triennale? Ecco qua il permesso di un anno. Il fatto che entrambi i contratti offerti a queste persone siano a tempo indeterminato è del tutto irrilevante ai fini del permesso, anche se ovviamente se si viene licenziati o se il contratto termina in un modo qualsiasi, il permesso di residenza automaticamente decade.

Sbrigata tutta la burocrazia, siete finalmente in possesso di un visto di qualche tipo e quindi potete legittimamente vivere in Canada. Come ho già spiegato in post precedenti, vi viene assegnato un numero che identifica la vostra polizza assicurativa statale (posto che questo numero non deve MAI essere dato a nessuno, vi identifica subito se siete residenti temporanei perchè comcincia con 9, se siete permanenti comincia con altro) e l’assicurazione sanitaria. Questi servizi sono identici che siate cittadino canadese, residente permanente o temporaneo. Allo stesso modo, una volta sistemate le questioni burocratiche, avete accesso a tutti i servizi di un cittadino normale, potete aprire contratti, affittare qualcosa, perfino comprarvi casa.

Parlando di comprare casa, vediamo come si progredisce da residente temporaneo a qualcos’altro. La residenza permanente è la cosa più semplice da ottenere, il vostro lenzuolo di carta col permesso di soggiorno vi viene sostituito da un’altro lenzuolone di timbri e controtimbri che vi permette di rimanere quanto volete in Canada. Ha inoltre il valore aggiunto che non avrete più bisogno di un permesso di lavoro diverso ogni volta che cambiate lavoro: se siete residenti permanenti lavorate per chi vi pare. Per ottenere la residenza permanente bisogna attraversare un iter burocratico tediosissimo e lungo (tant’è vero che ci sono società apposta che si occupano di sbrigare le pratiche per cifre non proprio modiche ma vi risparmiano di diventare pazzi), pagare circa 1,500 CAD e aspettare. Aspettare… aspettare… e aspettare…

…circa. Ancora una volta, se siete di un “paese amico” e siete ben istruiti, sorprendentemente è tutto facile, semplice. Il mio amico Loronzio è francese, è ingegnere, ha quindici anni di esperienza, in sei mesi ha avuto la residenza permanente. La mia amica Parigia è francese anche lei, è segretaria, ci hanno messo un anno per darle il CSQ (Certificato di Selezione del Quebec, significa che il Quebec vuole prenderti in quota immigrati quest’anno) e adesso sta facendo il resto dell’iter burocratico, FORSE ad Agosto riesce ad avere la residenza permanente. E non solo, Loronzio è qui da un anno, Parigia da quasi tre.

Potrei citare altri esempi, però mi sembra che a questo punto sia chiaro dove voglio andare a parare: il Canada è felicissimo di accoglierti se sei la persona giusta, utile, simpatica & civile (TM). In tal caso, lentezze burocratiche a parte, è tutto semplice, non si incontrano mai dei no, si tratta solo di aspettare.

Ma se non siete del paese giusto o non avete una buona educazione finite in un paludone burocratico che non necessariamente vi discriminerà, ma vi farà perdere una quantità di tempo apocalittica. La mentalità dietro questi sistemi infatti si basa di fatto su un sistema “a punti”. Per poter ottenere ciò che volete in un tempo ragionevole, dovete fare abbastanza “punti”.

Ad esempio, qui in Quebec essere immigrati francofoni vale molti punti. In questo momento il Quebec cerca programmatori e ingegneri, ecco altri punti. Avere un buono stipendio, *dlin dlin* punti! Avere un mutuo/comprare casa, *dlin dling* MEGAPUNTI! Avere precedenti penali… ecco i vostri punti che se ne vanno. Essere iracheni… mi sa che il vostro punteggio si sta abbassando pericolosamente. I punti sono calcolabili a priori, ma se non sono sufficienti passerà tutto tramite l’Intervista. A un certo punto nell’iter burocratico che porta alla residenza permanente, se avete ottenuto tutti i permessi, dovrete sostenere un colloquio con un agente dell’ufficio immigrazione che deve valutare “quanto forte volete rimanere in Canada”. E’ la tipica intervista da stereotipo: l’agente tipicamente è un affabile pezzo di corno che prenderà alla lettera tutto quello che dite. Buona fortuna ;).

Riassumendo quindi tutto questo sproloquio: il Canada è sostanzialmente burocratico e ha regole complicate che sfavoriscono chi viene da paesi “poco affidabili” o ha una cattiva istruzione. Scavalcati i problemi burocratici, a livello statale in realtà si ottiene accesso sostanzialmente a tutto.

…e le persone? Come ti vedono gli allegri montrealesi se sei un immigrato?

Ebbene, credo che a livello sociale le cose siano messe meglio che a livello governativo. Il canadese medio è molto amichevole, la mentalità è nordamericana: io non do fastidio a te, tu non dai fastidio a me, ci rispettiamo tutti finchè non ci diamo fastidio a vicenda. I canadesi in generale sono poi ancora più rilassati degli americani, parlare con un completo sconosciuto è all’ordine del giorno e nessuno si scandalizza o scappa via urlando. In metropolitana si sente spessissimo il curioso dialogo misto a doppia lingua tra amici anglofoni e francofoni: tipicamente tutti saltano da una lingua all’altra a seconda della loro padronanza dell’argomento di cui stanno parlando o della facilità con cui lo si può esprimere. Si sentono ovviamente altre lingue e non ho mai avuto la percezione che qualcuno mi guardasse male perchè parlavo italiano con un amico, anche quando siamo stati molto folkloristicamente italiani (vi risparmio la descrizione). In giro c’è un certo numero di mendicanti, non troppi perchè il freddo è tagliente, ma ci sono. Sono molto mansueti e sono presenti di fatto solo sulla Saint Catherine, la strada più trafficata della città. Mi dicevano oggi che molte delle tantissime paninerie della città quando finisce la giornata distribuiscono ai non abbienti tutto ciò che è rimasto invenduto. Ci sono molte università qui a Montreal, io arrivo alla Concordia tutte le mattine e ci sono studenti di ogni razza, con una certa prevalenza di indo-orientali.

Insomma, a Montreal senz’altro si respira un’atmosfera cosmopolita, le divisioni tra le persone sono poche. Si viene di certo accolti con un sorriso più contento se si parla francese perchè i locali sono molto fieri delle loro origini, ma il fatto di non parlarlo non è per nulla un vulnus critico. Fare nuove conoscenze è semplice e non richiede che tutti i coinvolti siano ubriachi perchè ciò avvenga. Una volta sul suolo canadese legittimamente, si hanno gli stessi diritti di un cittadino qualsiasi (eccetto il voto, come ovvio, e un paio di tipi di contratti assicurativi).

Volendo cercare il pelo nell’uovo, mi dicono che andando nel profondo Nord del Quebec, dove la gente parla esclusivamente francese Quebecois (una variante del francese che, se parlata stretta, è veramente incomprensibile), è facilissimo essere accolti piuttosto male poichè c’è un certo razzismo verso tutti coloro che non sono francofoni. Sono realtà rurali dalla mentalità abbastanza retrograda (così me le hanno descritte, ambasciator non porta pena) che però possono essere identificate in maniera molto semplice. Rubo la definizione dal mio collega Mastromangio: “Se vai verso Nord, tutti i posti cominciano a chiamarsi San qualcosa. Ecco, sei arrivato.”. Vi consiglio di aprire una mappa del Quebec su Google Maps: guardate un po’ quanti San Qualcosa ci sono :).

Bene, direi che per oggi può bastare. Ci sarebbe senz’altro di più da scrivere, solo che ne verrebbe fuori un post enciclopedico probabilmente di poca utilità. Magari Cesare se hai richieste più precise scrivimi :).

Saluti di oggi a Candycane, Riccèo, Domantice e ovviamente tutto lo Shogunato. Non ci sarò quest’anno per il FFF, ma lascerò una lettera che Giulietta dovrà leggere commossa sul palco.

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8 Risposte to “Integrazione canadese”

  1. ilmolin Says:

    grazie.

    quadro totalmente opposto da quello che mi hanno fatto di Toronto. Forse non è un caso che a Montreal sia molto più prolifera la cultura e pratica indie.
    Fammi sapere se cercano produttori professionali di pippe mentali 😀

  2. ilmolin Says:

    ps “sia prolifera” fa senso -.-

  3. Fra' Says:

    Insomma, io finora gli unici canadesi maleducati che ho trovato sono quelli francofoni. Spero davvero che ottenere la residenza permanente almeno in BC sia meno complicato, incrociamo le dita!

    • osloninja Says:

      La residenza permanente in British Columbia è molto facile. Hai un lavoro? Parli inglese? Welcome to Canada. Riguardo i canadesi maleducati, mi dicono, e qui parlo proprio riferisco testuali parole di cui non ho riscontro, che i francofoni fuori dal Quebec sono alquanto fastidiosi.

  4. belldandy Says:

    Dai, Ninja, dicci cosa hai fatto di sguaiatamente italiano in metro’…
    “soccia che figa quella la’?” 😀

    saluti, danda.

  5. Roberta Says:

    Ciao osloninja,
    leggo sempre il tuo blog, è molto carino, complimenti. Ho una domanda da farti, è un po’ stupida e banale lo so..vorrei sapere come hai fatto ad imparare bene l’inglese fino al punto di essere scambiato per un britannico. La cosa mi ha incuriosita dato che da quello che noi sappiamo hai vissuto in Norvegia e poi in Canada, non in Inghilterra. Magari se ti va potresti dare qualche dritta su come imparare al meglio l’inglese(o per lo meno come lo hai imparato tu) a qualche aspirante italiano in fuga…Grazie

    • osloninja Says:

      Ciao Roberta, ti ringrazio per i tuoi complimenti, senz’altro troppo generosi.
      Affronto subito la questione dell’inglese, per quanto mi riguarda personalmente, credo di essere frutto di una serie di coincidenze del tutto fortuite. In quarta e quinta elementare, la mia vicina di casa organizzava dei corsi di inglese americano per i bambini poichè conosceva una ragazza madrelingua inglese che si era appena trasferita in Italia. Non ricordo davvero con quanta frequenza avessimo le lezioni, senz’altro tutte le settimane, ma ormai è passato tanto tempo, non saprei proprio dire. Le lezioni si interruppero bruscamente dopo circa un anno e mezzo a causa di alcuni diverbi tra la padrona di casa e questa ragazza, ma a quell’età non era una cosa che mi interessava più di tanto. Le lezioni erano divertenti.
      Alle scuole medie, durante il secondo e terzo anno ho avuto una ottima professoressa che mi ha fatto crescere molto, specie in termini di conoscenza della grammatica. L’inglese è una lingua molto, molto semplice, tuttavia consiglio fortissimamente di avere delle solide basi grammaticali (proprio perchè è una lingua semplice!). In quegli anni mi stavo anche avvicinando al mondo dei giochi di ruolo, a quel tempo tutti in inglese, e ai computer (già dalle elementari in realtà grazie a un padre lungimirante), anche lì tutto in inglese.

      Quindi insomma, nel mio caso tanta pratica e una predisposizione personale per le lingue.

      Consigli che posso dare:
      * Leggere molto, non importa cosa. Tipicamente ciò che ti piace lo leggi più volentieri.
      * Ascoltare molto, non importa cosa. Tipicamente ciò che ti piace lo vedi più volentieri.
      * E’ necessario fare pratica, studiare e basta non serve, così come la comprensione è solo il primo passo, per qualsiasi lingua. Devi essere capace di esprimerti e ci può volere un po’ di tempo.

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