Future Film Festival 2011

Salve a tutti,

Oggi vi presento un post molto particolare. Come qualcuno sa seguo da anni il Future Film Festival, una iniziativa bolognese dedicata al cinema di animazione e con effetti speciali. E’ un appuntamento praticamente fisso che rispetto da molti anni quanto più mi è possibile. Poichè ora sono in Canada, non ho avuto la possibilità di partecipare a questa edizione, tuttavia il semprevalido Shogun Cesare ha compiuto un’opera magnifica che mi onora grandemente: mi ha mandato un report scritto da lui (quindi attenzione, non è farina del mio sacco!) ma imitando il mio stile.

Non posso che essere veramente contento di ciò che Cesare ha scritto, mi capita di rado che qualcuno mi imiti e quando lo fa così bene, c’è solo da esserne fieri.

Giusto un paio di note, prima del report. Cesare è stato bravissimo e ha conservato il formato originale del report che uso ormai da molti anni per le recensioni degli eventi. Essendo un recensore più tecnico di me però, troverete più riferimenti e tecnicismi di quanti io non ne utilizzi normalmente. Il report ne guadagna senz’altro in valore. Secondariamente, il report è stato scritto da Cesare ma il proofreading è mio, quindi i più attenti senz’altro saranno capaci di cogliere una mia “zampata” qui e lì.

Senza null’altro aggiungere, aggiungo solo i saluti di oggi a S&S per la collaborazione.

Future Film Festival 2011

Quest’anno il Ninja non ha potuto essere presente al Future Film Festival di Bologna,  annuale ed amatissimo appuntamento dedicato all’animazione ed agli effetti  speciali. Il report che state leggendo è stato approntato da Shogun Molin. Il Ninja non è quindi responsabile di quello che si dice, solo di avere gentilmente concesso lo spazio per pubblicarlo. La consapevolezza di non poter raggiungere lo spirito di osservazione sociale dell’originale è assoluta: mi limito al resoconto\analisi dei film condito con qualche aneddoto.

Prima di iniziare, va detto che per noi cronici del FFF questa edizione è stata diversa dalle altre. Dato il drastico calo di offerta della precedente, ridotta di molto per problemi di budget e non, il timore era che quest’anno la tredicesima edizione potesse anche non esserci. Personalmente, trovo il fatto stesso che il FFF abbia dato segni di vita, anche se in salute ancora precaria, un motivo più che sufficiente per esserci. I continui errori tecnici nelle proiezioni, i problemi ai sottotitoli, i formati sbagliati… tutto quello che
suscitava un’ira feroce nelle edizioni in pompa magna, quest’anno è passato in secondo piano. Semplicemente, è stato bello ritrovarci ancora, col Festival, lo staff e col resto dello shogunato.

Per chi non lo sapesse o ricordasse, quando parliamo di shogunato e Shogun ci riferiamo agli accreditati cosiddetti sostenitori, coloro cioè che di propria iniziativa decidono di pagare un biglietto molto più caro degli altri solo per dare un aiuto (simbolico a questo punto, visto che sono quattro gatti) alla manifestazione che nel bene e nel male amano tanto. Quest’anno, sono state previste due categorie di Shogun: plenipotenziario e a poteri parziali. La prima permetteva qualche accesso in più, inclusa una cena con i direttori e gli ospiti: ne hanno approfittato Shogun Cioni e Shogun Daniele, che ha probabilmente passato la serata a guardare con gli occhi a forma di cuoricino Maia Kayser della ILM, che gli stava proprio davanti.

Detto questo, e pagato il nostro debito affettivo col FFF, è il momento di qualche rilievo tecnico. L’edizione di quest’anno ha avuto alcuni momenti inaspettatamente emozionanti degni dei tempi andati (di cui parlerò sotto) ma nel complesso è stata piuttosto fiacca (budget, again, non se ne fa una colpa a nessuno), priva di vitalità nell’offerta e nelle proposte, ricca di titoli farlocchi e monca, soprattutto, dello sguardo verso il nuovo e lo sperimentale e in generale quello che sta cambiando (nel mondo, mica solo nella “regione animata”…) all’interno dell’universo del cinema e dei nuovi media (e di qualsiasi campo abbia lontanamente a che fare con tecniche simili). Di “Future”, quest’anno, non c’è stato nulla (lo stereoscopico non fa testo: era futuro tre anni fa, oggi è quotidiano e forse già un cadavere che cammina).

Giorno 0 – Pre-festival

Il “giorno prima” prevede la sosta al Village (quella che è, per chi non lo sapesse, la sede logistica del Festival) per il ritiro dell’accredito (passaggio rituale che ha una grossa importanza psicologica e dà idealmente inizio alla vita festivaliera, oltre a farti immediatamente percepire “che aria tira”). La collocazione dello stesso Village, oltre che della sala conferenze, è nella mediateca Sala Borsa; spazio bellissimo di per sé ma molto dispersivo: la piazza centrale è stata colonizzata dal banco degli accrediti e un (davvero insulso e praticamente inutile) banchetto di libri da un lato e da piccoli stand riservati agli operatori cinesi (ospiti speciali della manifestazione), ai bambini e all’assicurazione Groupama (uno dei main sponsors) dall’altra.
Il primo impatto non è dei migliori: questi spazi non si amalgamano col resto e perdono quasi la propria identità, sommersi dal rumore e dal movimento che li circonda. La sensazione di “essere in prestito” è fortissima (amplificata dal flusso continuo di gente che attraversa la piazza per tutt’altre ragioni che il FFF) ma almeno per noi è compensata da una piccola, inutile, soddisfazione: il nostro stato di shogun riconosciuto a vista da Gaia, la “donna degli accrediti”, senza che proferissimo verbo. Certo, siamo pochi a sostenere il Festival è non è difficile ricordare una fotografia o una faccia vista pochi giorni prima, ma a noi settari queste cose fanno piacere comunque. Per inciso, a fine festival i direttori dichiareranno che la scelta della collocazione è stata positiva,
perché “ci siamo aperti alla città e la città ha risposto”. Sarà…
Peraltro, complice un’incomprensione tra organizzazione e ufficio accrediti, mi viene consegnato solo il pass, senza l’obbligatorio biglietto cartaceo richiesto dalla SIAE perché “sia tutto a posto”. Questa piccola distrazione mi darà l’occasione di esibirmi, il giorno dopo, in una bella figura di cui vado orgoglioso: tornato infatti per ritirare il biglietto insieme a Riccardo (un semplice accreditato professionale privo di privilegi di casta), mi trovo accanto il famosissimo disegnatore Giuseppe Palumbo (che ovviamente non mi sono mai cagato prima), ad allungarmi un piccolo volumetto disegnato per l’occasione del FFF e di uno spettacolo correlato allestito al TPO il venerdì successivo.

“Posso offrirvi un piccolo fumetto?” fa lui.

“Offrilo a Riccardo” faccio io passandolo immediatamente allo stesso.
“Ma è bello, sapete” insiste l’autore, sorridendo amabilmente.
“Eh ma vedi – rimpallo io – meglio darlo a lui, che è più ricettivo di me ai comics” (non ho la minima idea sul fatto che Ric abbia mai letto un solo fumetto in vita sua).

Al che Oscar Cosulich, direttore del Festival, sentendosi in dovere di esplicitare del contenuto latente: “Insomma, ti sta dicendo che non gliene importa un caxxo” (non ricordo le esatte parole, probabilmente più eleganti di queste, ma il
concetto c’è). Quando ho raccontato la cosa al buon Luca Della Casa, si è quasi imbarazzato al posto mio. Ma Luca è una persona immensamente sensibile, quindi non me ne preoccupo.

Giorno 1 – Il giorno della desolazione

E’ da parecchie edizioni che il Festival parte in sordina e non mi aspettavo una grossa folla alle prime proiezioni. Tuttavia, per quasi tutta la giornata in sala al teatro Duse (adibito a location di tutte le proiezioni) di gatti se ne sono visti davvero pochi. Ha fatto eccezione la proiezione serale gratuita di Red Riding Hood, che ha intasato il teatro di così tante persone da far aprire anche l’ingresso in galleria, di cui abbiamo approfittato con gusto. La tentazione di affacciarci alla ringhiera e citare Fellini urlando in platea “A’
Cesare, vattela a pija’ ‘n der culooo!” è stata fortissima. Ma abbiamo resistito, anche perché un altro shogun plenipotenziario, che si trovava di sotto, aveva proprio quel nome e in fondo non se lo meritava. Triste comunque che quella ciofeca di film abbia fatto più pubblico di tutto il resto messo insieme.
Piccola sorpresa personale, vedermi sbucare alla proiezione notturna il sempreverde Michelangelo e il gagliardo Michele (in arte Senesi Michele), esperto di cinema orientale, che alla mia provocazione “i cinesi pagheranno i disegnatori con una ciotola di riso al giorno” ha commentato: “Però, una ciotola INTERA? Al giorno? Ci vado anch’io a lavorare in Cina. Poi il riso mi piace”.

The Fifth Element – Luc Besson – 1997 – Francia
Voto: 4/5
Sintesi: Sbracato oggi come allora, non invecchia

Se non conoscete questo film mi domando cosa stiate leggendo a fare questo report, quindi non ne parlerò. Mi limito ad osservare che a distanza di anni non sia invecchiato per nulla e mantenga in freschezza tutto il carattere eccessivo, fumettistico e sbracato. Al massimo, appare ingenua l’interpretazione della Jovovich ma lo era già allora. Il film è stato proiettato da blu-ray, che ha retto perfettamente il grande schermo.

Colorful – Keiichi Hara – 2010 – Giappone

Voto: 4/5
Sintesi: una delle vette di questa edizione, delicato film adolescenziale sulle “cose che contano nella vita” che non eccede in sentimentalismo o retorica. Collocazione sprecata.

La seconda proiezione della giornata è a parere del buon Della Casa il miglior film giappo dell’anno scorso. Ad un’anima, colpevole di un “errore” commesso in vita che comprometterebbe il suo ciclo di reincarnazioni, viene concesso di alloggiare temporaneamente nel corpo di un ragazzino che ha tentato il suicidio ed è in fin di vita, per una sorta di espiazione. Come si comporterà nel tempo concesso definirà il suo destino e gli permetterà di scoprire cosa ha sbagliato. Il reincarnato non sa nulla della vita condotta precedentemente dal suo ospite (come della propria) ma ricominciando da zero si accorge (dalla reazione di chi gli sta intorno) di migliorarne alcune relazioni e atteggiamenti. Finale a sorpresa che alcuni dicono di aver capito subito ma che per una mente pigra come la mia  funziona molto bene.

Toni cromatici tenui e disegno leggero definiscono graficamente il mood delicato della pellicola. Alcuni potranno lamentarsi di una certa sfumatura sentimentale; ma visto che lo scopo del film è proprio di affrontare quei temi, non vedo come potrebbe non esserci.

Peccato invece che sia stato programmato il primo giorno del festival: è uno dei film più belli (e meno noti) dell’edizione e meritava un pubblico migliore.

C17, the cartoon – Toe Yuen – 2010 – Hong Kong

Voto: 0/5
Sintesi: ed ecco la prima chiavica!

Film assurdo che è la versione animata di un omonimo lavoro di Stephen Chow, il più grande attore comico di Hong Kong. Parla di un alieno che sembra un peluche che capita nella vita di un uomo squattrinato con figlio a carico. Il film ha un andamento ondivago ed altalenante e sembra più che altro una collezione di gag spesso demenziali (sottolineate da una forte stilizzazione grafica) una in fila all’altra e cucite intorno ad un arco più drammatico che, quando prende il sopravvento, rende il tutto piuttosto noioso. Prese singolarmente fanno anche ridere, a volte; ma la costruzione della loro sequenza, il ritmo irregolare e la giustapposizione brutale di stupido e drammatico non fanno che stancare molto presto.

Dormito a salti per una buona metà.

Cocktail di inaugurazione

Giusto in tempo per assecondare i primi istinti famelici, ecco il cocktail inaugurale cui, in qualità di shogun, ci fanno accedere, non ho capito se da programma o per cortesia. L’assenza di Ninja ha risparmiato a Giulietta il solito assalto di inizio festival (noi siamo più discreti) e fondamentalmente si è passata un’oretta ripetendo discorsi già fatti (che puntualmente trovano posto in eventi come questo), mangiando come maiali senza un minimo di contegno e intrattenendoci, davanti al poster photoshoppato di Red Riding Hood, con la frizzante Michela, volontaria di sala.

Red Riding Hood – Catherine Hardwicke – 2011 – USA

Voto: 2/5 e solo perché c’è l’Amandina
Sintesi: a-uuuuuuuuuuh!

La prima delle “grandi anteprime” del menga di quest’anno, il film della regista di Twilight tratto da un romanzo young adult sullo stesso tono, con protagonista la ultimamente onnipresente Amanda Seyfried, si mantiene fedele alle previsioni e all’imbarazzante 12% di consensi totalizzati su Rotten Tomatoes. Non lasciatevi infinocchiare dagli slogan promozionali che lo presentano come una rilettura della fiaba di Cappuccetto Rosso. In ultima analisi, il film non è che la storia di un triangolo adolescenziale o appena “post” (con tanto di scena di ballo presa di peso dal cliché del fine anno liceale) trasportata in un incollocabile medioevo quasi fantasy contaminato con elementi tribali e con l’aggiunta di un licantropo per dare sapore. I riferimenti alla fiaba sono pretestuosi, giusto per far figo ma potrebbero tranquillamente essere omessi senza che nulla cambi.
L’arco del licantropo (tipica storia horror) procede parallelo a quello del triangolo (tipica storia da high school, tradotta in senso storico – leggi: obbligo di matrimonio con quello dei due che proprio non mi cago ma che mi sbava dietro lasciando la scia di una lumaca) fino poi ovviamente ad incontrarsi anche se in modo meno prevedibile di quanto sospettatato. Non ho visto Twilight ma la regista si conferma (in base a come me l’hanno descritta) una banale mestierante che sa fare due cose in croce (primi piani estetizzanti usati in un modo tecnicamente pornografico; panoramiche circolari; e poco altro) e le ripete alla nausea. Ma l’Amandina, che qui sembra avere solo due espressioni, con le labbra chiuse e con le labbra aperte, è una gran gnappola e il rosso le dona
parecchio.

Karate-Robo Zaborgar – Naboru Iguchi – 2011 – Giappone

Voto: 2,5/5
Sintesi: certe cose oggi fanno solo ridere

Prima “follia di mezzanotte” (ciclo di film assurdi ed esagerati che da qualche anno occupa lo slot tardo delle giornate festivaliere), è il remake di una serie live action giappa degli anni Settanta che mi ha sollazzato da bambino. Comunque inquadrabile nel genere tokusatsu (liberamente “roba con effetti speciali”), che ha fatto faville nei decenni passati (spesso destinato ad un pubblico giovanissimo) ma in molti casi, come questo, appare oggi incredibilmente datato e pieno di cliché teatrali che forse anche un pischello troverebbe ridicoli. In conseguenza di ciò, il regista e gli autori (che mirano ad un target non infantile) non ci provano neanche a far sul serio e anzi si mantengono sempre sopra le righe, a volte con comicità diretta, più spesso attraverso un accumulo di “aderenza al canone” che porta all’effetto del ribaltamento comico.

Qualche gnocca di contorno (come l’appetitosa Miss Borg – favolosa l’assonanza in italiano) completa l’offerta, che però a mio giudizio rimane limitata. Forse questo tipo di approccio demenziale andrà bene con i giappi ma è troppo alieno per una sensibilità occidentale; alla fine il film appare come un divertimento fine a sé stesso ed incapace di assumere un’identità chiara e quindi anche un “mood” identificabile. Solo per curiosi ed estremisti nippofili.

Giorno 2 – Il giorno dell’epifania

La seconda giornata è stata per me l’apice del festival, la più ricca e stimolante e la più carica di contrasti. I due incontri migliori (Besson e cinesi), le due marchette peggiori (Apa ed Iros), la peggiore chiavica USA (Battle Los Angeles), la sperimentazione più festivaliera (Mars). Quella che più si è avvicinata a quella sensazione di scoperta e di sense of wonder con cui vivevo le edizioni storiche che mi hanno fatto innamorare di questo festival (i tempi del Nosadella, per chi c’era), poi sostituita da un apprezzamento più freddo ed intellettuale nelle edizioni successive, dove il programma era più tecnico, più ricercato, più di nicchia, più da studio che da reazione di pancia e dove gli incontri hanno cominciato ad essere tutti uguali quando non semplici spot dei contenuti speciali dei DVD.

E’ stata anche la giornata in cui è stata proiettata tutta la saga delle Mini-minchie di Luc Besson.

Zheijang new media mix – incontro

Sintesi: il futuro è aperto e radioso (il loro)

Il mio apice personale del festival è stato questo incontro, chiamato “workshop” dagli organizzatori ma assolutamente identico agli incontri col pubblico tradizionali, in cui esponenti dell’industria animata della provincia meridionale cinese chiamata Zheijang, tra le più ricche e in crescita del Paese e con un distretto produttivo dedicato all’animazione molto importante, ha dato un assaggio di ciò che sanno fare. Piccola nota: durante i giorni del festival, nello spazio apposito, si sono tenuti incontri professionali business-to-business in cui aziende italiane venivano a colloquio con questi cinesi; l’affluenza è stata buona e gli ospiti si sono dichiarati soddisfatti; questo incontro, che avrebbe dovuto essere un cappello conclusivo di tale esperienza, era però deserto, tranne qualche presenza del pubblico non professionale. The Italian Way, probabilmente.

Sono stati presentati prodotti diversi, dalla serie tv per bambini a un lungometraggio epico e fantastico. Ma dove non è riuscita a colpire la qualità dell’opera (a volte davvero misera, a volte promettente ma pur sempre di standard inferiori ad altre produzioni mondiali) c’è riuscito lo spirito: questa gente parlava con l’entusiasmo, la voglia di migliorare e la prospettiva a lungo termine di chi sa di avere un futuro davanti e di non poter far altro che crescere. Uno spirito che francamente invidio e che al nostro morente Paese (ma all’Europa tutta, credo) è tragicamente negato. Il futuro è loro, non c’è un caxxo da fare.

Su una nota ancora più personale, devo anche riferire di essere rimasto affascinato dalla signora Su Xiaohong, a.d. di una delle case di produzione presenti e sceneggiatrice del loro primo lungometraggio, The Dreams Of Jinsha, presente anche al festival; la positività che emanava, l’espressione gentile, erano quasi inebrianti malgrado il fatto che evidentemente e senza tanti veli stesse facendo opera di venditrice consumata.

Corollario (cortesia di Luca): i cinesi non sono minimamente interessati a valorizzare il patrimonio storico della loro animazione tradizionale (prima del comunismo hanno realizzato prodotti di incredibile fattura); quello che gli interessa è solo vendere il più possibile le cose nuove, non importa quanto merde siano.

Incontro con Luc Besson

Sintesi: e noi che pensavamo fosse stronzo…

Ce lo aspettavamo tutti un borioso pieno di sé che facesse il superfigo. Questa è la fama che lo ha preceduto. E di mattina, con la stampa, il regista francese si era dimostrato piuttosto freddo e sulle sue (ma se gli stanno sulle balle i giornalisti non mi sento di dargli torto). Invece, appena appurato, con esplicita domanda, che noi fossimo “pubblico vero”, si è rilassato e progressivamente lasciato andare; è stato simpatico, affabile, generoso (a volte proseguiva con riflessioni personali una domanda già di per sé esaurita, dando al tutto un sapore maggiore di conversazione) e presente fino alla fine.

Il programma prometteva un ”keynote speech” (cosa sia lo ignoro: parlate come mangiate, ziobò!) in cui Besson avrebbe affrontato temi come cinema per l’infanzia e il cinema stereoscopico, la sua carriera e il rapporto con la fantascienza. Ma Luc non si è preparato una fava e così, prima volta nella storia del festival, si è partiti subito con le domande. Perfino i direttori Fara e Cosulich, che di solito aprono le danze con domande semplici e talvolta scontate (perdonatemi ma a volte è davvero così) hanno girato la palla al pubblico senza ulteriori indugi. Panico in sala per qualche secondo, fino alla prima manina alzata. Ma lasciatemelo dire: questo è il modo migliore di gestire le due ore scarse a disposizione per un incontro col pubblico. Alla fine tutti i temi promessi sono stati toccati ma in un modo meno prevedibile, più spontaneo, più ricco di aneddoti e di riflessioni estemporanee. Luc ha parlato in inglese, rendendo praticamente inutile l’intervento dell’interprete (che pure ha fatto il suo lavoro con precisione e occupando il minor tempo possibile) e aumentando il ritmo di fruizione dell’incontro. Troppe le cose dette per riassumerle qui, dall’infanzia in provincia al 3D rifiutato per Arthur, alla pigrizia del musicista di fiducia Eric Serra. Riporto però un caldo suggerimento del regista,
che a sua volta lo ha derivato dalla sua compagna: “Guardatevi allo specchio per tre minuti, negli occhi; poi ditevi: io ti amo. Vi cambierà la vita. A me lo ha fatto”. Io non posso, perché dopo un minuto so già che mi prenderei ad insulti.

Ma voi magari provate, poi mi fate sapere.

MObIE

In uno degli spazi colonizzati all’ultimo piano (chiamato “Urban Center”) della Salaborsa, ha avuto luogo durante tutte le giornate del festival la dimostrazione del sistema MObIE, fondamentalmente combinazione di un sensore di attività cerebrali e di un software che le interpretasse ed utilizzasse in modo attivo. Il teaser era “le tue onde cerebrali interagiscono in diretta con le immagini”; nel concreto, si trattava semplicemente di un film interattivo con due possibili evoluzioni della storia, che venivano selezionate inconsciamente dallo spettatore attraverso il suo grado di attenzione (ad un certo punto venivano offerte due possibilità; in base alla risposta durante la loro esposizione, il film procedeva di conseguenza).

Non c’è bisogno di dire che la soluzione sia alquanto semplicistica. Il valore di queste iniziative non è mai immediato ma potenziale, e più interessante di cosa esse facciano è il fiume di riflessioni che possono sollevare. Nel concreto, tolto tutto il fumo negli occhi, si tratta di una installazione interattiva che reagisce in base ad una serie di segnali raccolti in tempo reale; cose che si fanno da tempo, con ben altri mezzi e risultati. L’unica differenza è che qui si sceglie tra un filmato e l’altro ed il sensore non reagisce a stimoli come il movimento o la luce ma alla differenza di potenziale registrata intorno all’area del cervello correlata all’attenzione cosciente. Il limite per lo sviluppo di questa tecnologia è che il sensore (simile a una cuffietta con microfono per pc) deve essere fisicamente posizionato sulla zucca del soggetto in questione e che comunque una storia filmata non potrà mai essere completamente interattiva (saranno sempre frammenti predefiniti tra cui si potrà al massimo scegliere).

Riusciamo ad infilare un buco libero e ad osservare l’installazione di persona (ci avevo provato anche la mattina del primo giorno ma la gente era ancora lì bella bella che montava), intrattenendoci con l’autore del progetto e discutendo di applicazioni possibili, di scienza della percezione, di psicologia spicciola legata al linguaggio del corpo; forse sollevato dal fatto che ci sia qualcuno che non tratti il tutto come un fenomeno da baraccone ma voglia approfondirne implicazioni ulteriori, il tizio ci invita a ritornare per proseguire la conversazione. Accettiamo l’invito ma poi di fatto non ci mettiamo più piede.

La trilogia dei Minimei – Luc Besson – 2006-2011
Voto complessivo: 3,5/5
Sintesi: coerente e progressiva, decisamente simpatica. Ma tre sono troppi

La trilogia delle Mini-minchie (copyright Ninja) è come molti sanno una serie di film per bambini tratti da romanzi dello stesso Besson. Ruotano intorno al concept che nel girdino di una casa di campagna viva un popolo di esseri dal look vagamente africano e le capigliature bizzarre, colorate e punk, alti due millimetri, chiamati Minimei. E’ una serie che vuole, nelle intenzioni di Besson, trasmettere ai bambini valori come il rispetto della natura e delle differenze in un mondo che è sempre più martoriato e inquinato.

Le storie sono classiche avventure per l’infanzia, dove il protagonista viene introdotto in questo mondo bizzarro, trova amici, combatte contro un cattivo ben delineato ed assume un ruolo pivotale. Il primo film condensa due romanzi ed è un prodotto equilibrato; buona parte del divertimento deriva da tutti congegni pseudomeccanici che i Minimei ricavano da oggetti naturali o dall’uso di insetti come mezzi di trasporto con analogie dirette al mondo degli uomini. Il secondo e terzo film sono il seguito dilatato del primo, operazione più commerciale che realmente necessaria perché a narrare il tutto sarebbe bastato un film solo: nel secondo in pratica non succede nulla se non sequenze accumulate una dietro l’altra fino al colpo di scena che fa da cliffhanger col terzo film; e questo, a sua volta, inserisce qualche sequenza riempitiva per arrivare al minutaggio richiesto. Detto ciò, la progressione della saga è coerente (così come la complicazione tecnica) e il finale giustamente bilanciato. Il voto dato è comunque indicativo. Il film non è per me ma per un pubblico molto più giovane e ricettivo; non so però immaginarmi se e quanto, da bambino, mi sarebbe piaciuto.

Mars – Geoff Marslett – 2010 – USA

Voto: 2/5 (?)
Sintesi: gli americani è meglio che raccontino storie come la loro tradizione insegna e lascino le pippe sperimentali agli europei

Mars è un film strano. Esteticamente parlando è interessante, narrativamente un disastro. E soprattutto, sembra non avere né un senso né uno scopo.
Il film è in realtà una graphic novel in movimento. L’aspetto visivo chiaramente rimanda all’estetica di certo comic americano, attraverso l’applicazione di una serie di filtri che appiattiscono la profondità ed uniformano, riducendole, le differenze cromatiche, accentuando inoltre i contorni; tale processo ha anche lo scopo di uniformare su un unico livello due tecniche differenti; attori ripresi in green screen ed i fondali generati con gran risparmio di mezzi interamente in computer grafica. In passato, questa sarebbe stata una scelta di comodo, per nascondere l’artificialità della sovrapposizione; ma oggi, quando intere serie televisive e anche film vengono prodotti in questo modo, la motivazione principale è quella estetica, della ricerca di un effetto particolare. Il
rotoscopio con cui vengono trattati gli attori, inoltre, sottrae fluidità all’originale ripresa dal vero, conferendo un andamento più a scatti che è funzionale all’estetica derivativa di cui si è detto.

Ma la derivazione fumettistica non si ferma all’aspetto visivo: la sperimentazione coinvolge anche il campo dei dialoghi e della costruzione narrativa; nel primo caso, con una semplificazione, riduzione e sintesi all’essenziale delle parti parlate (sono frasi sintetiche accostabili a quelle dei balloon di un fumetto); nel secondo con un andamento che procede per accumulo di situazioni spesso statiche, ognuna dotata di una sua autonomia, senza un reale ritmo drammatico che le differenzi l’una dall’altra o in rapporto tra loro (esattamente come succedeva nelle vecchie “strip”, dove la narrazione iniziava a sinistra e si concludeva con la vignetta di destra, tutto in una striscia, per poi ricominciare in quella successiva; o come accade oggi qualora i singoli fascicoli di fumetti funzionino da capitoli autoconclusivi di un insieme più ampio). Aggiungiamo che il contenuto di queste unità narrative è quasi sempre dialogo che sembra buttato lì come riempitivo (potremmo anche vederla come un’antologia di tempi morti) ed il risultato è facilmente intuibile: noia.

Dormito per qualche minuto, più volte.

Apa alla scoperta di Bologna

Voto: -(meno)5/5
Sintesi: esser brevi è una virtù

L’evento-vergogna del Festival è questa immensa marchetta verso una produzione che coinvolge la fondazione Genus Bononiae, Cineca ed altre importanti istituzioni locali. Il filmato in questione è un video 3D stereoscopico che troverà collocazione nel
nuovo Museo della Città di Bologna, che mostra l’evoluzione della città nel tempo, a partire dagli etruschi. Cicerone dell’esplorazione, un personaggio fittizio di nome APA doppiato con voce sorniona da Lucio Dalla.

Dura 10 minuti. Ce ne hanno mostrati 6, di un’inutilità incredibile. Ma passi; nel contesto cui è destinato, ci può anche stare. Però un making of di 20 e più minuti prima, in cui tutti i coinvolti se la raccontano e ci spiegano quanto sono stati “originali” ed “innovativi” ed un post-proiezione in cui di nuovo parte degli stessi personaggi saliva a turno sul palco per raccontare l’ovvio e lodarsi a vicenda sono stati davvero troppo; tanto più che la gente era lì per vedere il terzo film dei Minimei, che è stato furbescamente (e scorrettamente) incorporato in un unico evento insieme ad APA dagli organizzatori. Risultato: il film di Besson ritardato di un’ora e quaranta rispetto alle previsioni ed il pubblico che disertava a frotte la sala, esasperato (perfino bolognesi, per tradizione molto campanilisti). Vi siete dimenticati, signori, che state parlando a gente che mastica animazione dalla mattina alla sera e che è abituata a ben altri livelli di professionalità e qualità?

Battle Los Angeles – Johnathan Liebesman – 2011 – USA
Voto: 1/5
Sintesi: sparatutto retorico e telefonato

La seconda delle anteprime inutili, ribattezzata incomprensibilmente “Wolrd Invasion” dalla distribuzione italiana (cioè, cambiamo un titolo inglese per dargliene un altro inglese e più banale?) è una variazione sul tema dei film di guerra militaristici e retorici che utilizza gli alieni come nemici.

Quando non intasato da sequenze d’azione “vitalizzate” da immancabile camera a mano (tecnica usata così pesantemente da portare alla saturazione e al rigetto ben prima della fine del film), si decora con dialoghi telefonati imbastiti di retorica programmatica e militarista (del tipo “i marines non mollano mai”) dimenticandosi che le due cose non possono stare insieme. Non si può far retorica senza emozionare (o non funziona) e non si può emozionare senza prendersi il giusto tempo e ritmo per i dialoghi.
La gestione degli alieni (efficienti e spietati nella prima parte, stupidi e quasi goffi nella seconda) è poi risibile e la soluzione finale (dove caxxo l’hai attaccato il cavo di quel proiettore?) sembra scritta da scimmie bendate.
Non guardatelo neanche da ubriachi.

Iros – Bob Ferreri – 2011 – Italia
Voto: ?/5
Sintesi: meglio dormire

Seconda follia di mezzanotte. Non conosco Bob Ferreri ma amici mi dicono che è un comico bolognese che da anni fa sempre le stesse quattro cose. Conosco però i Gem Boy (Carletto FX è coautore e attore qui) e tutto il loro “stile” è presente nel film: pressapochezza, comicità adolescenziale, mancanza di misura e di lavoro di lima, tanta, tanta sciatteria e qualche volta una bella battuta indovinata quasi per caso.
Non posso dire di più del film perché dopo dieci minuti, complice anche l’ora, ho preferito dormirmela e ne ho visto frammenti a caso fino a che, a circa tre quarti o meno, me ne sono andato. Quindi questa è un’analisi molto parziale e può darsi ingiusta.

Giorno 3 – Il giorno della piattezza e di Paul

Giornata di calma piatta; il profondo “No longer Human” (poi vincitore del premio della Giuria) completamente rovinato da una proiezione sbagliata; un russo e un ceco così come ce li si aspettava; un Ghibli minore per molti deludente, il peggior
programma 3D di sempre. Ma anche quella genialata di Paul.

In serata si è svolta anche la festa ufficiale, presso la sede del TPO a Bologna; una collocazione a casa dei lupi, dove probabilmente non è andato nessuno se non imbucati. Ho volentieri sostituito l’appuntamento con una “birrrèèètta” tra
Shogun e una seduta psicanalitica coadiuvata da cicchetto di vodka.

The Ugly Duckling – Garri Bardin – 2010 – Russia

Voto: ?/5
Sintesi: la grande tradizione russa ha rotto il c.

La favola classica di Andersen è adattata senza particolari guizzi in un mezzo musical in stop motion che alterna brani cantati e ripetuti ciclicamente con momenti di puro cinema muto; la musica pesca soprattutto da Chaikovsky (il tema del Lago dei Cigni diventa la nenia di solitudine del brutto anatroccolo) più una specie di fanfara che probabilmente è l’adattamento di un inno russo di qualche tipo.
Per chi sappia un po’ di animazione contemporanea, questo film non costituisce alcuna sorpresa e si rivela fedelissimo alle aspettative.

La Russia sembra infatti cristallizzata, con l’orologio fermo da quarant’anni, a queste produzioni per bambini, standardizzate, nate vecchie, con tutti gli elementi stilistici, dal ritmo, al montaggio, alla paletta cromatica, alla tecnica di animazione, praticamente identiche a quanto si faceva decenni fa. Non fosse per l’audio surround, questo film potrebbe essere spacciato facilmente per falso storico.
Impossibile assegnargli un voto.

Surviving Life – Jan Svankmajer – 2010 – Repubblica Ceca

Voto: 2.5/5
Sintesi: Idea interessante ma discutibili scelte stilistiche ed una gestione dei livelli narrativi confusa

Sapevo meno cosa aspettarmi dal ceco seguente. A differenza dei russi, non ho un’opinione chiara dei cechi: mi piace moltissimo Jiri Barta, ad esempio, ma trovo molto più pesante il grande maestro Trnka. Di questo Svankmajer non so praticamente nulla, se non che sia uno dei maestri dell’animazione del suo Paese e che questo film rappresenti la summa delle sue ossessioni: surrealismo, psicanalisi, grottesco.

La storia è quella di un tizio stanco del proprio matrimonio (anche se non disposto ad ammetterlo) che si inventa una storia mentale con una immaginaria donna più giovane. Le sequenze in vita reale sono per lo più in live action; quelle oniriche in stop motion con la tecnica del cutout. Questa scelta permette di creare atmosfere effettivamente surreali, semplicemente con la manipolazione di ritagli fotografici in modo antinaturalistico e con l’inevitabile procedere a scatti di questa tecnica.

Problemi: ad una sola visione non sempre è chiara la separazione tra i due livelli, tanto più che ognuno influenza l’altro e nella sezione centrale il montaggio è dispersivo; forse per questo, il finale recupera con uno “spiegone” che qualcuno tra i presenti (Shogun Cioni in particolare) ha giudicato uno svilimento di quanto costruito fin lì. Certe scelte stilistiche, come gli odiosissimi dettagli su labbra e denti mentre i personaggi parlano, appaiono poi semplicemente gratuite e forzate e tradiscono, al pari dei russi, un’impostazione culturale volta a reiterare certi gusti desueti piuttosto che a rinnovarsi.

In sostanza, quindi, un film “ceco” abbastanza in linea con le aspettative.

Symphony in August: Shibuya 2002-2003 – Masae Nishizawa – 2010 – Giappone

Voto: 1/5
Sintesi: talmente drammatico che fa ridere. Imbarazzante

La cosa più assurda di questo film è che alla fine è basato su un’autobiografia, Saigo no Kotoba (“The Last Words”) di Ai Kawashima. Assurdo, perché ogni cosa nel plot sembra forzata, inventata, semplificata e banalizzata al punto da poterla rendere possibile e non farla cozzare con la “dura realtà”, per poter trasmettere ai giovani spettatori il solito messaggio giappo facilone per cui se ti impegni con tutte le tue forze raggiungi ogni obiettivo.

Una ragazzina che sogna di fare la cantante si trasferisce a Tokyo e finisce per fare l’artista di strada. Incontra un gruppo di studenti squattrinati impegnati in una sorta di seminario di economia o marketing che decidono di darle una mano, fondano un’agenzia promozionale (che sembra fare anche da casa discografica) e nel giro di un anno la portano al successo. La vita della ragazza è però un accumulo di tragedie, alcune viste nel flm, altre raccontate da lei stressa durante il concerto finale. Orfana di padre, la madre muore quando lei si trasferisce; salta poi fuori che era stata adottata e che la madre l’aveva partorita in totale solitudine e poi se n’era passata a miglior vita pur’ella.
Lo so, letto così sembra un bel drammone strappalacrime. E in tutta onestà, poteva anche esserlo, in mani diverse. Ma nessuno nella produzione sembra avere il minimo senso del gusto e della misura, tanto meno del plausibile. Gli studenti universitari ragionano e si comportano da dodicenni; il dramma esistenziale della ragazzina è talmente caricato e concentrato in alcuni punti da suscitare una risata di sfogo da parte del pubblico. Un generale, il modo in cui è condotta la storia suscita quanto meno imbarazzo.

The Borrower Arrietty – Hiromasa Yonebayashi – 2010 – Giappone

Voto: 3/5
Sintesi: Ghibli da manuale, tecnicamente (al solito) bellissimo ma piuttosto monotono in scrittura

Lo studio Ghibli ha raggiunto una capacità tecnica talmente alta e standardizzata che qualunque regista, anche il peggiore, potrebbe realizzare con loro un film visivamente splendido. Il tipico tratto Ghibli, fluido, morbido, sognante e la loro riconoscibile paletta di colori vivi e naturali, i loro fondali fiabeschi sia che si tratti di edifici o di luoghi naturali… è tutto qui.
Purtoppo, manca il resto. Sono sicuro che se vi parlassi di un popolo di “piccoli uomini” che vivono in segreto nelle case o nel giardino e dell’incontro tra un’adolescente minuscola ed un adolescente umano gravemente malato molti di voi penserebbero che stia accennando a qualcos’altro visto nella vostra infanzia (senza parlare della saga dei Minimei, dove per lo meno il bambino è sano). La storia (tratta dalla serie di racconti fantasy per ragazzi The Borrowers dell’autrice inglese Mar Norton) non è nuova, le dinamiche neppure, la descrizione del piccolo popolo, qui ribattezzato dei “raccoglitori” perché vivono sottraendo di nascosto oggetti e cibo degli uomini, non contiene abbastanza elementi distintivi per renderli interessanti ed almeno un personaggio (la governante) è assolutamente incomprensibile. La sceneggiatura, dicono, è firmata da Miyazaki (anche supervisore generale e pianificatore) ma i casi sono: o non ne aveva punto voglia, o aveva pochissimo tempo per farla, o ci ha messo il nome per aumentare il prestigio del progetto.
E’ quindi un Ghibli minore, che pure si propone il lodevole intento di affidare la regia ad una giovane promessa dell’animazione, privo però di mordente e di personalità; un prodotto di routine, diretto ai più piccoli, senza tante ambizioni.

No Longer Human – Morio Asaka – 2009 – Giappone

Voto 4/5
Sintesi: (parecchio) più pesante della versione televisiva ma sempre profondo e intimamente, disperatamente giappo

No Longer Human è tratto da un romanzo giapponese molto celebre, Ningen Shikkaku, scritto nel ‘48 dal Osamu Dazai, uno dei più grandi romanzieri giapponesi. Il lavoro è considerato un’introspezione semi autobiografica dell’autore, morto suicida lo stesso anno. Il protagonista è un artista, in un arco di tempo che va dagli anni di studio universitario/accademico fino alla sua professione di autore di manga.

L’uomo è da sempre afflitto dall’incapacità di sentire la comunità umana, la connessione fra sé e gli altri. Non completamente insensibile, non è comunque in grado di rivelare il vero sé stesso. Impara ad essere un buffone prima ed un truffatore poi, finché l’incontro con diverse donne lo porterà sulla strada di un percorso “di guarigione” che è destinato ad incontrare un destino tragico. Si autodefinisce un ghoul e si immortala come un mostro deformato in una serie di dipinti e bozzetti intesi come autoritratti interiori.

Il film ha una qualità grafica eccezionale (design ad opera dell’autore di Death Note) ed una forte analisi introspettiva. Il suo limite è però quello di essere un film di montaggio. Il materiale originale sono i primi quattro episodi della bella serie Aoi Buingaku (che traspone in animazione alcuni capolavori della letteratura giappa) e risente di una scrittura televisiva. Ognuno dei quattro episodi funziona bene come un capitolo e tratta una “stagione dell’anima” ed un relativo arco della vita del protagonista. Anche visti di seguito, comunque l’interruzione da episodio all’altro è sufficiente a creare un po’ di necessario respiro. Questo tipo di scrittura poco si adatta alla struttura in tre tempi richiesta da un lungometraggio, crea un ritmo irregolare che fa percepire con
stanchezza gli ultimi capitoli ed in generale elimina proprio quel respiro che la divisione seriale dava. Il voto è quindi più riferito alla versione televisiva (che vi invito a recuperare) che non a quella cinematografica.

Piccola nota tecnica. Il film, per una serie di disfunzioni di organizzazione, è stato proiettato in un formato digitale non meraviglioso e con un rapporto di quadro sbagliato. Questo, unito ad una gestione scellerata dei sottotitoli, fuori sincrono quando non mancanti del tutto, ha oggettivamente reso impossibile apprezzare quest’opera complessa a chi non la conoscesse già. È comunque riuscito a colpire la giuria, che lo ha premiato con il Platinum Grand Prize.

Serata 3D. Kung Fu Panda 2 (J.Y.Nelson), Extra (Marco Pavone), la Cummare (Gianfranco Borgatti), Sarah’s Game (Andrea Traina)

Voto: ?/5
Sintesi: qualcosa di interessante ma per lo più fuffa e riempitivi

Non ho partecipato agli incontri del 3D Day ma considerato l’elenco degli ospiti e quanto visto gli anni passati, presumo sia stata una bella collezione di professionisti italiani che se la raccontavano addosso. Alla serata 3D, invece, c’ero e posso dirlo: è stata una totale antologia del nulla. Un’oretta scarsa di proiezione, condita con insipide introduzioni dei diretti responsabili, di qualità a volte imbarazzante. La soddisfazione è talmente scarsa che dimentichiamo persino il rito consueto della foto collettiva con occhiali 3D.
Di Kung Fu Panda 2 (regia di di Jennifer Yuh Nelson) sono stati presentati pochissimi minuti. Una scena d’azione, presumibilmente del primo atto, molto mossa e dinamica ma sostanzialmente insapore (e col rischio citazionistico alla Dreamworks dietro l’angolo). Il 3D è identico a quello di Dragon Trainer, già ad altissimi livelli.
Extra (di Marco Pavone) è un lungo italiano in lavorazione. E’ una storia di fantascienza raccontata con uno stile grafico scarno, che ricorda le atmosfere videoludiche e cerca di mascherare con una stilizzazione estrema le ovvie ed evidenti limitazioni tecniche (in particolare le animazioni delle camminate sono goffissime). Potrebbe funzionare. Però dovrebbero stare attenti a usare il 3D con criterio: nei pochi minuti mostrati di errori ce n’erano parecchi, ed ogni volta era un senso di vertigine poco piacevole.
La Cummare (di Gianfranco Borgatti) è una produzione Lilliwood, quel gruppo di stereografi italiani assoluti assertori della profondità di campo totale, sulla cui applicazione integrale in campo di cinema narrativo ho più che un dubbio. L’idea è: facciamo un prodotto dimostrativo che mostri come con pochi soldi si possa fare 3D in Italia. E’ stato scelto questa specie di insulso e imbarazzante videoclip di liscio su cui è meglio sorvolare. Hanno comunque barato: molte inquadrature sono piuttosto lunghe, riducendo i tempi necessari alle riprese (quindi i costi). Facile, fare gli sboroni così.
Sarah’s Game (di Andrea Traina) è un teaser-trailer sempre italiano, assolutamente ambiguo ed evocativo, di un film horror che ancora non esiste e, se non trova fondi, mai esisterà. E’ il frammento migliore della serata. L’atmosfera non è male, anche se più derivativa che originale. Il dubbio, non svelato, è se dietro ad essa ci sia una storia decente sceneggiata in modo altrettanto decente.
Personalmente ho visto parecchie immagini sfocate e doppi bordi tipici del 3D fatto male; ma nessuno accanto a me ha avuto lo stesso problema, quindi probabilmente erano i miei occhiali a funzionare poco.
Acqua in Bocca è un sequel 3D di una serie tv Rai per bambini. Ho detto tutto. Salve Regina (Di Laura Bispuri) è un corto “in lingua” (dialetto siciliano, se non ricordo male, ma ho già rimosso) in cui il 3D è inutile e usato in modo così discreto che spesso neppure si nota (quindi la domanda è: perché pagare di più per avere lo stesso risultato?)

Paul – Greg Mottola – 2011 – USA

Voto: 4/5
Sintesi: un film da nerd che chiunque può e deve vedere

L’unica vera anteprima che valesse la pena di vedere ed un film che non va assolutamente perso: il nuovo lavoro di Simon Pegg e Nick Frost (i due comici inglesi dietro e dentro Shawn of the Dead e Hot Fuzz), diretti non più da Edgar Wright ma da Greg
Mottola. La visionarietà ed i ritmi fumettistici di Wright se ne sono andati e qui la regia è molto più classica e lineare. Ma lo script c’è tutto e fonde magistralmente un plot adatto a tutti con uno strato di citazioni filmiche deliziose per ogni nerd di fantascienza.
Due malati di SF inglesi in vacanza in America si imbattono in un alieno vero, fuggito da qualche insediamento militare quando ha capito che le cose si stavano mettendo per il peggio. Buona parte della forza comica del film è nell’atteggiamento di Paul, personaggio digitale perfettamente credibile, che demolisce parecchi luoghi comuni sugli alieni con una buona dose di sarcasmo. Ma c’è anche una componente avventurosa solida, che prende il sopravvento nel terzo atto inevitabilmente più “mosso” senza però portare cadute di tono o di interesse (anche se per forza di cose più prevedibile della prima parte del film).
E’ da vedere in lingua originale, perché molti riferimenti sono difficili da tradurre oppure, come accaduto per i sottotitoli usati durante la proiezione, rischiano facilmente di essere edulcorati o sostituiti nel timore che il “pubblico medio” non li afferri.

Helldriver – Yoshihiro Nishimura – 2010 – Giappone

Voto e sintesi: NP

Di questo, terza follia di mezzanotte, segnalo solo la presenza in programma perché non l’ho visto. La permanenza temporanea dello Shogun Italo e la sua incitante richiesta di “birrrèèèètta” hanno avuto la meglio, visto che alla fine gli splatteroni assurdi prodotti precedentemente del regista non mi fanno impazzire e non c’era nessuna ragione perché questo promettesse qualcosa di diverso.

Giorno 4 – Il solito giorno fiacco di chiusura ma con Leslie

Buoni prodotti che non fanno uscire di testa, una sòla giapponese, un inutile leone tailandese, premiazione e fan-time. L’ultima giornata del Festival è da anni la meno carica. Vuoi perché c’è la consapevolezza che tutto stia per finire, vuoi perché la programmazione ti ha già fatto vedere le cose più interessanti, vuoi perché uno slot è occupato dalla replica del film vincitore (che da integralista del festival hai sicuramente già visto). Il programma della domenica (stavolta sabato) è solitamente meno impegnativo e ardito.

Adèle e l’enigma del faraone – Luc Besson – 2010 – Francia

Voto: 3/5
Sintesi: racconto per pubblico giovane, richiede un’enorme quantità di sospensione dell’incredulità. Piacevole e molto ben realizzato ma nulla più

La mattina comincia in tutto relax. L’ultimo film di Besson, ennesimo prodotto per giovincelli, tratto da un fumetto di Jacques Tardi e che avrebbe dovuto intitolarsi qualcosa di simile a “Les aventures extraordinaires d’Adèle Blanc-Sec” e non “Adèle e l’enigma del faraone”, visto che il faraone è un comprimario e soprattutto non fa alcun enigma di nulla, racconta di una giovane esploratrice e scrittrice d’inizio secolo, anticonformista e avanti ai suoi tempi, disperatamente alla ricerca di un rimedio per curare la sorella in stato vegetativo.
Quel che meno mi è piaciuto del film è proprio il personaggio di Adèle. Sempre sopra le righe, sempre anticonformista a caxxo, iperattiva, concreta, decisa, determinata, tagliente e circondata per contrasto da uomini goffi quando non imbecilli. Ho capito il messaggio ma davvero, così la mettete giù un po’ troppo facilona. Adèle non cambia mai, non ha spessore, mai una sfumatura; e l’interpretazione della protagonista non ci prova neppure a dargliene una. Perfino le mummiette digitali (molto carine) hanno un carattere più definito.

Detective Dee and the Mystery of the Phantom Flame – Tsui hark – 2010 – Cina-Hong Kong

Voto: 3,5/5
Sintesi: un Wu Xia Pian mischiato ad una detective story dal maestro indiscusso di Hong Kong

Non amo il genere Wuxia; non apprezzo i salti finti messi ogni dove così come i combattimenti coreografati per cui prima di sferrare un cazzotto è necessario fare tre piroette in asse orizzontale. Ne ho visti pochi ma ho imparato, anche grazie a indicazioni di fanatici del genere, a riconoscere il tocco di Hark, quella sua certa “rozzezza” di montaggio (al diavolo la legge dei 180 gradi), la rapidità delle scene d’azione e via così: Hark infonde ai suoi film una pasta di veracità che certe sciorinate estetizzanti ben più famose al pubblico occidentale non hanno.
Qui seguiamo un investigatore della Cina antica (richiamato dopo esser caduto in disgrazia) che, indagando nella morte per autocombustione di alcuni soggetti coinvolti nella realizzazione di una statua (parte dell’allestimento per l’incoronazione della prima e unica imperatrice della Cina), arriverà a sollevare la povere da un intrigo di giochi di potere che lo porterà a maturare una più ampia coscienza delle cose e ad agire anche in contrasto con sue antiche convinzioni.
Niente da dire sul piano tecnico, se vi piace il genere: c’è tutto quello che volete. Su quello narrativo, pesa purtroppo la difficoltà di memorizzare i nomi cinesi e di non essere sempre certi di chi si stia parlando. Non so pertanto dire quanto la confusione della sezione centrale sia dovuta a problemi di scrittura e quanto a mie difficoltà di seguire in questo senso.

To – Fumihiko Sori – 2009 – Giappone
Voto: 2/5
Sintesi: che palle

Sori esce da Vexille, lungo di animazione in computer grafica molto interessante e suggestivo. 2001 Nights è un famosissimo e celebrato manga di fantascienza. L’attesa per To era buona e la delusione immediatamente percepibile dai primi minuti. Non solo To (che sembra essere un progetto di OAV poi abortito e trasformato in questo dittico di racconti tratto dal manga) è un prodotto fuori tempo massimo; è pure realizzato in modo da risultare il meno avvincente possibile.

Il contenuto è pura fantascienza classica, di quel genere “near future” che specula poco e si basa sulla descrizione di tecnologia e vicende plausibili non troppo in là nel tempo. Il manga ha però i suoi annetti ed è automatico che la sua fantascienza sia più facile da leggere nell’ottica di recupero che non in quella di opera nuova da dare in pasto al mercato. Come se non bastasse, si gioca pesantemente a livello stilistico. La CGI “modello Sori” non era una bomba neanche in Vexille e qui soffre della mancanza di un’atmosfera avvincente che la faceva perdonare allora: sembra qualcosa a metà tra il rotoscopio e la motion capture (che mi pare sia la tecnica realmente usata per animare i personaggi) ed i movimenti sono spesso goffi ed artificiali; la paletta cromatica punta ad una desaturazione e ad una prevalenza del bianco non proprio felice; i ritmi lenti di narrazione, le stancanti panoramiche sulle astronavi, sono ancora in debito del Kubrick di 2001 (così come il mecha design), senza rendersi conto che 1) Sori NON è Kubrick e 2) sono passarti più di QUARANTA anni.

Piuttosto dormito anche questo.

Max Adventures – Non ho neanche voglia di scrivere chi l’ha fatto – Thailandia

Voto e sintesi: zero

La piaga ufficiale del festival. Una produzione promozionale destinata ai bambini, legata alla campagna di gelati Algida. Inutile per tutti, bambini compresi, e realizzato in modo osceno, ci è stato propinato una volta al giorno davanti a film attesi (‘stardiiii!) in forma ridotta e poi, l’ultimo giorno, cioè oggi, in integrale. Mi chiedo chi siano quei folli che siano entrati per la proiezione dedicata. Il lato buono è che tutto ciò ha portato una buona fornitura di gelati in teatro, ufficialmente destinati ai bambini, in pratica saccheggiati da tutti visto che di bambini non ce n’erano; il lato negativo è che pure i gelati fossero più truffe che altro.

The Dreams of Jinsha – Chen Daming – 2010 Cina

Voto e sintesi: NP

Progettavo di vederlo folgorato dall’incontro coi cinesi ma alla fine sono rimasto a coltivare un altro mio amore festivaliero, Lesile Iwerks. Mi limito a riportare quanto letto su una recensione di IMDB e quanto visto da trailer online e dalla presentazione all’incontro col pubblico. Il film riassume millenni di storia cinese attraverso il rapporto tra un bambino e un cane (non chiedetemi come); ha un forte messaggio ecologico e narra dell’avverarsi di una leggenda, senza raccontarla mai una volta ma lasciando che
siano i personaggi, ogni tanto, a dire: “Ecco, è come diceva la leggenda!”

Sul piano grafico, se la cavano senz’altro meglio coi bei fondali che con i personaggi, i cui movimenti sono ancora poco sciolti. Qualcuno ci ha visto dei debiti verso la Mononoke di Miyazaki. Ma il film va visto soprattutto come testimonianza dell’attuale stato dell’arte dell’animazione cinese, destinato naturalmente a crescere di qualità nel tempo.

ILM: Rango, making Of – Incontro

La ILM ha visto bene di mandare in giro la più carina che avevano in casa, tale Maia Kayser (di origini brasiliane ma sicuramente di dna germanico), lead animator in Rango per un personaggio secondario. Incontro senza infamia e senza lode, sceneggiato fin nelle battute col pubblico (Shogun Cioni ha osservato come leggesse sempre un canovaggio qualsiasi cosa dicesse), nella tradizione dei making of delle ultime edizioni del Festival che, diciamocelo, ormai non fanno che ripetere le quattro procedure che ci siamo imparati tutti (a meno che chi parli non si chiami Letteri e abbia lavorato ad un filmino di nicchia intitolato Avatar)

ILM, creating the impossible – documentario e incontro con Leslie Iwerks

Prima dell’incontro, tappa collettiva a Mel Books per comprare il DVD Disney Treasures dedicato a Oswald The Lucky Rabbit. Per chi non lo sapesse, Oswald è il personaggio creato da Disney e Ub Iwerks (suo socio storico) prima di Topolino e ne costituisce una specie di prototipo (di fatto Mickey venne inventato dai due perché avevano perso i diritti sul coniglio); sempre per chi non lo sapesse, il secondo DVD contiene il documentario su Ub Iwerks dal titolo “The Man Behind The Mouse”, opera prima di Lesile Iwerks che di Ub è nipote. La mia idea è di restare un po’ alla proiezione, lasciare a Shogun Daniele l’incombenza di farmi autografare il DVD e correre alla premiazione in tempo per occupare una sedia decente. Non ce l’ho fatta. Il documentario sulla Industrial Light and Magic, pur nella sua brevità, ha quella combinazione unica di progressione cronologica e fascino-barra-esaltazione somma che il lavoro di Leslie riesce a trasmettere. Giuro, i suoi lavori dovrebbero essere obbligatori nelle scuole.
A seguire, domande e risposte (nulla di particolare). Ho apprezzato molto il fatto che Giulietta ed Oscar abbiano deciso di “sforare” accumulando un ritardo di 20-30 minuti per la premiazione al Duse pur di non non troncare questo piacevolissimo incontro.
Ed alla fine, una lezione di umanità in barba a chi definisce gli americani un popolo di m.: in fila come quattro ragazzini (età anagrafica variabile dai trenta ai cinquanta) coi nostri DVD chiediamo un autografo a Leslie e ci complimentiamo per il suo lavoro. E questa donna dal talento innegabile, che per chi non lo sapesse ha nel frattempo vinto anche un Oscar, accoglie la richiesta con un misto di stupore ed di imbarazzo, come se non sapesse da che pianeta scendessimo e perché le stessimo dedicando tanta attenzione. Chapeau. (Ps: l’autografo è uno scarabocchio che avrei potuto fare io. Ma la possibilità di questo piccolo scambio non ha prezzo)

Premiazione

Chi ha vinto ve lo potete leggere on line qui http://www.futurefilmfestival.org/it/2011/04/23/no-longer-human-vince-il-platinum-grand-prize-al-future-film-festival-2011/
Ma siccome al momento non ho una fava da fare, riassumo:
Per i film:
– No Longer Human: Platinum Grand Prize
– Paul: menzione speciale Platinum Grand Prize
Per i corti:
– Bottle di Kirsten Lepore (USA 2010): premio della Giuria
– Rubika di AAVV (Francia 2010): menzione speciale della Giuria e secondo classificato del pubblico
– Le Royaume / The King and the Beaver di AAVV (Francia 2010): primo classificato del pubblico
– Mobile di Verena Fels (Germania 2010): secondo classificato del pubblico a parità con Rubika
Nota triste: convinto di arrivare e dovermi imboscare in qualche anfratto sperduto della sala, causa ritardo accumulato, la trovo in realtà non così piena come era negli anni precedenti

The Adjustment Bureau – George Nolfi – 2010 – USA

Voto: 3/5
Sintesi: eh…

Ultima anteprima americana, tratta (non so quanto) liberamente da Philip Dick, narra di un politico rampante che incontra la donna della sua vita ma trova una fantomatica organizzazione di manipolatori delle “coincidenze” che vuole impedirgli di frequentarla.
Il film mi fa immediatamente pensare a The Box di Kelly (non dico perché per non spoilerare) e si riallaccia ad un filone classico di fantascienza non hard che fa un po’ “ai confini della realtà”. L’interessante è vedere se si tratta di coincidenza o se c’è qualcuno con la cravatta e la giacca che di nascosto manipola la scelta di questo tipo di film con lo scopo di rivitalizzarne il genere.

Post-Festival

Rinunciamo alla replica di No Longer Human (stavolta, almeno, in formato corretto) e chiacchieriamo amabilmente fuori e dentro il teatro tra di noi e con lo staff. In un primo tempo, in attesa di Carlo che, dopo averci intimato “aspettate qui, torno subito”, se ne dimentica e sparisce per far baldoria e, in un secondo tempo, di Luca, che ha acconsentito a condividere una birrèèèèètta. Ci riusciremo tipo intorno alle quattro di notte. Poco male, gli Shogun hanno sempre qualcosa di cui parlare e l’attesa non è pesata. Dialogo topico: Paolo: “E’ sempre più difficile trovarci tutti ogni anno, oggi i nerd hanno dei problemi”. Molin: “Anche prima, ce li avevano”.

Ringraziamenti e saluti

Un saluto allo Shogunato presente e assente. A Paolo, che ha contribuito al report sostitutivo solo in intenzione (ma almeno lanciando l’idea). A Daniele, presenza storica entrato a pieno diritto nella casta (anche tra shogun ci sono tribù) e a Cesare Sr. con i suoi resoconti di collezionista navigato; anche a quell’individuo totalmente privo di tempismo che risponde al nome di Riccardo (un professionale privo di privilegi) e che ci siamo dimenticati al Duse la sera della birra, lasciandolo a vagare come un cane bastonato, domandando alle maschere se ci avessero visto; agli altri sostenitori di cui non so neanche il nome; ai due transfughi, il canado-norvegese e l’uomo dei cammelli. L’assenza di Ninja è stata pesantemente sentita dallo Shogunato tutto e dallo staff (anche da
Giulietta, ne sono convinto, che pure non lo ammetterà mai) e si riassume nella dichiarazione ufficiale di Carlo Tagliazucca: “In un tripudio di effetti speciali di ogni tipo, uno solo, familiare a chiunque abbia frequentato il FFF, mancava: l’urlo in loop di Ninja (ed in particolare la sua manifestazione più stridula e fastidiosa: “L’Uovo fa cagare!”)”.
Saluti anche ad Alessia e compare, anche se se ne stanno sempre in disparte.

Un saluto anche alla ragazza coi capelli rossi e gli occhiali da Ape Maia che abbiamo involontariamente molestato costringendola a cambiar di posto e ad alzarsi ripetutamente. Non è colpa nostra, siamo nati così.

Menzione di disonore a Frida-tirapacchi per aver annunciato la sua presenza e poi non essersi fatta vedere (ero l’unico ad averle creduto, a quanto pare, gli altri lo davano per scontato) e al consorte Mariolotto che, come unico evento del festival cui partecipare, ha scelto la festa a casa dei lupi (non trovandoci poi nessuno, presumo, se mai c’è andato) e addirittura dichiarando al telefono al sensibilissimo Luca qualcosa come “No, al festival non vengo, mi interessa la festa”.

Un saluto al personale del Duse, troppo formale per un’occasione come questa.

Un ciao e grazie tutto lo staff di volontari, disponibile e simpatico; al volontario barbuto dell’Urban Center che non ha saputo dirci dove si svolgesse un evento che stava in realtà a dieci metri in linea d’aria; a Cioni jr che è stato costretto dal padre shogun a dare il suo prezioso contributo e che ha risolto l’emergenza di un lettore blu ray morto sul più bello; a Gaia degli accrediti, che non suona bene quanto “Nausicaa dei venti” ma si fa quel che si può (benvenuta nel tunnel); ad Angela, messa a distribuire Aperol forse in
abbinamento con il colore della sua capigliatura. E alla frizzante Michela (dove “frizzante” va letto sempre davanti al nome, come un titolo; es. “geometra”) perché accogliere con un sorriso un branco di nerds che si parlano addosso con profusone di dettagli su argomenti per il resto del mondo di importanza nulla richiede un buon carattere; rispondere loro mantenendolo, il sorriso, mostra un carattere ancora migliore; ma inserirsi di propria iniziativa in mezzo ad essi e a volte addirittura proporre il dialogo ha qualcosa di quasi soprannaturale.

Un saluto (e un grattino in testa) al gatto bianco panzone trincerato sopra il letto a castello, anche se non lo leggerà mai.

Un ringraziamento a Carlo, che ha confermato ed esplicitato il lungo e forte legame di affetto che mi lega a doppio filo con l’organizzazione del Festival attraverso le parole: “Molin, mi servono i tuoi soldi”

Infine ringraziamento collettivo e caldo saluto a Giulietta, Oscar e tutto lo staff fisso per averci permesso anche quest’anno una pausa di evasione, riflessione, esaltazione (poca ma buona) e delirio critico di cui abbiamo davvero bisogno. Se siamo qui ogni anno è perché, per noi, non c’è un festival come il Future Film Festival. Vi vogliamo più bene di quanto non sembri. Speriamo che ce la facciate anche il prossimo anno (la primavera va bene ma evitate la Pasqua).

Per ora: so long, and thanks for all the fish.

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