“Future” Film Festival 2012

Introduzione

Salve a tutti cari lettori, anche quest’anno si è tenuto a Bologna il Future Film Festival, rassegna cinematografica che seguo praticamente dalla sua nascita. Purtroppo dopo la rilocazione oltreoceano mi è assai difficile rientrare in Italia per il Festival, perciò ho assoldato il sempre validissimo Shogun Molin per il report.

Lo stile del reportage è il solito già consolidato da più di dieci anni, ovviamente lo stile sarà quello del buon Molin e non il mio, ma nulla mi rende più felice che ospitare il suo articolo qui.

Un ringraziamento sentitissimo quindi al buon Cesare che sopperisce alle mie mancanze :).

Salve a tutti.

Per il secondo anno consecutivo il nostro buon Ninja non ha potuto partecipare al consueto appuntamento con il Future Film Festival di Bologna, tenutosi dal 27 marzo al 1 aprile 2012. Di conseguenza mi sobbarco l’onere di condividere con lui (ed a cascata, con voi) il succo dell’esperienza attraverso questo report annuale. Come probabilmente non ricorderete, sono il Molin, ed ho poteri di shogun parziale; e come analogamente non ricorderete, lo shogun FFF è l’accreditato sostenitore, che paga una discreta cifretta per avere il diritto di accesso privilegiato alle proiezioni per l’intera manifestazione e, in caso di shogun plenipotenziario o super shogun, anche il posto riservato nominale e l’invito alla cena finale con organizzatori ed ospiti d’eccezione. Lo shogun indossa ed espone con orgoglio il proprio tesserino di accreditato, esprime un cocciuto amore per il festival attraverso una religiosa partecipazione ed anche una critica più o meno feroce, che non mette però in discussione la coazione a ripetere di quella pratica signoresca chiamata accreditamento al buio (cioè, a programma non ancora pubblicato). Prima di iniziare la relazione giorno per giorno, permettetemi alcuni commenti generali.

E’ necessaria una ridefinizione della proposta?

Questa è ormai la terza edizione “di transizione” del Future Film Festival. Dopo anni di espansione in più sale, più giorni, più eventi collaterali, il processo si è bruscamente invertito con una riduzione massiccia del programma, delle locations e degli ospiti; dapprima si è detto “va bene, per quest’anno sopportiamo i limiti sulla fiducia, in attesa di tempi migliori…”. Poi gli anni sono diventati due. Ed ora, tre. Ed è ormai evidente che i tempi migliori non ci saranno tanto presto, se non mai. Questo porta a una seconda riflessione: la necessità ed il senso di una manifestazione del genere, oggi, a 14 anni di distanza dalla sua nascita. Ne parlerò probabilmente meglio altrove; va comunque osservato come molte cose siano cambiate in 12 anni e che se all’epoca riflettere su CGI e, poi recentemente, su 3D stereoscopico poteva coincidere con una speculazione sul futuro del cinema, oggi una mera ricognizione dei film di animazione ed effetti speciali usciti nei 12 mesi non è più sufficiente a dare giustificazione del titolo: la rivoluzione (ed il futuro) oggi si stanno costruendo in altri luoghi ed altri media e la sensazione è che, se essi vengono totalmente ignorati dallo sguardo indagatore del festival, la colpa non sia solo della crisi che sbriciola il porcellino di coccio ma anche dell’assenza, all’interno dell’organizzazione, di elementi che sappiano e vogliano cogliere questi cambiamenti ed inserirli organicamente nella programmazione. Il Future Film Festival è oggi, di fatto, solo un banalissimo “Animation” Film Festival. C’è però una seconda sensazione, e non è meno leggera della prima: e dice che, ammesso che vi sia la volontà dell’organizzazione di svecchiarsi ed abbracciare nuove prospettive, manchi un pubblico realmente intenzionato ad andargli dietro. Il pubblico che vedo oggi (escluso quel pugnetto di accreditati più o meno – ma non sempre – presenza fissa) appare sostanzialmente pigro, inconstante, superficiale e, soprattutto, saltuario e poco curioso. Escluso il sottocanale dedicato a incontri professionali o semipro o a quelli didattrici-barra-workshops (cui non partecipo e di cui non posso render conto), gli showcases con i rappresentanti di cinematografie straniere sono spesso semideserti; gli accreditati sembrano pochi (per non parlare della vergognosa quantità di tesserini – presumibilmente culturali e stampa – mai ritirati e giacenti come foglie morte al bancone dell’ufficio accrediti) e la maggior parte del pubblico sembra dividersi tra casuale (che aiuta a far cassa e numero ma non dice nulla sulla salute e vitalità di una manifestazione che si allarga con un discorso coerente su cinque giorni) e sclerotizzato: ormai so già in anticipo che facce si presenteranno alla proiezione dell’ennesimo film asiatico come so per certo che non vi sia pericolo alcuno che gli venga la curiosità di vedere come possa essere uno spagnolo, un polacco, un francese, un russo, eccetera – e il discorso vale anche al contrario, per gli anti-asiatici di principio. Una dicotomia che ha accompagnato ogni edizione del FFF e che lo stesso non è mai riuscito a sanare. La scarsa presenza di studenti e giovani, che dieci anni fa costituivano invece grossa parte del pubblico, è altro segno di un invecchiamento della proposta; ma anche, probabilmente, di uno slittamento culturale delle nuove generazioni universitarie molto meno curiose ed esploratrici, anche all’interno dei propri campi di studio (osservazione, questa, che ho raccolto in privata conversazione, e direttamente, da un docente più che autorevole), o magari non più interessate ad una fruizione cinematografica intensiva, come noi vecchie ciabatte. Se è più che probabile che tale conformazione di pubblico sia conseguenza di una selezione naturale in risposta alle scelte di programma fatte dall’organizzazione in passato, questo non significa però che, automaticamente, correggendo la rotta in una chiave più consapevole dei cambiamenti in atto nella sfera digitale, il pubblico perso ritorni, o ne arrivi del nuovo, più fresco e giovane. Forse è il formato “festival”, in sé stesso, ad iniziare ad essere superato, qui.

Pubblico e personale

A pelle, la sensazione è che il pubblico si sia ulteriormente ridotto dallo scorso anno. La collocazione nel cinema Lumiere ha consentito un “effetto compressione” per cui la sala (piccola e spaziosa) apparisse facilmente piena o quasi per molte delle proiezioni: un bell’impatto visivo, oltre il quale però era possibile intravvedere numeri relativamente bassi. Non mi pare di aver visto nuove facce negli accreditati, anche se paradossalmente non ho ancora imparato a conoscerli tutti. Anche la dimensione sociale mi è parsa ai minimi termini, limitata a capannelli di già noti che interagivano tra di loro. Mi includo nella lista e mi dichiaro complice. Negli ultimi giorni, a sorpresa, è ricomparso un elemento perso per strada durante le passate edizioni, pittorescamente chiamato da alcuni “Il Piattola” (no, non si tratta di Shogun Italo, quella è una versione apocrifa non confermata da nessun testo ufficiale). Il personale di sala è apparso cortese ed organizzato sufficientemente (ma gli attacchi di panico che i loro predecessori hanno attraversato nel dover gestire da un momento all’altro fiumane più o meno incazzate di persone morte di freddo manco si immaginano cosa possano esser stati). Apprezzabilissimo, ma anche ingenuo, il tentativo di una balda volontaria (o stagista, credo) che, durante il mercatino alimentare alloggiato sabato mattina nella piazzetta del cinema, se n’è uscita con un pacco di programmi in mano per cercare di far volantinaggio ad un branco di passanti casuali impegnati in movimenti ripetuti di ganasce o di acquisti che a tali movimenti preludevano ed il cui dentro di interesse non poteva probabilmente essere più lontano da un festival di animazione.

Programmazione

Il tema dell’edizione di quest’anno è stato la fine del mondo. Vi è stata dedicata una specie di retrospettiva striminzita ed incoerentemente eterogenea, spalmata durante le giornate del festival; ma trattandosi di pellicole ben note e viste, l’ho evitata in toto per concentrarmi su materiale che non conoscevo. Non ha in ogni caso senso buttar giù due righe esplicative perché, fatta eccezione di quella porcata di The Day After Tomorrow di Roland Emmerich, si tratta di classici fondamentali ed immancabili che mi aspetto chiunque abbia visto (e se no, rimediate all’istante): The War of The Worlds di Byron Haskin, When The Wind Blows di Jimmy Murakami, Twelve Monkeys di Terry Gilliam. La sezione cortometraggi contava una sessantina di opere selezionate. Ho visto per via diretta i programmi 4 e 5 e con altre fonti parte dei rimanenti. Alcuni titoli da recuperare:

  • Something Left, Something Taken di Max Porter, parodia olandese delle scienze forensi con pupazzetti di stoffa in stop motion,
  • Tatamp di Mirai Mizune, giapponese astratto a ritmo di musica
  • Aalterate di Christobal de Oliveira, composizione metamorfica quasi intellegibile sul piano semantico quanto affascinante su quello visivo
  • A Morning Stroll di Grant Orchard, simpatica variazione sul tema di un incontro casuale ad un angolo di strada, in tre epoche diverse
  • Vicenta di Sam Orti, commedia coniugale che si trasforma parodia horror. La prima volta in cui vedo una scena di sesso hard core in plastilina.

La riduzione della sezione corti ad una quantità più equilibrata rispetto ad alcuni programmi debordanti del passato è senz’altro un elemento positivo, anche se la sensazione complessiva, confrontata anche con altri spettatori, sia di un’annata fiacca, con buona parte delle opere proposte di qualità trascurabile o, quando tecnicamente interessante, consistenti soprattutto in esercizi di stile o scolastici, senza poca sostanza. La qualità dei film proposti non ha mai toccato vertici eccelsi ma neppure è sprofondata nella ripetizione coatta e reiterata di tante boiate inutili come lo scorso anno; senz’altro, ci sono stati problemi di equilibrio nella proposta: una presenza eccessiva di titoli per bambini, una selezione asiatica troppo all’insegna delle strade già solcate ed una presenza irrisoria di film più indipendenti, artistici e sperimentali. A mente fredda, i miei picchi personali sono stati, in ordine sparso, lo sperimentale quasi-motion-comic (o motion illustration??) Midori-Ko, il semibiografico Chico & Rita e lo storico adolescenziale From Up on Poppy Hill.

Day 0 – Martedì 27/3/2012

Here we come

La giornata preparatoria al festival, oltre al consueto rituale del ritiro accrediti, avvenuto, senza nulla degno di menzione, nel classico spazio in Palazzo Re Enzo (dopo “l’incidente” in sala Borsa dell’edizione precedente), fondamentalmente trascorre in visite rapide in libreria con mal di testa incluso, assistenza informatica gratuita in real-time prestata da Shogun Rob ed il concertone inaugurale “prodotto” dal FFF e collocato al teatro Manzoni, seguito da immancabile rinfresco su invito dove, malgrado l’evidente riduzione di portate rispetto ai tempi passati, non manchiamo di dare il meglio della nostra assenza di ritegno. Al concerto imbuco pure Frida tirapacchi (che però è stata poco rapida al rinfresco, mangiando pochissimo sommersa dall’attacco delle cavallette), da che l’invito è per due; ma non avendo prenotato per lei, e col suo nome assente dalla lista, produco spiegazioni istantanee apparentemente confusionarie al punto tale che la responsabile decide di allungarmi due biglietti e togliermi dai coglioni per l’accumularsi di gente dietro di me. C’è pure il tempo, nel pomeriggio, per visitare un evento collaterale al festival, incluso in programma più per diplomazia istituzionale che non per una reale attinenza con i suoi temi e specifiche, l’installazione Snowhite’s Secret Box.

Snowhite’s Secret Box di Ana Juan (presso la pinacoteca di Bologna) Sintesi: una pubblicità spacciata per mostra Voto: – Percorso interattivo che trae spunto dall’albo illustrato Snowhite della celeberrima valenziana Ana Juan (che mi dicono essere la madre fondatrice di tutta un’estetica dark gothic che oggi è cliché assodato), ne è in realtà uno spottone pubblicitario malcelato, con la chiara intenzione di invogliare all’acquisto di volumi originali alla fine del percorso espositivo. L’esposizione, coprodotta guarda caso dall’editore della Juan, di “interattivo” ha veramente poco o nulla e non rivela dettagli sufficienti alla comprensione di quella che dovrebbe essere una storia narrata attraverso miniature, illustrazioni, filmati e pupazzi esposti (storia che a sua volta ricostruisce le vicende all’origine della sparizione misteriosa della piccola Snowhite). Visivamente, comunque, molto bello (col modellino del maniero di famiglia che è la morte sua).

Big Clang BangConcerto inaugurale Sintesi: non fa danno Voto: – Pensavo peggio. Temevo una buona dose di pretenziosità gratuita, soprattutto da parte italiana. Ed invece, a parte una lunghezza forse eccessiva, è scivolato via liscio. Il concerto inaugurale, “prodotto” dal Festival stesso, è consistito in un concept show in cui un montaggio decostruttivo di un centinaio di film a tema catastrofico, articolato in quattro sezioni o “fasi” (preparazione, catastrofe, sopravvivenza, mutazione) e realizzato dal montatore italiano Cristiano Travaglioli, veniva accompagnato in tempo reale dalla musica elettronica dal newyorkese Bill Laswell, composta per l’occasione. Entrambi hanno svolto il proprio compito con buona discrezione, specialmente Laswell, che ha preparato ed eseguito uno score ambient-noise (purtroppo a volte un po’ fastidioso) tendenzialmente aritmico, pulsante, non melodico, in grado di sostenere e supportare le immagini ma sempre attento a non distrarre l’attenzione da esse, vero piatto forte.

Day 1 – Mercoledì 28/3/2012

Not a bad day, after all.

Una prima giornata tranquilla, senza scossoni ma anche senza schifezze immonde, con chiusura d’autore. Due blockbusters europei in treddì per bimbi, uno Shinkai deludente, un bello spagnolo ed un ceco ai limiti dell’intelligibile.

Pirates, Band Of Misfits 3D di Peter Lord, Gran Bretagna, 2012 Sintesi: sceneggiatura prevedibile e una struttura pigramente da manuale redenta da alcune trovate divertenti ed uno spruzzo di umorismo british; la claymation col treddì è la morte sua. Voto: 6 ½ Il nuovo lavoro dello studio inglese indipendente Aardman in anteprima farlocca (leggi: “T’aspetti ‘na settimana e te lo vedi comunque ar cinema”) ed anticipato da una breve ma piacevole introduzione tecnica del regista Peter Lord. Il film conferma l’ovvio: un “materiale” di partenza già plasticissimo di suo (i pupazzi di plastilina e le scenografie in miniatura) si sposano perfettamente con la tecnica di ripresa stereoscopica, che ne esalta la profondità, i livelli e la rotondità. Purtroppo, i motivi di interesse si fermano qui: lo svolgimento dell’arco narrativo è tanto scolastico quanto prevedibile ed il soggetto pirati piacerà ancora tanto ai bimbetti minchietti ma francamente comincia ad essere un po’ decotto. Salvano la baracca spruzzi di humor british e alcune brillanti trovate di contorno. Simpatico, ma in fondo nulla di nuovo, il ribaltamento che vede un soggetto diseducativo (pirati=ladri ed assassini) farsi portatore di un contenuto educativo positivo (priorità dei valori affettivi e dell’integrità sul successo ad ogni costo). Carlo Tagliazucca era più entusiasmato dall’ossimoro semantico dato dalla presenza di un team antipirateria ad una proiezione a tema pirati. Ma su questa spippola non ho intenzione di seguirlo o assecondarlo.

Adventures in Plymptoons! di Alexia Anastasio, USA, 2011 Sintesi: grezzo atto d’amore verso il cartoonist ‘merigano indipendente per eccellenza Voto: 6 Il documentario sembra più guidato da una volontà omaggistica che da un intento divulgativo: l’apparato biografico è ridotto all’osso e il focus è più quello di celebrare l’animatore nel suo percorso coerente di indipendenza artistica che non fare divulgazione. Sostanzialmente inutile per un non iniziato.

Children Who Chase Lost Voices From Deep Below (Hoshio ô Kodomo) di Makoto Shinkai, Giappone, 2011 Sintesi: prova deludente di uno dei più importanti “nuovi” autori giapponesi Voto: 7 ½ Pare che Makoto Shinkai s’incazzi non poco quando lo definiscono il nuovo Miyazaki. E allora c’è da chiedersi perché stavolta abbia voluto tirarsela addosso così tanto. Perché dell’autore intimista, poeta della distanza umana e delle ossessioni personali, che abbiamo amato in opere come Byosoku 5 Centimetres qui c’è ben poco; e c’è invece un minestrone decotto e tiepidino del maestro dello studio Ghibli, con tanto di messaggio morale sull’iniquità del genere umano, metafore ecologiche, viaggi in mondi altri e perduti, tutto descritto da un design cartacarbonato che riporta alla mente classici vecchi e nuovi; probabilmente indirizzato ad un pubblico giovane che tali pilastri, ancora, non conosce (o almeno non ne è ancora saturato). Qualità tecnica comunque inattaccabile (anche se, a mio vedere, meno sorprendente di quelle a cui Shinkai ci ha abituati)

Alois Nebel di Tomás Lunák, Repubblica Ceca/Re­pubblica Slovacca/Germania, 2011 Sintesi: è ceco, slovacco e tedesco. Ma soprattutto ceco. Cioè: una palla assurda Voto: 6– Poco chiaro sul piano narrativo, ruffiano (ma come può esserlo un ceco+slovacco) su quello visivo. Difficile afferrare l’identità e le motivazioni di personaggi secondari, mentre quelli principali fanno a gara tra l’essere totalmente indifferenti o fastidiosi. Un evidente rotoscopio stilizzato è poi una scelta di comodo per ottenere un’estetica in bianco e nero contrastatissimo e la sensazione di un motion comic pur evitandone in parte la staticità. Facilissimo dormirselo in più punti o chiedersi “embè?” a fine corsa. Non basta tirare in ballo una pagina storica infame per fare roba d’autore credibile.

Un Monstre a Paris di Bibo Bergeron, Francia, 2011 Sintesi: pensavo molto peggio, ma siamo sempre nello standard infantile facile facile Voto: 7 Il film è un blockbuster per bambini (“famiglie”, whatever…) intriso di orgoglio e cocciutaggine culturale nazionalistica francese, ad opera di un regista francese con trascorsi americani di successo e prodotto dallo stesso Luc Besson di Arthur e le mini minchie. Che dire? Proprio il giorno prima mi lamentavo di questa sclerosi autocompiaciuta francese per l’ambientazione ad inizio secolo e di come mi stesse rapidamente venendo a noia. Ed eccola qui, di nuovo. Stavolta ci aggiungiamo pure una collocazione storica (la piena eccezionale della Senna negli Anni ’10) e l’ennesimo, involuto rimando al Fantasma dell’Opera ed al cinema dell’epoca muta. Simpatico, per carità. Ma ci fermiamo lì.

Chico & Rita di Fernando Trueba, Javier Mariascal, Tono Errando, Spagna, 2010 Sintesi: ecco, questo vederlo non fa male; o anche sì. Fate voi Voto: 7 ½ Vecchiotto ormai di due anni, e già premiato altrove, è la riprova che un occhio sulla Spagna, da una decina di anni, è obbligatorio tenerlo. Rotoscopico anche questo (dicono gli occhi esperti, a me non pare sia tutto così) ma con una stilizzazione più marcata, pittorica e non intimorita dal concedersi qualche libertà ogni tanto su forme e proporzioni anatomiche, è la storia delle vicende professionali e personali di due musicisti cubani negli anni dell’ascesa del Jazz. Un quasi biopic musicale, con tutti gli ingredienti del genere, che descrive il percorso che li porta dall’Havana a New York, costantemente sull’onda di una tensione romantica che non riesce mai, complici difficoltà di carattere e di comunicazione, a trovare una piena realizzazione. Il film è bello. Ma anche molto malinconico, di quelli pericolosi. Originale ed infuso di un solido background storico che non è solo scenografia (molto significativa, ad esempio, la comparazione fra il passato luminoso e mondano della Cuba pre-rivoluzionaria e il presente castrista fatto di edifici cadenti e mura scrostate; così come lo sono le allusioni alla discriminazione dei musicisti neri, indipendentemente dal loro successo).

Day 2 – Giovedì 29/3/2912

Not so bad, not so good, as well.

Alla conclusione del secondo giorno di festival lo shogunato tutto è attraversato da una sorpresa: non si è ancora vista una reale, solenne ed indicibile minchiata. Aver nulla per cui gridare al capolavoro non è infatti una condizione nuova per noi stagionate cariatidi nerd; esser privi di un oggetto di reiterata derisione collettiva, sì. In particolare, sentiamo della mancanza del cosiddetto “film da Ninja”: una pellicola che contenga una ben distinguibile e prominente idiozia (una battuta infelice, un design involontariamente ridicolo, eccetera) che il nostro sappia immediatamente trasformare in un’arma sonora con cui attaccare a ripetizione membri dello staff e direttori ad ogni minima occasione per il resto della manifestazione. Non ricordo se in questo giorno o nel seguente, si verifica una piccola diatriba tra shogun per il posizionamento dei posti riservati. Curioso come per alcune persone sia naturalmente inconcepibile il non possedere maggiori diritti dei propri pari. Picchi della giornata il secondo spagnolo ed un giapponese indipendente. Shogun Italo comes to town e come conseguenza ci fa fare le tre di notte davanti alla sua maledetta “birrrèèètta”, portando la cameriera del pub di turno (salutata con un iniziale “mmma quanto se’ bbbona!” immediatamente riecheggiato dallo staff del locale) vicinissima alla soglia della sopportazione. Ci siamo tornati qualche giorno dopo, senza Italo, e lei non c’era. Pare che spariscano spesso, nei locali che frequenta.

Brazilian Motion Graphics – Focus On Sintesi: i brasiliani che fanno le persone serie sono noiosetti Voto: – Rinunciando a malincuore al ripasso delle Dodici Scimmie di Gilliam, decido di concentrarmi sulla delegazione di brasiliani per fini culturali. Ne è valsa la pena fino a un certo punto. Gli ospiti rappresentavano infatti un lato più professionale e “controllato” della produzione brasiliana (di cui conosco poco, e generalmente orientato su un’allegria esplosiva ai limiti della demenza), perché operanti a vari livelli nel settore pubblicitario. Motion Graphics è un termine che sta a riferirsi ad una tecnica che “anima” degli elementi grafici derivati dal design pubblicitario, la cui precisa definizione mi è sfuggita sempre e che oggi, con l’immancabile presenza di tecnologie digitali in ogni studio e la conseguente sovrapposizione ed ibridazione di tecniche grafiche bi e tridimensionali, assume caratteri ancora più nebulosi. Ho comunque potuto campionare un Brasile diverso da quel che conoscevo, tecnicamente più preciso e raffinato (ma paradossalmente, proprio per questo, con molta meno identità). Anche se l’incontro è stato francamente di una noia spessissima. Certo, probabilmente anche agli speakers, vedendosi davanti i soliti tre gatti degli incontri col pubblico, un po’ la voglia gli è passata.

Arrugas di Ignacio Ferreras, Spagna, 2012

Sintesi: secondo spagnolo, secondo centro. Racconto agrodolce su vecchiaia e decadenza, tipicamente europeo ma privo di autocompiacimento. Voto: 7 ½ Tratto da un fumetto omonimo, ambientato in una casa di riposo, il film sceglie con audacia e delicatezza di affrontare temi impegnativi come invecchiamento, decadenza, alzheimer attraverso uno sguardo leggero, raccontando l’adattamento di un anziano alla nuova vita in una casa di riposo. La sceneggiatura non richiederebbe necessariamente il mezzo animato per essere realizzata ma indubbiamente il tratto leggero, le tinte chiare ed il design caratteristico e stilizzato aiutano il prodotto ad apparire meno naturalistico ed a rendere ulteriormente lieve l’approccio.

Midori-Ko di Keita Kurosaka, Giappone, 2010 Sintesi: finalmente il filmone “da festival” Voto: 8 Il film è il prodotto, se me la raccontano giusta, di un autore originale ed autarchico alla moda di Plympton. L’approccio grafico è affidato a matite ed equipollenti, realizzando un impasto di colori desaturato di chiaro approccio illustrativo, ed è privilegiato rispetto alla fluidità di animazione (anzi, gli scatti tipici di una motion comic spinta vengono sottolineati da effetti sonori, con intento stilizzante), con interessanti effetti di dissolvenza ondivaghi tra fotogrammi fissi che confluiscono un aspetto quasi pulsante alle immagini, riducendo l’effetto di staticità. Questo stile originalissimo è a servizio di una storia post-catastrofica infarcita di ambienti decadenti e creature mutanti, in cui un nuovo cibo universale inventato di fresco, che potrebbe risolvere i problemi di scarsità alimentare, ha purtroppo lo spiacevole difetto di essere autocosciente, generando una serie di situazioni ridicole che, invece che fare a pugni col setting desolato, creano una miscela di tragicomico che funziona e si mantiene personalissima. Che vi devo dire? A a me queste spippolate intransigenti piacciono assai

Naki: on the Monster Island (Friends: Mononoke-jima no Naki) di Takashi Yamazaki e Ryuichi Yagi, Giappone, 2011 Sintesi: giappo in animazione 3D ad uso bambini, è divertente e segna un progresso. Voto: 7- In passato al FFF ho visto altri film in computer grafica giappa per bambini che definire discrete porcate è fargli un complimento. Fortunatamente, qui andiamo meglio. La tecnica è notevolmente migliore ed il materiale, fornito da un classico dell’infanzia giappa sui temi della diversità, dell’accettazione e della discriminazione, è reso con buona efficacia in un racconto dalla progressione classica ma non necessariamente prevedibile in ogni fase. Genuinamente divertenti alcuni personaggi e gag di contorno. Se volete, pensatelo come “Tre Uomini e un Bebè, coi demoni”. Più fresco, comunque, degli altri decotti per bambini presenti in programma; ma qui si va a gusti.

The Dark Side of the Sun di Carlo Shalom Hintermann, Italia, 2011 Sintesi: documentario interessante e importante ma realizzato in modo poco compatto. Voto: 6 ½ Il documentario descrive un campo estivo americano dedicato a bambini affetti da una rara malattia che impedisce loro di esporsi al sole. Raccoglie le intenzioni ed i ricordi degli organizzatori e cattura il senso di comunità e profonda appartenenza che si crea tra i ragazzi. A livello di contenuto, una visione male non fa. La forma, però, ha molti problemi. L’esposizione manca di sintesi e la seconda parte è appesantita da falsi finali troppo smaccatamente strappa-lacrima. L’idea di intercalare segmenti documentari con sezioni in animazione appare piuttosto gratuita ed il racconto fantasy che essa sviluppa, ispirato direttamente a sogni e dichiarazioni dei ragazzi, non soddisfa l’ambizione di aggiungere uno strato poetico ed anzi appare troppo lunga e dispersiva rispetto al contesto; discutibile anche la scelta di utilizzare un design standardizzato sull’estetica anime giapponese.

The Sorcerer and the White Snake (Bai she chuan shuo) di Tony Ching Siu-tung, Hong Kong, 2011 Sintesi: un wu xia romantico per bocche molto buone Voto: 6 ½ La ragione ultima di questo film sta nella presenza di due gnappolozze asiatiche d’ordinanza, che qui danno corpo e voce a due demoni serpente, uno dei quali si innamora di un mortale innescando il classico percorso di tragedia che culminerà con un tripudio di distruzioni, inondazioni e duelli magici sull’acqua. Ho detto e ripetuto che il genere wu xia pian (cappa e spada made in Hong Kong) non mi piace e che appena vedo qualcuno fare salti acrobatici appeso a corde invisibili mi vien da grattarmi le ginocchia. Ma raccogliendo altre opinioni di orientofili, in generale le vedo concorrere nel descrivere il film come un sottoprodotto di routine, con elementi melodrammatici e romantici stucchevoli ed esagerati ed una computer grafica di media qualità.

Deadball (Deddobôru) di Yudai Yamaguchi, Giappone, 2011 Sintesi: splatterone debordante e demenziale stranamente più compatto del solito Voto: ? Il primo delle due follie notturne giapponesi (ormai di rito da anni al FFF), è talmente cazzone e demente da risultare divertente. Forse perché la comicità non risiede esclusivamente negli elementi splatter ma emerge anche da altre trovate e dalla performance adeguatamente sbracata del protagonista (ilare fino allo sfinimento, ad esempio, il tormentone della sigaretta accesa) e anche per un tutto sommato buon controllo del ritmo che in parte ammortizza la pesantezza dica accumulo che spesso questi film hanno nei dintorni della terza parte.

Day 3 – Venerdì 30/3/2012

The day Goro ran away with it

Con la sua nuova edizione, il 3D Day si conferma un appuntamento sempre più inutile. Anche quest’anno, per noia, salta la canonica seduta fotografica con occhialini stereoscopici. Un found footage americano indegno che è un insulto alla stupidità, oltre che all’intelligenza, domina la serata facendo apparire il successivo splatterone come necessario sciacquo antisettico (il che è tutto dire, considerando che parla di zombie e merda). Mentre sorprende tutti il talento di Goro Miyazaki (che, se volete fare gli orientofili che se la tirano a cazzo, dovete pronunciare “mi-ià-zà-kì-gò-rò!”) che torna alla regia dopo l’odiatissimo I racconti di Terramare con un film storico adolescenziale riuscito e convincente. Ho da ridire con una maschera che mi chiede di fare la fila fuori, agitandogli in faccia la tessera sostenitore con atteggiamento inbauscito alla “ho pagato, per questa, testina”. Niente di personale, è una cosa che devo fare una volta all’anno. Seconda conclusione di nottata con chiacchiere nerd, nuovo pub. Nuovo giro di birrèèèètte e molestie a random.

3D Day (incontro) Sintesi: il treddì è allo sbando, il 3D Day pure Voto: – Incontro diviso in tre sezioni. La prima, la migliore, ha focalizzato sull’Huntik Dark Ride, la nuova attrazione nel parco tematico Rainbow Magicland di Roma ispirata alla serie televisiva. La seconda ha presentato Avventura nell’universo Invisibile 3D, cortometraggio di “edutainment” finanziato dall’Istituto Nazionale di astrofisica e realizzato in stereoscopia dalla solita bolognese Lilliwood (che adesso, per gli amici, si chiama Xilostudios Lilliwood). La terza infine ha visto un’analisi di mercato proposta da Antonio Autieri di Box Office, dove sono stati ripercorsi i numeri delle proiezioni 3D dell’anno passato, che a me son parsi, in sostanza, spesso contraddittori e sintomo di una situazione di mercato sbandata (numeri a volte conditi con opinioni e valutazioni personali decotte ed irrilevanti). Il fatto curioso è che un parco a tema con integrazione di schermi 3D sia quasi presentato come una novità su cui aggiornarsi quando in realtà tali baracconate esistono e sono affermate da prima che il cinema stereoscopico deflagrasse nella sua attuale new wave; un controsenso che, fortunatamente, gli stessi relatori hanno fugato subito, facendo onestamente notare ai moderatori ed al pubblico come di dark rides se ne facciano da un pezzo e che malgrado le indubbie difficoltà tecniche affrontate e risolte, così come l’indiscutibile dimensione del progetto, in sé l’operazione non rappresenti nulla di nuovo o rivoluzionario ma solo un’incarnazione in chiave locale di una forma di attrazione codificata e diffusa. Purtroppo, questioni tecniche hanno impedito che si potessero sperimentare in sala i filmati stereoscopici integrati nel percorso… che era poi l’unica cosa per cui ci fossimo seduti lì pazienti ad ascoltare. Quanto a Lilliwood, la scaletta rodata: delegazione d’ordinanza composta da titolare prolisso fino allo sfiancamento con un’innata debolezza per le parentesi e i discorsi secondari, stereografa stringata ma non portata all’esposizione, più ospite-barra-finanziatore-barra-collaboratore ed eventuali; il tutto a confezionare un’introduzione infarcita di autopromo pubblicitarie stile “come-siamo-bravi-a-fare-le-cose-con-pochi-soldi (ma-come-faremmo-se-un-sacco-di-amici-non-ci-dessero-una-mano?)” e di ringraziamenti a pioggia a destra e a manca (ho l’impressione che buona parte delle frasi conclusive siano costruite col solo scopo di inserirvi dentro il nome di turno); il tutto a concorrere a una mezz’ora e passa di presentazione per un filmato di meno di 5 minuti, assolutamente orrendo, piatto ed imbarazzante (che, per fortuna, almeno ai ragazzini cui è destinato sembra esser piaciuto). Abbiamo anche imparato che non usino sistemi di calcolo automatico per elaborare la loro stereoscopia ma che vadano a esperienza e sentire, “un po’ come un musicista che segua il proprio orecchio”. Sarà. A me la loro stereoscopia non è mai piaciuta, così pulitina, nitidina e asettica. Magari è perfetta per video pubblicitari ma è di una noia e banalità mortali. La sensazione complessiva è quindi quella di un incontro arrabattato, riempito alla meno peggio e dalla concezione nebulosa, confusa e, anch’essa, un po’ sbandata dalla crisi e da un mercato che, da capire, facile non è.

From Up on Poppy Hill (Kokuriko-zaka kara) di Goro Miyazaki, 2011 Sintesi: e alla fine pure Goro fa un bel film Voto: 8 Non ricordo chi, ma qualcuno al Ghibli l’aveva detto: “Quell’altro film (Tales Fron Earthsea) l’ha voluto fare perché è un capoccione, nessuno era d’accordo, manco Miyazaki sr.; ma stavolta ci ha ascoltati ed è andata meglio”. Indeed. Perché per far digerire a me una storia d’amore adolescenziale giappa (di cui ho i maroni stra-saturi) oggi ce ne vuole. Ma qui c’è molto di più: una collocazione storica postbellica in cui il Giappone si vuole reinventare come paese moderno e chiama all’appello la prima generazione di nuovi giapponesi ed in cui l’ostinazione dei ragazzi a proteggere dalla demolizione (e a rimettere a nuovo) un vecchio edificio di legno, sede dei club scolastici, è evidente quanto efficace metafora del conflitto tra passato e presente, tra rinnovamento e tradizione, tra memoria e ridefinizione di sé. Almeno per i miei gusti, questi elementi “di sfondo” assumono una forza tale che alla fine è proprio la storia personale dei ragazzetti a finire in secondo piano e a perdere importanza, ridotta a pretesto per una pennellata corale che è il vero senso di tutto il racconto. Il planning e la sceneggiatura sono di Hayao Miyazaki, così come gli interni del club richiamano il suo marchio di fabbrica; ma è curioso come il sapore del film sia più vicino alle corde del “sensei” Isao Takahata (pur con l’equilibrio ritmico del discepolo). Non mi lancio, come qualcuno ha fatto, in possibili ipotesi su una nuova via dello Studio Ghibli ma non posso che notare come in questo film, grazie alla sensibilità del regista, confluisca e si fonda il meglio di due mondi.

A Letter To Momo (Momo e no tegami) di Hiroyuki Okyura, 2012, Giappone Sintesi: un’altra delicata-storia-adolescenziale-rurale-con-creaturette-locali tanto ben fatta quanto non necessaria Voto: 7 Il film ha vinto il premio della giuria. E non è che sia brutto o che non sia tecnicamente ineccepibile. E’ solo tremendamente già sentito e già visto. Una ragazzina orfana di fresco finisce con la madre in una zona rurale (la sua nativa) dove interagisce con buffi folletti che risulteranno più connessi a lei di quanto sembri, fino a risolvere i propri sensi di colpa e le proprie inquietudini. L’ambiente campagnolo è il setting scontato ed ideale per questi racconti, perché più lontano dalla modernità, più intriso di ritmi lenti e relazioni umane dirette, condivise da una comunità ristretta ed, ovviamente, imbottito di natura (elemento indispensabile per collocare creature concepite da una cultura animista) e sta diventando cliché; idem per questa dinamica di crescita e scoperta, da romanzo di formazione. Noia.

Chronicle, di Josh Trank, GB/USA, 2012 Sintesi: mioddìo, che merda Voto: x Seconda anteprima farlocca. Film presentato imprecisamente nel programma come mockumentary, è in realtà, stilisticamente, un found footage posticcio. Una collezione di facilonerie stilistiche e narrative da far ribrezzo, con una spudoratezza produttiva disgustosa anche per gli standard ‘merigani. Non si fa guardare neanche da ubriachi.

Zombie Ass: Toilet of The Dead (Zonbi Asu) di Noboru Iguchi, Giappoone, 2012 Sintesi: zombie, merda e parassiti tentacolari Voto: – Splatterone delirante giapponese, è incentrato sulla combinazione di non morti, merda a volontà, parassiti intestinali mutanti, fan service, un bel paio di bocce (coperte) ed un seno piatto (nudo). E non c’è altro da dire, se non che, dopo questo film, scorreggiare non sarà più lo stesso.

Day 4 – Sabato 31/3/2012

Is this a children festival?

Giornata corta per impegni mondani (e una serata fatta esclusivamente di ripetizioni), con nulla da segnalare ma con la felice presenza della Pixar. Operazione di sbloccaggio di contenuti protetti in diretta. Serata in ristoro shogun con visita della ‘ontessa (ti lovvo, sorella) mentre i super shogun sono a cena con gli organizzatori. Si fa strada il dubbio che, più che della fine del mondo, questa sia l’edizione delle favolette stereotipate per bambini. Una contraddizione bella e buona con l’intento programmatico di un festival che vuole proporre l’animazione come macro-genere non relegato all’ambito infantile.

The Great Bear (Dan Kaempestore Bjorn) di Esben Toft Jacobsen, Danimarca, 2011 Sintesi: la immancabile chiavica anonima Voto: 5 Non l’ho visto malgrado due repliche ma i presenti mi riferiscono di una fiabetta semplice semplice, narrata in modo piatto e lineare, lento e senza contrasti, con una tecnica di animazione 3D piuttosto orrendina.

Attack The Block di Joe Cornish, UK-France, 2011 Sintesi: UK (plus France) kicks yankees’ asses. Once again. Voto: 7 ½ Una delle sorprese dell’anno, è fedele alla reputazione che lo precede. Si è vinto una menzione speciale della giuria per la sua componente sociologica, che è probabilmente più conseguenza di una deviazione critica di scuola sinistroide che ve la voglia vedere per forza, che non di un’intenzione effettiva. Il film è fantascienza spruzzata di sociologia, non il contrario. La pellicola è un’intelligente, ritmata e divertente risposta a un originale what if: ovvero, come reagirebbe un gruppo di teppistelli della periferia di Londra se gli alieni gli cadessero sulla testa? Ad una struttura classica che vede l’evolversi della fuga e reazione agli alieni si sovrappone quindi una freschezza derivata dall’inserimento di questi atipici protagonisti antieroici, bulletti, ignorantelli ma allo stesso tempo dotati di codici interpersonali e una sorta di saggezza al contrario derivati dalla vita di strada.

Green Days – Dinosaur and I (So-jjoong-han Nam-eui Ggoom) di An Jae Hoon, Corea del Sud, 2011 Sintesi: poesia coreana, quindi soporifero Voto: 7 Stranamente, sembro essere l’unico tra gli shogun a non esserselo dormito. Non che abbia lasciato un gran segno, però. Si tratta dell’ennesima storia adolescenziale ma nuda e cruda, priva di un qualsiasi altro appiglio che la possa espandere in livelli più interessanti. Nel solito borgo di campagna, una ragazzina timida e indecisa incontra una coetanea “di città” dallo spirito artistico ed indipendente e parallelamente vive nuove dimensioni relazionali con un altro ragazzetto. Davvero, ho aspettato troppo a buttar giù due righe e non mi ricordo altro. E c’è una certa probabilità che non ve ne sia.

Dr. Seuss’ The Lorax di Chris Renaud, USA, 2012 Sintesi: piatta fiabetta ecologica per bambini, con treddì di gusto grossolano Voto: 6 E che palle. Fiabetta ecologica sempliciotta e banalotta al limite del fastidioso, soprattutto in una prima parte così gratuitamente e sciattamente anticapitalista ed antindustriale (elementi spinti per caricare l’identificazione con i tempi attuali?) e priva di reale mordente per tutto il resto. E’ un film per bambini e non si può andare per il sottile; l’approccio creativo standardizzato non permette deviazioni dalla formula e qui ci aggiungiamo pure un pugnetto di canzoncine inserite qua e là per sport. E va bene che l’esagerazione iperbolica può avere intenti didattici. Ma sono un adulto, non ho figli e quelli degli altri generalmente mi stanno sulle palle. Esattamente come questi film in busta e precotti. 3D caricato di effettacci e uscite di schermo in stile baracconata gratuita. Americano, ma prodotto in Francia per approfittare di benefici fiscali.

3dDAY – Da Brave a Nemo. Incontro con Joshua Hollander, direttore del settore 3D della Pixar Sintesi: è la Pixar. Punto. Voto: 7 ll solito gagliardo inviato della Pixar ha spiegato come lo studio affronti l’approccio al 3D stereoscopico: concepirlo come strumento espressivo e non gimmick fine a sé stesso, illustrando pure una casistica interna di elementi costitutivi di un buon treddì (che poi, ancora una volta, risulta coincidere con le procedure che invece molti simpatici minchioni hollywoodiani adottano senza ritegno). Ha pure mostrato come le riconversioni in 3D stereo del vecchio catalogo siano un processo di totale revisione della pellicola, con tanto di correzione o eliminazione di tutti quegli elementi che, per quanto ottimi in mono, creerebbero dei problemi di fruizione in una visione strereoscopica. Anteprima scarsa di Brave, limitata al trailer in glorioso treddì. Meravigliosa la resa volumetrica dei capelli, vero tratto espressivo del carattere ribelle della principessa. Anteprima di due sezioni di Nemo 3D. Un paio di corti (non inediti, credo). Pur senza nulla di stravolgente, un incontro interessante, spigliato (traduttrice soporifera permettendo: Josh stesso l’ha simpaticamente bacchettata dicendo “mah, ho l’impressione che tu dica molte più cose di quelle che ho detto io!”). Una menzione alla rinnovata metodologia: l’incontro è iniziato, come sempre per gli appuntamenti più importanti del FFF, con vistoso ritardo; ma, in compenso, è stato prolungato ad oltranza, accumulando un “recupero” di quasi un’ora (con grande incazzatura della gente in coda fuori. Spiacente, signori, la Pixar è la Pixar). Abituati come siamo a perdere per tempi tecnici dai 30 ai 45 minuti di incontro e vedere lo stesso interrotto bruscamente da Giulietta con il canonico “Bene, ringraziamo xxx per essere stato con noi…”, questo nuovo approccio è stato un bel progresso. Mantenetelo. Nota di colore. Il ritardo ha fatto scadere i codici di sicurezza del device su cui erano salvati i contenuti da mostrare, rendendoli inaccessibili. Una serie di telefonate a catena tra Bologna, Pixar e Disney, grazie al prodigarsi della responsabile informatica Pixar, tale Cynthia, ha portato ad una dettatura in spelling di un codice alfanumerico aggiornato interminabile (dicono i beninformati, ricevuto direttamente da Giulietta) e dopo una mezz’oretta, finalmente, abbiamo potuto gustarci le nostre anteprime, ringraziando la suddetta al telefono, con un coro di tutta la sala. Seconda nota di colore. Seduta accanto a me ci stava una ‘merigana evidentemente imparentata con uno degli ospiti. Ci ho solo avuto un fugace scambio di sguardi ma ho visto in quel volto una pulizia ed un modo di porsi così schietto e senza fronzoli (che qualche fighetta nostrana potrebbe anche bollare come sciatto) che ancora una volta mi ha ricordato la distanza fra i nostri due popoli.

Day 5 – Domenica 1/4/2012

Dooooojeeeeeee!”

Classica “ultima giornata inutile” che non è mai mancata al festival neppure ai tempi dell’abbondanza, resa ancora più insignificante dalla presenza abbondante di titoli in replica o già visti. Ma (ed è un “ma” grosso) redenta, oltre che da un paio di gaffes significative, dalla proiezione del tanto atteso e ormai non più sperato “film da Ninja”. Premiazione, ultimo film, saluti agli shogun ma non allo staff (che quest’anno, va detto, abbiamo parecchio ignorato) e conclusione di serata in compagnia dell’inossidabile (pur parecchio scazzato) Luca, dopo un rifiuto balbettante da alcol, incluso di telefono chiuso in faccia, dall’incorreggibile Tagliazucca.

Tibetan Dog (Tibet Inu Monogatari: Kin’iro no Dao Jie) di Masayuki Kojima, Giappone, 2011 Sintesi: noia tibetana con un bambino che insiste a non capire che urlare il nome del proprio cane non è sufficiente ad attrarre la sua attenzione. Voto: 6– Non ci speravo più ed invece eccolo: il film da Ninja edizione 2012. Favola cinese con pesante targetizzazione infantile ambientata in Tibet ed incentrata sull’amicizia tra un cane e un bambino, prima produzione delocalizzata in Cina dello studio storico giapponese Madhouse. Premesso che il contenuto del racconto ci stia tutto, la resa narrativa e drammatica passa dal noioso all’imbarazzante, con punte di preziosa idiozia come quando un cacciatore, incaponitosi ad uccidere un cagnone, consideri quella la priorità anche trovandosi di fronte ad un mostro predatore assassino ed assetato di sangue, grande trenta volte tanto; o come il sopraggiungere in momenti topici della solita etica orientale del cazzo per cui il suddetto cagnone, col suddetto mostro, “ci deve combattere da solo, per il suo onore” (o per la gloria, non ricordo) e non lo si può aiutare; che poi, per carità, se lo si aiuta magari alla fine sopravvive pure. Aggiungiamoci il tormento di questa minchia di bambino che ogni tre per due corre dietro a questo cagnone urlando “Dooooojeeeeeee!” (che è poi il suo nome) e non ci facciamo mancare niente. L’abbiamo visto di sera ma la prima proiezione era mattutina: sono certo che Ninja l’avrebbe adorato e sfruttato degnamente per tutta la rimanente giornata.

Nuove pratiche per un futuro possibile. Cinema, Apps, design, scienza, musica (incontro) Sintesi: perché l’incontro fuffa non può mai mancare Voto: – Malgrado fortissimi presagi emergessero già alla lettura del programma, questa specie di tavola rotonda appariva l’unico evento che avesse, programmaticamente, un contenuto “future”, ovvero quello sguardo alle “things to come” che dovrebbe (condizionale urlato) essere fondante di una manifestazione che tale concetto includa addirittura nel proprio nome; la frequenza era quindi obbligatoria, non fosse altro per dire, come infatti dico, che a riguardo l’organizzazione brancoli nel buio. Nata dall’idea di approfondire tematiche “green” applicate al mondo dei media, la tavola rotonda ha avuto una costruzione inefficiente (della serie: il dessert tra il primo e il secondo) e sofferto pesantemente dell’eterogeneità del background di provenienza dei relatori. Se la ricercatrice a cui sono toccati gli onori introduttivi ha condotto in modo professionale, impeccabile e forse addirittura troppo sintetico il proprio intervento, rimanendo all’interno dei 15 minuti assegnati, i “soliti italiani” del mondo-dello-spettacolo non si sono minimamente preoccupati di debordare e annaffiarci col proprio ego. Partito con un divertentissimo (ma almeno onesto) “eh, beh, mi rendo conto che su ‘ste cose non è che abbiamo mai riflettuto”, il presidente di 100autori ha espresso alcune opinioni sulla rivoluzione digitale nel cinema (andando fuori tema assegnato ma proprio per questo, paradossalmente, centrando un punto fondamentale e regalando, ricercatrice esclusa, l’intervento più sensato dell’incontro – che fosse poi totalmente condivisibile è un altro paio di maniche) mentre il medio-pensiero ecologico-generalista-idealistico che ha intriso la presentazione del “palco a pedali” (dove il consumo energetico dello spettacolo è coperto da energia generata da 128 pedalatori volontari) inventato dalla band romana Tetes de Bois, oltre che un egogentrico ed autocompiaciuto spippolotto sulla filosofia filmica in cui si è prodigato il documentarista a seguito, ha francamente evocato conati di indigestione. Curiosità: gli domando quanti concerti servirebbero per rientrare nei costi del palco, se fosse prodotto senza i soldi regionali a parare il culo a tutti, e mi guardano come fossi un alieno; e dopo un secondo tentativo l’unica cosa che vengo a sapere è che il sistema “costa come un SUV”. Ancora con sguardo perplesso. Forse mi sono espresso male; ma forse no.

Prima gaffe storica della giornata: la direttrice Giulietta Fara che, a proposito del contributo della rivoluzione digitale nell’abbattimento dei costi di realizzazione di un prodotto audiovisivo, ha commentato: “Io ed Oscar [Cosulich, l’altro direttore] avevamo preparato un decalogo di idee da discutere con te [presidente di 100autori] ma a al digitale proprio non avevamo pensato”. Molto “future”, indeed.

Premiazione E’ una tradizione triste e consolidata che alla serata di premiazione del FFF, ogni anno, ci siano sempre meno persone. La sala del Lumiere poteva ingannare, perché piccola e con i sedili ben distanziati. Ma l’evidenza non cambia: non era neppure piena del tutto. Il discorso di chiusura ha ripetuto una particolarità del discorso inaugurale: i sostenitori (che è vero che “sganciano” ma alla fine restano sempre quattro gatti) che vengono ringraziati quasi per primi. Ed ha introdotto una novità: Oscar che, per la prima volta, non si aggrappa ai numeri e cita una generica “grande affluenza che chiunque abbia partecipato al festival ha certamente notato”. E certo che c’era coda: gli spazi sono piccoli… C’è-crisi-c’è-crisi. La premiazione non ha offerto grosse sorprese (A Letter to Momo è in fondo un bel film, se di quel genere non se ne sono visti molti) ma ha regalato la seconda gaffe storica: il presidente di giuria che dice, con tutti i buoni intenti di questo mondo, qualcosa come: “Grazie che mi avete offerto la possibilità di vedere questi bellissimi film. Io di solito ‘sta robba non me la cago proprio”. E noi che, poveri ingenui, pensavano che le giurie “di qualità” di un festival specialistico dovessero essere per forza esperte di settore (va bene: Carlo Mauro ne sa, noiosetti). L’elenco dei vincitori lo trovate qui.

Saluti

Quest’anno sono diventato ancora più cafone ed involuto del solito, quindi sui saluti sarò breve. Un saluto a tutti gli shogun noti e sconosciuti. Ne ho aggiunti due al mio catalogo personale e rafforzato il rapporto con altri. Un saluto al grande assente, shogun Ninja, felicemente ricollocato in Canada mentre noi ce ne restiamo nella nostra morte lenta in terra di banane. Bisogna includere nel gruppo anche quell’imbucato di Riccardo, che arrivandosene bel bello in ritardo o a sala piena riesce quasi sempre a rimediare un posto libero in area shogun. Un saluto agli organizzatori del festival e ai direttori, che malgrado le mie lamentele su praticamente ogni aspetto del programma hanno sempre voglia di sorridermi quando mi vedono (ok, non proprio sempre…). Un saluto particolare al buon Luca, mai scazzato come quest’anno, ed a Carlo, che se lo caghi ti passa davanti quasi ignorandoti con l’auricolare fissato nell’orecchio o cellulare equipollente ma se non lo fai poi si lamenta che non l’hai ancora salutato (true story). Ed un ringraziamento a chi ha contribuito alla collocazione del festival a Cinema Lumiere: da dove stavo alloggiato, sono stati quaranta minuti a piedi ogni mattina, a passo di marcia, più ritorno; era dai tempi delle sedi multiple (2009?) che non facevo tutto questo moto per andare al cinema; fosse durato un po’ di più, avrei sviluppato un culo da passeggiatrice. Un saluto a maschere e personale FFF di sala, di cui ho già detto. Non ci siamo parlati e francamente non ne avevo quella gran voglia. Se ci saremo ancora l’anno prossimo, magari rimedierò e vi infastidirò come si deve. Un saluto esteso a tutti i volontari del festival, ovvero coloro, per dirla con Oscar, senza i quali niente di questo sarebbe possibile. E’ una condizione molto rara quella di essere schiavi ma rimanerne contenti; godetevela, finché dura. Un saluto ai malati dell’oriente: provate a guardare qualcosa di diverso da un wu xia pian o una storiella adolescenziale giappo del caxxo, ogni tanto. Magari scoprite che vi piace pure. Un saluto a Friduzza che di film voleva vedersene solo uno e scoperto che fosse necessaria anche la tessera FICC (spiacevole consuetudine malavitosa di quelle parti) ha sfanculato per un pomeriggio scarso. Un cenno di capo con ondeggio di mano e presentazione di dito medio a tutti coloro che, invece, al festival non ci sono venuti: parafrasando liberamente Del Toro: “Everyone who didn’t see it, is a motherfucker”.

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Una Risposta to ““Future” Film Festival 2012”

  1. L’identità perduta del Future Film Festival (oh, soccia) « Il Mulino Gira Says:

    […] La passata edizione (14a) del Future Film Festival di Bologna, tenutasi dal 26 marzo al 1 aprile 2012, vittima delle morse della crisi e di un assottigliarsi di pubblico, non è stata nel complesso cattiva; eppure, a pelle, c’è stata la sensazione (verificata anche in altri accreditati) di un’edizione di bassa qualità. Il che, pur nell’assenza di elementi davvero eccelsi, a freddo pare comunque esagerato. Quest’anno, a differenza dei precedenti, mi trovo a disposizione questo spazio personale e l’indubbio vantaggio di poterne fare ciò che meglio credo. Proverò pertanto a costruire un’analisi della manifestazione che vada oltre le impressioni epidermiche e le recensioni di singoli film (che sono invece coperti in un altro blog). […]

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