Archive for the ‘Persone’ Category

Il carosello di recupero 2013

ottobre 4, 2013

Salve a tutti!

Eccomi qui, sono ritornato a scrivere sul blog. Mi ha scritto più di qualcuno per chiedermi che fine avessi fatto ma non ho avuto molto tempo di scrivere sul blog per via di tantissimi impegni professionali e personali.

Ora che gli impegni, pur sempre intensi, sono diminuiti, voglio ritornare a scrivere più assiduamente, anche per non perdere in alcun modo la pratica linguistica. Quando qualche giorno fa, parlando con un collega italiano, ho scritto “ugualianza”, mi sono reso conto di che cosa significhi non essere più a contatto costante con la propria lingua madre.

Poichè però l’ultimo post risale a parecchio tempo fa, oggi mi pare opportuno pubblicare il più classico dei caroselli miscellanei di oscenità capitatemi! La formula è la solita, un paragrafo o poco più ad evento, e di più non dimandaTe.

Gianni e l’Urlante – A fine Agosto sono rientrato in Italia, ma prima di passare da casa sono atterrato in Polonia per le nozze del Campione del Mondo di Pasticceria Siciliana, talmente famoso da non richiedere neanche che citi il suo nome. Dopo il volo intercontinentale da Montreal arrivo quindi nella uggiosa Francoforte sul Meno, la città che meno preferisco di tutta la Germania, e scopro con grande orrore che l’aeroporto più trafficato d’Europa non è dotato di finger per molti voli perciò siamo costretti al trasporto in autobus. Il finger, per i viaggiatori meno scafati, è quel tunnel mobile attaccato al terminale dell’aeroporto che permette ai passeggeri di salire sull’aeromobile direttamente da dentro l’edificio. La storica alternativa è la navetta che fortunatamente, grazie a forti pressioni della IATA (www.iata.org, oppure venitela a visitare al Quartier Generale qui a Montreal), andrà man mano scomparendo.

L’autobus è pieno di gente assonnata di varie nazionalità, io personalmente arrivo da un volo intercontinentale, insonne e con associato jet-lag di sei ore: sono le sette del mattino ma per me è l’una di notte. In un angolo ci sono due coreani con una bambina che non si regge in piedi dal sonno. Lì invece ci sono alcuni tedeschi da stereotipo: austeri, impassibili e soprattutto taciturni. La quiete regna.

Purtroppo, sull’autobus c’è anche Gianni.

Gianni è un uomo sulla trentina, abbastanza sovrappeso, di grande statura. Porta un marsupio estremamente fashion e ha una cartella da tecnico di qualche tipo. L’abitus e il modus tradiscono immediatamente la sua cultura nerd. Ha un bel telefono di ultima generazione, di quelli ultra piatti, grande come un mattone, probabilmente è un Samsung. Poco importa, ora Gianni è sull’autobus con noi e sente il bisogno di chiamare una donna per recarle la buona novella.

“Ciao, sono Gianni… si… si… sono arrivato.”

Una conversazione normale, comune, con un tono di voce quotidiano, il genere di comunicazione che abbiamo fatto tutti e che è del tutto ordinaria in un aeroporto. Ma non il suo proseguimento. Con un cambiamento repentino, Gianni alza la voce e comincia a ripetere, incessantemente, “Ti calmi? Ti calmi? Ti devi calmare! Si! Ho capito! Ti calmi? Ti calmi? Calmati!” concludendo la litania platealmente interrompendo la telefonata.

Il trasferimento in autobus dal terminale all’aeromobile dura qualche minuto. Gianni ripete il suo rituale tra le dieci e le quindi volte, tra lo stupore generale e la paura di avere sul volo un esagitato. Il volo per Varsavia andrà bene, ma chissà chi è che si doveva calmare. Me lo sto ancora chiedendo. Forse la mamma premurosa e paranoica di un nerd inerfervorato? Misteri della società moderna.

Gervaso, Andrea e la Russa – Ovvero una storia di maleducazione o di differenze culturali, a seconda della posizione dell’osservatore. Siamo di nuovo all’aeroporto di Francoforte sul Meno, stavolta la tratta è diversa, rientro dalla Polonia e vado verso l’Italia. Anche stavolta il trasferimento avviene in autobus, perchè evidentemente a noi italiani il finger proprio non vogliono farlo usare. Poco male, sono in perfetto orario, non ho fretta, mi sono appena mangiato un pretzel caldo della ottima panetteria dell’aeroporto (panificano DENTRO l’aeroporto, questa è la Germania signori), sono in pace col mondo.

Chi purtroppo non è in pace è il figlioletto di una signora tracagnotta con un passaporto russo in mano, fatto che mi permette legittimamente, seppur con abuso grafico, di chiamarla La Russa. Mentre La Russa parla con il suo amico Andrea dei fatterelli quotidiani più insignificanti, il piccolo Gervasino, di circa dieci anni, si lancia in una serie di commenti a voce altissima per attirare l’attenzione dei suoi accompagnatori. Chiamando infatti entrambi per nome deduco che è improbabile che ne siano i genitori, quindi limitiamoci a etichettarli così.

Gervaso è un ragazzino vivace e curioso, vuole assolutamente che tutti godano della sua perspicacia e quindi si assicura di urlare più a squarciagola possibile per attirare l’attenzione di La Russa che preferisce invece parlare del tempo.

“Guarda La Russa, c’è un aereo che decolla!!!” urla, il ragazzino. In assenza del più minimo cenno di riconoscimento, insiste: “La Russa, ti stai perdendo tutti gli aerei che decollano!!!”. Niente da fare, non sembra un argomento interessante.

“Guarda, trasportano le nostre valigie!!! Le valigie!!!” indica ancora, urlando ancora più forte. L’indifferenza dei suoi accompagnatori risulta adamantina.

Ciò che invece non risulta indistruttibile è la pazienza di tutto il resto dello stipatissimo autobus. Sul labiale di una signora italiana dall’aria estremamente seccata leggo un plateale “Basta” seguito da una serie di vituperi non tradizionalmente associati al vocabolario femminile classico.

La tortura dura svariati minuti, nell’indifferenza più assoluta da parte di La Russa e Andrea che permettono al piccolo Gervasino di strepitare, indicare e urlare tutto il tempo senza la minima reazione, neanche la più basilare esortazione al rispetto del prossimo, concetto che un bambino di quella età può comprendere perfettamente, SE gli viene spiegato.

Le porte dell’autobus si aprono e finalmente Gervaso si calma. Un signore si avvicina a La russa e con il savoir-faire che si può avere solo a Roma, così commenta: “A signò, nun sò a casa sua, ma a casa de’ noatri su’ fijo c’ha fatto du’ cojoni così”.

Seguono risate collettive.

Il Campionato del Mondo di Vodka Sportiva – Come citavo poco fa, sono stato in Polonia per la maestosa celebrazione del matrimonio del noto Campione del Mondo. Tutta l’avventura, anche per i suoi aspetti sociologici, merita un articolo separato che molto probabilmente scriverò, anche perchè il matrimonio polacco è molto diverso da quello italiano, ma oggi rispondo solo a una domanda: è vero che la vodka scorre a fiumi nel matrimonio polacco?

Ebbene la risposta è assolutamente si. Aizzato alla competizione dall’amico di sempre Antani, sono arrivato alla diciottesima vodka artigianale di patata. Le conseguenze sono state due: il giorno dopo è stato “un po’ difficile” e mia sorella, anch’essa presente al banchetto ma astemia, si ricorda parti del ricevimento che io non mi ricordo. Fortunatamente la saggezza del cittadino del mondo non mi ha mai abbandonato e, contrariamente a tutti gli altri invitati, non ho prenotato il volo di rientro per il giorno successivo al matrimonio.

Beata saggezza.

Per chiudere – Potrei concludere il post di oggi con una lista enorme di saluti, ma il mio pensiero oggi va esclusivamente a mia sorella a causa del malanno che la affligge attualmente. Non è necessariamente qualcosa di grave, ma potrebbe avere conseguenze, perciò attendo oltreoceano una risoluzione positiva di tutta la vicenda.

Studio libero!

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Lo chiamavano Zibù

luglio 25, 2013

Salve a tutti!

Oggi condivido con voi qualcosa di incredibilmente banale ma che mi ha colpito per un semplice motivo: ormai pensavo di capirlo, il quebecois!

Tutto comincia due settimane fa quando comincio a lavorare nel mio nuovo team. Ebbene si, non lavoro più con assassini, acrobati, lanciatori di coltelli e spingitori di cavalieri, bensì con hacker impazziti, il grande fratello e i telefoni intelligenti più furbi del mondo. Spero che abbiate capito di che titolo si tratti, perchè non è rilevante per la storiella odierna.

Arrivo nel nuovo team di venerdi pomeriggio e per evitare di scioccare il gruppo presentando un nuovo misterioso manager di cui nessuno sa nulla e che senz’altro è un pazzo scatenato, mi faccio silenziosamente spiegare chi sono i vari membri.

Rimango impressionato dalla varietà della squadra e dalla grandissima passione di questi programmatori che credono profondamente in quello che fanno e che dimostrano con grande dedizione di voler fare un ottimo lavoro. Ci tengo a precisare che, una volta tanto, non c’è alcuna ironia in quello che dico: sono rimasto davvero sbalordito dalla tempra di queste persone.

La squadra è piuttosto variegata, abbiamo alcune combinazioni assolutamente classiche della industry come Britannico + Occhiaie + Puzza di piedi oppure Ammerigano + Bodybuilder + Nonc’èproblema, ma ci distinguiamo per la presenza di una combo incredibilmente rara, qualcosa che ha dell’incredibile: Donna + Cinese + Ottimo Inglese + Programmatore. Si tratta di una creatura rarissima, pressochè leggendaria, alla pari di Italiano + Politico + Onesto + Competente.

Meravigliato da cotanta magnificenza, decido quindi di farmi spiegare dal manager di turno quali sono i nomi di questi straordinari individui. Cominciamo quindi ad aggirarci tra le scrivanie bisbigliando per non disturbare nessuno, raggiungendo prima di tutti il bodybuilder ‘mmerigano: il mitico Gargiulo (i nomi come al solito, sono tutti inventati di sana pianta). Simpatico, dall’aspetto massiccio, come tutti i ‘mmerigani per lui niente è un problema, un po’ di ottimismo e olio di gomito risolvono qualsiasi problema.

Accanto a lui siede un signore francese dall’aspetto distinto, una sorta di clone del commissario Montalbano che però non parla in dialetto. Al contrario parla un francese incredibilmente standard e poichè finirà per sedermi accanto, sarà meglio non irritarlo. Scoprirò più tardi che, come me, è un grandissimo fan del comico marocchino, naturalizzato francese, Gad Elmaleh. Se non lo conoscete e parlate francese, cercatelo su YouTube e fatevi quattro risate.

Subito di seguito si trova la programmatrice cinese Mimì, di città impronunciabile (qualcosa che suona tipo Chiuniuioniauiananug nella provincia di Guinguonuaaaauong). E’ particolarmente minuta quindi quando si mette accanto a Gargiulo l’effetto è abbastanza comico. Lui è enorme, lei è uno scricciolo. Se lui si sbaglia, le si potrebbe sedere sopra senza accorgersene.

L’uomo che segue si rivelerà l’eroe del gruppo, colui che può risolvere qualsiasi problema ma che lavora una quantità di tempo del tutto malsana: il mitico Franchino. Franchino non solo ci può portare in un posto eccezionale che conosce solo lui, ma ci grazia anche coi suoi effulvi caseari: è talmente bravo che lo graziamo volentieri.

Per ultimo, abbiamo l’eccezionale programmatore francese che dà il nome al post di oggi. Eccezionalmente infatti oggi violerò la regola sulla trasposizione arbitraria dei nomi, per far capire la mia confusione è necessario riprodurre esattamente ciò che è successo.

“Chi è lui?”

“Lui si occupa di <una serie di feature particolarmente interessanti>, è francese”

“Okay, quindi primariamente francofono, non c’è problema, come si chiama?”

“Si chiama Zibù.”

“…eh?”

“Si, Zibù.”

“Ma che razza di nome è Zibù?”

Ho cercato di interpretare questo nome secondo qualsiasi bizarra fonetica mi venisse in mente a quel momento ma vi giuro, questo fantasioso nome mi risultava del tutto misterioso.

“Zibù… Zibù… Ma è francese?”

“Si si, è francese”

“Ma che razza di nome è?!”

“Mah non lo so, qua non si usa molto, è un nome da francesi.”

A questo punto mi sono cominciati a venire gli orrendi dubbi. Il manager con cui stavo parlando viene da vicino Montreal e di conseguenza parla la sua versione speciale del francese. Vuoi vedere che “Zibù” non si chiama PROPRIO così?

Ormai era la fine della giornata quindi non sono riuscito a vedere la lista dei componenti per iscritto, ma lunedi mi presento al team e con un pretesto chiedo a tutti quanti il proprio nome nuovamente. Finalmente potrò rivelare il mistero di questo nome che mi ha fatto scervellare tutto il weekend!

“Ciao, tu sei…?”

“Piacere, io sono Thibauld.” (quindi: “Tibò”)

Avete presente quando vivete quei momenti di rivelazione praticamente mistica in cui qualcosa di assolutamente oscuro e imperscrutabile vi risulta improvvisamente chiaro e limpido come l’acqua? Il nirvana della conoscenza si spiegava di fronte ai miei occhi in tutta la sua lucentezza.

Ma come si fa a passare da “Tibò” a “Zibù” dico io?! Stupidi accenti…

Saluti di oggi a Nexnova per il suo compleanno :D.

Strane Galanterie

ottobre 18, 2012

Salve a tutti!

Oggi condivido con voi un fatto che mi è capitato di recente, spero diverta voi quando ha sbalordito me.

Comincio con una nota triste, il mio migliore amico Raifu qui all’estero ritorna nella sua terra natia, la Norvegia, insieme alla sua promessa sposa giapponese. Ha fatto una bella esperienza qui in Canada, per tre anni, ma adesso considera questo capitolo della sua vita chiuso, è tempo di mettere su famiglia e la Norvegia gli concede un margine di sicurezza migliore, lo capisco.

Prima di partire, questo mio amico ha organizzato un party in uno dei mille pub irlandesi del centro. E’ una cosa a cui normalmente non penso, ma Montreal ha subito una immigrazione irlandese molto estesa, ne consegue che è piena di pub. Il caro Raifu è un tizio sui generis: quando il gestore del locale ha voluto sapere quanti ospiti attendesse, gli ha risposto “Mah, non so, potremmo essere tra i dieci e i cento”. La risposta ovviamente è stata “Mi sembra un po’ vago…”.

Risultato: in teoria dovevamo avere tutto per noi il secondo piano del locale, nei fatti dopo circa un’ora e mezza era già pieno così di gente che con noi non c’entrava nulla. Di buono c’è almeno che sono venute ben più di dieci persone, perciò è stata una bella festa…

…finchè non è arrivato Orso.

Orso, tipo piuttosto originale che da un giorno all’altra ha deciso di andarsene dalla megaditta per lavorare per i giapponesi, è un personaggio alquanto inusuale. Programmatore da molti anni, sa parlare solo di due cose: quanto lavori troppo e quanto faccia schifo ciò su cui lavorava prima. Essendo lui appena uscito dalla megaditta, purtroppo tocca a noi essere oggetto delle sue frustrazioni. Se a questo aggiungiamo una imponente statura unita a un massiccio diametro, un occhio pigro che mentre ti parla va per i fatti suoi, un odore corporeo non proprio straordinario e un livello di sudorazione “interessante”, avete di fronte a voi l’interlocutore perfetto per una festa di addio.

Quando è arrivato si era chiaramente già fatto un paio di birre, era più allegro del solito: chiacchierava, scherzava, parlava del più e del meno risparmiandoci le solite solfe. Si è perfino messo in un angolo a condividere con alcuni ex-colleghi le ultime meraviglie della tecnologia (fenomeno sociale altrimenti noto come nerdgasm, per gli anglofoni, in italiano lo tradurrei “sfigasmo”). Io nel frattempo mi tenevo il più lontano possibile.

Purtroppo le mie abilità di schivata non sono state sufficienti. Quando Raifu è andato in mezzo al party per parlare con tutti, mi è toccato l’Orso addosso. La scena è stata epica, fortunatamente non ci ha sentiti nessuno.

Io mi guardavo attorno, nervosamente, cercando di non dargli peso. Più in là vedo la ragazza di Raifu con le sue amiche giapponesi, si fanno delle foto e chiacchierano. Sberla, leggendario ingegnere che sta per partire per San Francisco, è lì che ascolta un paio di ragazzini che vorrebbero diventare programmatori. In un angolo, Pignolone cerca di parlare con dei giapponesi, purtroppo non sa la lingua quanto pensa di saperla col risultato che tutti ridono. Forse avrà detto “cincin”, chissà?

Orso si avvicina, con una birra in mano. Probabilmente è la quarta o quinta della serata per lui. E’ ancora a un livello di odore accettabile. Mi sorride e apre la conversazione.

“Credi anche tu che siano tutti uguali, vero?”

Lo guardo, alzo un sopracciglio, non ho davvero capito a che cosa si riferisca.

“…Eh?”

“Massì i giapponesi, son tutti uguali vero, io ci lavoro tutti i giorni!”

Sono rimasto piuttosto allibito di fronte all’affermazione dozzinale, perciò non ho potuto fare altro che una faccia sgomenta e sorpresa.

“Che cosa?!”

Vista la mia reazione, Orso capisce di avere detto qualche cosa di fuori luogo. E’ il momento di dare fondo al miglior bon ton e rimediare a questa bruttissima figuraccia.

“Scusa, scusa” – mi dice, alzando le mani – “pensavo che tu fossi razzista!”

Ben fatto, Orso, adesso sì che hai rimediato al primo pasticcio! Non sapevo se ridere, incavolarmi, chiedere spiegazioni o mandarlo a quel paese. Ho pensato che tutto sommato non valeva pena fare questioni per una cosa del genere, perciò mi sono semplicemente girato allontandomi: “Credo che me ne andrò, adesso”.

Per qualche motivo, non mi ha più parlato quella sera. Non ho pianto per la perdita.

Saluti di oggi a mia sorella che forse ha trovato casa :D.

Tutto come previsto

luglio 14, 2012

Salve a tutti,

In attesa di finalizzare il trasferimento nella nuova casa in modo da poter scrivere un articolo finale su come comprare casa qui a Montreal, oggi vi tedio con la tribunetta politica del quattordici luglio.

Ci sono due fatti interessanti che sono avvenuti da poco e che hanno attirato la mia attenzione.

Il primo è un caso di “ve l’avevo detto”. Nonostante i più fieri sostenitori del grillismo, continuo a sostenere che il Movimento 5 Stelle sia un movimento strano e contraddittorio. Beppe Grillo è il capo di questo movimento? Forse si, forse no, fatto sta che di certo ha il potere di scomunica. Non ci troviamo quindi di fronte a un capo di partito quanto piuttosto a un pontefice. E’ notizia di questi giorni infatti l’espulsione di tal Sandra (o Paola, il Corriere usa entrambi i nomi) Poppi dal M5S, a mezzo blog di Beppe Grillo.

Sul frangente specifico personalmente non mi pronuncio, sono sicuro che ci saranno delle ragioni di qualche tipo che sfoceranno senz’altro in recriminazioni bilaterali. La politica è fatta così e non ci vedo nulla di male, è un dibattito. Ciò su cui però ho una opinione è questa panzanza roboante di Grillo secondo la quale lui dà solo la direzione generale, ispira il movimento ma null’altro.

Mi dispiace, ma se censuri la gente e la mandi via, sei il capo del movimento, è un dato di fatto. Poi ovviamente il movimento può non avere la forma giuridica di un partito, ma questo è del tutto irrilevante. Hai la possibilità di allontanare le persone, di decidere chi è dentro e chi è fuori, ne consegue che sei colui che comanda, che ti piaccia o no. E’ sostanzialmente per questo motivo che trovo strana tutta questa effervescenza attorno al M5S: è un banalissimo movimento politico con un segretario assai folkloristico. S.B. non era forse così nel 1994? O se vogliamo parlare di elementi propriamente folkloristici, il caro Umberto?

Dato che ho citato una delle più grandi fonti di disgrazie della Storia d’Italia, mi getto di slancio sul secondo fatterello politico: S.B. ha deciso di ricandidarsi, rimangiandosi ovviamente la parola data. La giustificazione ufficiale è che gli è stato chiesto a più voci, ma considerata la manifesta sorpresa dichiarata da molteplici esponenti del suo partito tra cui Alfano, mi chiedo chi siano queste voci, forse è di nuovo in fase “Unto del Signore” perciò si starà riferendo all’arcangelo Gabriele.

Fatto sta, forse leggermente preoccupato di poter perdere le elezioni a causa della eccezionale esuberanza di Alfano, la rovina d’Italia torna a maledire la scena politica con la sua nefasta, incompetente, criminosa e sopra ogni cosa criminogena presenza. Sta già cominciando a fare le pulizie di primavera in modo da poter far abboccare più gonzi possibile: cura dimagrante del Milan per dimostrare vicinanza ai milioni di italiani vessati dal costo della vita, dimissioni intimate alla Minetti per cercare di alleggerire il proprio debito morale nei confronti del pubblico, profilo bassissimo in modo da non avere alcuna responsabilità eclatante in caso di caduta del governo.

Ci troviamo quindi di fronte alle prove tecniche di marketing che hanno fatto di S.B. un prodotto di successo. In questo caso è necessario ricostruirsi una immagine per liberarsi soprattutto di due fattori di profonda negatività: la disillusione del pubblico e la corruzione morale.

Il primo punto è una grande lotteria influenzata da più fattori. Ci sono molti indecisi, ma avendo impostato tutto sul “O voti per me o sei COMUNISTA” si è creata una polarizzazione secondo la quale c’è una fetta di popolazione che non voterà mai o per la sinistra o per S.B.. Le altre forze politiche sono in una fase di vuoto esattamente come S.B., con la differenza che il nostro egregio statista ha dalla sua uno staff in grado di comunicare correttamente. Alla fine dei conti, quale sarà la proporzione tra quelli che non vorranno più votare S.B. ma non vorranno votare a sinistra, coloro che si faranno convincere di nuovo e coloro che semplicemente si asterranno? Cresceranno gli estremisti?

La corruzione morale è l’altro problema con cui deve avere a che fare il nostro caro ex-premier. Altri politici stanno avendo qualche problema “classico”, i “soliti” finanziamenti illeciti, le “canoniche” appropriazioni, tutte cose a cui (scandalosamente) siamo abituati, vaccinati, assuefatti. “Eeeeh, tanto rubano tutti” è la reazione di Pinco Pallino.

Ma i festini porno, le prostitute, il letto di Putin, le odalische marocchine, le soubrette dell’ultima ora, le statuette di priapo, la pole dance in camera, le escort vestite da Obama, queste sono tutte cose che ti fanno perdere credibilità in un attimo. E’ davvero incredibile: fino al Rubygate tutte le furbate di S.B. erano segno della sua grande intelligenza, del suo acume sopraffino, della sua capacità di cavarsela in ogni situazione. Improvvisamente, spassersela con qualche attricetta (e definiamole così per rispetto, avranno il diritto di campare pure loro) lo trasforma in un vecchio maiale di cui molti si sono disamorati immediatamente.

Che dire, si dice che tiri più un pelo di **** che un carro di buoi, ma in questo caso ci troviamo di fronte a una clamorosa retromarcia. Italia, ti scongiuro, non farti abbindolare da questo nefasto ciarlatano per l’ennesima volta.

Saluti di oggi a Feil che torna in Norvegia e mi abbandona :(.

Una bizzarra dicotomia

maggio 23, 2012

Salve a tutti,

Innanzitutto vorrei rassicurare chi mi ha contattato a riguardo del terremoto in Emilia-Romagna: famiglia e amici stanno tutti bene, non preoccupatevi.

Il post di oggi era senz’altro in odore da tempo dato che ho più volte sfiorato l’argomento nei commenti. Ebbene si, oggi parliamo di Beppe Grillo.

E’ notizia di questi giorni il successo del Movimento 5 Stelle (da qui in poi M5S) di Grillo, un movimento politico che mi lascia sconcertato ogni volta che ci penso.

Contrariamente a quanto potreste aspettarvi, non voglio lanciarmi nella mia solita vigorosa filippica contro il movimento stesso, quanto piuttosto vorrei esporre la incredibile, bizzarra, mostruosa dicotomia alla sua base.

Le due anime del M5S sono veramente disarmoniche: da una parte abbiamo il sig. Grillo, dall’altra una base mossa in maniera sostanzialmente indiretta dal signore sopracitato.

Partiamo dalle cose positive. Grillo con la sua oratoria colloquiale scuote l’animo politico dello “speranzoso medio” (v. sotto). Chi non vorrebbe solo politici di comprovata onestà? Bilanci pubblici trasparenti? Tagli agli sprechi? Sono tutti argomenti che appaiono sensati all’uomo comune.

Grillo cerca di pescare aspiranti politici dai giovani professionisti incensurati che sono la figura perfetta dello “speranzoso medio”: buona cultura, poco interesse a trarre profitto dall’attività politica grazie a un successo personale che però non dà ancora alla testa, voglia di fare qualcosa per la comunità.

Altro aspetto positivo è la, almeno presunta, indipendenza del M5S da Grillo. Il comico “spinge” avanti il movimento, ma in pratica ogni candidato in teoria corre la propria gara.

Fin qui niente di strano, un movimento politico emerso “dal basso”, quasi di intelligentia.

Purtroppo, io trovo tutto questo una orribile, mostruosa, straziante stonatura.

Le dolenti note infatti arrivano primariamente dall’origine del movimento e come tutti sappiamo quando l’origine è marcia difficilmente ci si può aspettare qualcosa di buono.

Il problema enorme che vedo è che il sig. Grillo non è altro che un becero populista. La sua “dialettica” è caotica e disordinata, vuole mandare messaggi politici ma sempre con l’avvertenza “ma io tanto sono un comico”, vuole lasciare il M5S libero ma propugna l’ostracismo dei candidati che non gli piacciono più, ha raggiunto visibilità politica ma finora non ha espresso una singola proposta concreta.

Insomma, non ha molto di differente dagli altri pagliacci che già abbiamo in Parlamento, mette su uno spettacolino divertente, ma non contribuisce in un modo significativo.

E’ proprio questa l’analisi più forte che faccio su Grillo: ma c’era proprio bisogno di avere Grillo per muovere delle persone tutto sommato armate di buone intenzioni? Ci stiamo davvero dicendo che soltanto un comico volgarotto e ignorante può motivare le sonnolenti voglie politiche dei cittadini? Vogliamo davvero dare influenza politica a un uomo che sostiene che l’automobile ad acqua esiste (ed è economicamente sostenibile), che esistono motori che fanno 100 km con un litro di benzina (ibidem) e altre baggianate per imbonitori?

Daccordo, forse è un argumentum ad personam, magari le sue idee politiche sono sviluppatissime e il fatto che si faccia abbindolare da ogni sciocchezza letta su Internet è solo una sua debolezza personale che nulla ha a che vedere con le sue opinioni.

Ma davvero non c’è nessun altro?

La situazione è davvero peggio di quanto pensiamo se per avere un nuovo partito ci dobbiamo rivolgere a Beppe Grillo.

Saluti di oggi a èl per il compleanno, MMo per le foto, Candycake e soprattutto soprattutto soprattutto al nostro grandissimo amico Mark :D.

Ci pensa Peppino

dicembre 1, 2011

Salve a tutti!

Come auspicato dal buon Cesare che è sempre devo dire un validissimo suggeritore di argomenti per il blog, oggi parlo di un atto ignobile che ho compiuto, sprezzante delle dichiarazioni di Riccardo Muti, grande compositore d’orchestra e rispettabilissima persona (nessuna ironia, qui).

Di che vigliaccheria vado cianciando? Ma è semplice, mi sono iscritto all’AIRE, muovendo quindi la mia residenza dall’Italia al Canada. Non mi addentro nei motivi per cui ho fatto questo, non sono particolarmente divertenti perciò ve li risparmio.

Per iscriversi all’AIRE, ovvero l’Associazione Italiani Residenti all’Estero, è necessario registrarsi presso l’anagrafe del Consolato o dell’Ambasciata di riferimento. A Montreal c’è un consolato generale, perciò è chiaro che non mi reco fino a Ottawa (lì si trova l’Ambasciata) ma mi registro qui in Quebec. Avviso in ufficio che oggi arriverò tardi perchè devo sbrigare alcune pratiche burocratiche e mi armo di santa pazienza, già sapendo che girare per uffici potrebbe richiedere un sacco di tempo.

Arrivo al nostro consolato, deliziosa villetta su Rue Drummond in pieno centro, verso le otto e quarantacinque. Mi sembrava di ricordare che gli uffici aprissero alle otto e quindici, ma con poco piacere scopro che l’apertura è alle nove. Vabbè, quindici minuti all’aperto si possono sopportare, ci sono dieci gradi in questi giorni, alla fin fine non è un problema.

C’è un piccolo gruppetto di persone che aspetta fuori dal consolato, in attesa dell’apertura, una sfilata di personaggi tratti dal grande libro degli stereotipi. Davanti a me, una signora silenziosa che si guarda attorno leggermente divertita. Non ha spiccicato mezza parola, non credo fosse italiana. Davanti a lei la classica comare meridionale, statura ridotta, diciamo leggermente tarchiata, foulard nero in testa, tutta vestita di scuro. E’ lì con il marito, accento del centro sud. Davanti a questi due, ometto romano con baffetti neri e piglio deciso. Di fronte a tutti… un uomo non più giovanissimo con dei capelli estremamente tinti di rosso carota e un chiarissimo accento napoletano: lo chiameremo Peppino.

Nei quindici minuti passati in coda fuori dal consolato, Peppino vessa il romano con una quantità di pontificazioni tali che mi devo girare per non far vedere che sto ridendo. Peppino è un grande maestro dello scibile umano, lui sa tutto, conosce tutto e come si vedrà tra poco, conosce tutti. Ecco che sbotta sul piano di austerity del governo: “Sono balle! In Italia tutti hanno i soldi, tutti! E’ loshtàato che si mangia tutto!”. E ancora, gli immortali dello sport: “Uè ma l’hai visto o’Napoli ieri? Eh, certo che quando c’erammaradona eh…”. Qualcosa sui politici: “Quanto sìccontento che berluscona s’è levato aaaah *sospiro di sollievo*”.

Ne ha veramente una per tutti quanti, sul bilinguismo in Quebec, sugli italiani all’estero (“iccà non sono più italiani, manco l’italiano parlano, mica come ammia”), sulle tasse, sugli investimenti, sulla burocrazia, lo sport, la cucina (“ehh ma come si mangia in italia mai qui ehh”). Veramente un tuttologo. Non sta zitto un secondo e ovviamente da perfetto stereotipo parla con un megafono in bocca quindi ignorarlo è molto difficile.

Finalmente il consolato apre, arriva una guardia della sicurezza che ha una bandierina italiana sul braccio. Peppino non può fare a meno di commentare: “Uii, chist’è italiano pruoprio! Pure la bandiera sul braccio tiene!”. Vi risparmio di descrivere con che faccia l’ha guardato l’agente.

Entriamo dentro e ci rimettiamo in coda al metal detector. La procedura è semplice, si passa il metal detector, si dice all’agente di guardia che cosa si è venuti a fare e si riceve un biglietto corrispondente allo sportello di cui si ha bisogno. Semplice… per tutti tranne Peppino, perchè lui ne sa una più del diavolo.

Dopo avere investito più di due minuti a parlare con l’agente di sicurezza che voleva fare sottintendere che i controlli di sicurezza sono un po’ meno stretti sui cittadini italiani rispetto a tutti gli altri visitatori dell’ufficio senza però volerlo (e immagino poterlo) dire esplicitamente, Peppino finalmente rivela perchè è qui: deve rinnovare il passaporto. Una cosa semplicissima… per tutti tranne Peppino. Il nostro eroe infatti ha bisogno di “una carta molto complicata” che deve essere redatta “non da una segretaria, ma da una persona più importante, al di sopra”. La discussione si sussegue confusa per qualche minuto, mentre tutti gli altri in fila cominciano a spazientirsi. La guardia gli chiede candidamente:

“Senta, ma lei lo sa il nome esatto di questa persona che deve produrre questa carta che lei dice?”

“Errr uhmm bè no.”

“Allora, prenda questo biglietto, parla con l’impiegato e ci pensano loro.”

Tutto il resto della fila viene sbrigato in un paio di minuti, perchè fortunamente non siamo dei peppini e non abbiamo carte speciali da far rilasciare da impiegati speciali.

Accedo quindi all’area uffici vera e propria, Peppino è lì che parla (ancora a voce altissima) con un impiegato attraverso il vetro. Insiste ancora che non vuole parlare con questa impiegata, lui deve parlare con “uno più importante”. Al consolato cominciano a spazientirsi e a non sapere che cosa voglia Peppino. Non si sa chi sia questa persona con cui deve parlare, nè che cosa sia questa carta “speciale” di cui ha bisogno. Tra parentesi, quando Peppino dice carta, in realtà intende documento. Uso il termine carta solo per una più verosimile trascrizione indiretta.

Dopo alcuni minuti di discussioni che non portano a nulla, dicono a Peppino di sedersi e aspettare che pensano loro a risolvere la questione. Liberatosi quindi lo sportello principale, precedentemente occupato da Peppino, io riesco a iscrivermi all’AIRE, i due coniugi riescono a ottenere il loro certificato ASL, dei tizi che sono arrivati nel frattempo ottengono il visto turistico per venire in Italia e un tizio del Suriname riesce a ottenere il visto turistico per l’Italia.

Io sto per andarmene quando Peppino comincia a montare in escandescenze: “Ma come! Io devo rinnovare il passaporto! Ero primo! E ancora non ho risolto niente! Io devo parlare con una persona, e non mi ci fanno parlare! Che modi sono questi! Questo è uno schifo! I soliti uffici italiani dove non funziona un accidente!”. La più stereotipata sceneggiata napoletana, con tanto di Uè, gesti vari e incavolature.

Non so che cosa sia successo a Peppino, onestamente gli auguro di avere risolto coi suoi documenti, perchè non vorrei ritrovarmi questa zecca di nuovo in coda un’altra volta.

Il resto della mattina l’ho passato purtroppo facendo qualcosa di poco divertente: telefonare all’agenzia delle entrate federale riguardo una supposta irregolarità della mia dichiarazione dell’anno scorso. Ebbene, tra lo scetticismo della nostra ragioniera che con sufficienza mi ha detto “tsè, figurati, non riconosceranno MAI che la lettera che ti hanno mandato è sbagliata e che quindi seguendola commettevi una irregolarità”, sono riuscito a ottenere da una signora molto collaborativa esattamente questo :D. Posizione regolarizzata, nulla da pagare perchè l’errore è dell’agenzia delle entrate e non mio!

Saluti di oggi a Candybee, May, DoDoDi, Figarella Racing Team (specialmente Micheal L. e Viggo per il Vegas GT2011) e a Kei (che è in quel cesso di Manitoba a farsi due scatole così :P).

Scrum, ira e LEGO

novembre 3, 2011

Salve a tutti,

non sto scrivendo da un po’ di tempo più che altro perchè non sto spendendo molto tempo al computer, cosa che può apparire alquanto sorprendente per qualcuno che con i computer si guadagna da vivere.

Oggi condivido con voi una storiella esilarante che ho già raccontato a molti: è talmente bella che non posso fare a meno di conviderla con voi.

Prima del racconto devo però fare una piccola introduzione tecnica. Sono stato inviato a Los Angeles per qualche giorno all’IGDA Leadership Forum, una conferenza globale della game industry dedicata ai manager. Non mi addentro troppo nei particolari, Google è pieno di articoli sull’evento e non è ciò di cui voglio parlare oggi.

Nel contesto del Leadership Forum il (per noi) leggendario Clinton Keith, luminare di Scrum, teneva un corso di due giorni per ottenere la certificazione da ScrumMaster professionista al quale la gloriosa megaditta mi ha mandato.

Non voglio addentrarmi in maniera profonda in che cosa sia Scrum, mi limito a una piccola infarinatura per comprendere l’annedoto e per cultura generale. Sarò ben lieto di parlare maggiormente di Scrum nel caso in cui l’argomento interessasse a qualcuno. Come al solito lasciate un commento, rispondo a tutti.

Scrum è un metodo di lavoro primariamente rivolto allo sviluppo del software. Partendo dal presupposto che sia poco utile pianificare un intero progetto su distanze temporali molto grandi poichè nessuno è capace di fare stime accurate sul lungo termine e i requisiti tendono a modificarsi nel corso del tempo, Scrum propone un modello di pianificazione basato su piccole sequenze chiamate Sprint.

Uno Sprint, tipicamente lungo due settimane (ma mai più di quattro), è un periodo di tempo in cui un Team promette a un individuo chiamato Product Owner che porterà a termine una certa parte di lavoro. E’ un sistema basato sulla fiducia, il Team fa una promessa e ci si aspetta che la mantenga facendo ogni ragionevole sforzo. In cambio, il Product Owner promette di non cambiare il lavoro promesso per lo Sprint. Il Product Owner ha diritto di cambiare tutte le priorità che vuole e tutto il lavoro che vuole in qualsiasi momento ECCETTO per ciò che è stato promesso durante uno Sprint. La persona che si accerta che il Product Owner non si “allarghi troppo” e che il Team rispetti le promesse è lo ScrumMaster.

Questa descrizione di Scrum è fortemente restrittiva nonchè incompleta, vi prego di tenerlo in mente, tuttavia è sufficiente per capire cosa è successo durante il corso.

Al corso eravamo in ventuno, sei di queste persone venivano da una compagnia Molto Importante (diciamo una ditta così importante che fa un gioco giocato da più di dieci milioni di persone al mese, indovinate un po’ quale sia). Questi sei personaggi non solo si presentano in ritardo, non hanno una targhetta col nome e soprattutto non spiccicano mezza parola: eccetto Franco (nomi falsi, al solito).

Franco è un pezzo grosso, è produttore globale dell’arte per un grosso titolo che sta per uscire tra poco. Per non svelare quale sia questo gioco, lo chiameremo casualmente Inferno Trimestrale. Il nome è OVVIAMENTE a caso.

L’esercizio finale del corso è una simulazione Scrum della durata di un’ora. Veniamo divisi in tre gruppi, ogni gruppo deve scegliere un Product Owner e uno ScrumMaster: tutte gli altri faranno semplicemente parte del Team.

Io mi offro di fare il Product Owner, dato che normalmente sono ScrumMaster nel mio lavoro quotidiano. Un mio collega si offre di fare lo ScrumMaster. Nessuno obietta alcunchè quindi siamo pronti. Nel Team c’è proprio Franco che aveva avuto un atteggiamento piuttosto scettico verso questa metodologia di lavoro, ma ormai era contento che il corso stesse quasi per finire.

Prima dell’inizio della simulazione, Clinton chiama tutti i PO (Product Owner) fuori dalla classe per spiegarci il VERO obiettivo dell’esercizio: dimostrare che Scrum non è una panacea per tutti i mali. Come tutti i metodi, è solo e soltanto un metodo, la sua mera applicazione non porta alcun vantaggio specifico se non c’è intelligenza dietro. Conseguenza di questo obiettivo è la presentazione della lista degli obiettivi segreti del PO.

Vediamoli insieme. Innanzitutto, il Team riceve una busta piena di LEGO e un insieme di cartoncini su cui è scritto il lavoro da compiere. E’ proibito toccare i LEGO se non si è all’interno di uno Sprint. Ogni Sprint dura esattamente cinque minuti ma la fase di pianificazione non ha alcun limite. L’esercizio termina o allo scadere del limite dei sessanta minuti o quando tutto il lavoro è stato completato. Tutto questo è perfettamente noto anche al Team.

Ciò che non è chiaro al Team però, è che il PO ha alcune informazioni addizionali. Prima di tutto, le richieste sui cartoncini sono talora vaghe e irragionevoli. Ad esempio il lavoro più importante da compiere è costruire sei edifici da un piano, peccato che non ci siano abbastanza mattoncini per costruirli! Oppure, è richiesta la costruzione di un garage per una macchinina LEGO, ma tale lavoro ha una priorità maggiore della costruzione dei veicoli. Poichè i mattoncini provengono da set tutti diversi, il problema delle dimensioni è molto concreto perciò procedere con la costruzione del garage prima di avere le macchine equivale a cercarsi dei guai.

Gli ordini segreti del PO sono quindi attendersi un sacco di errori dal Team ma, esattamente come nella realtà, non fare di fatto nulla per aiutare il Team a meno di non essere esplicitamente interpellati. Il Team decide autonomamente di dividere tutti i LEGO per sapere cosa c’è nella busta senza chiedertelo? Rifiuta tutto il lavoro fatto per avere fatto qualcosa che tu non hai chiesto. Il Team fa domande vaghe? Rispondi in maniera altrettanto vaga o tautologica.

Clinton riassume il tutto nel modo più semplice e devastante possibile: “Fate del vostro peggio!”.

Ho pensato: “Okay, se posso fare del mio peggio credo che questo team non riuscirà a combinare molto.”.

Vediamo come è andata.

Porgo al Team la busta con i LEGO e avendo deciso di giocare il PO che non sa neanche di che cosa sta parlando (non succede mai vero che i manager non abbiano idea di che cosa stanno parlando), leggo distrattamente i cartoncini con il lavoro da fare. Decido poi di gironzolare distrattamente per la stanza a meno di non essere esplicitamente interpellato. Il piano è perfetto, perchè il Team e lo ScrumMaster si mettono subito a discutere su che cosa fare, ignorandomi pressochè completamente (il che è un fallimento fin dall’inizio, Scrum prevede che il PO sia coinvolto nella fase di pianificazione il più possibile!).

Mi metto a parlare con Clinton, mi prendo un caffè, mi bevo un succo di frutta, controllo la posta, mando un messaggio agli amici in Canada, faccio onestamente di tutto tranne che prestare attenzione a quello che sta facendo il Team.

Nel Team però c’è qualcuno che Scrum lo conosce bene: Enrico. Enrico lavora per la EA, una delle più grandi società di software del mondo (non solo di giochi, di software in generale, sono colossali), e ha usato Scrum per più di cinque anni. Lui si fa fautore di alcune domande purtroppo piuttosto vaghe a cui mi sento in dovere di rispondere in maniera vaghissima.

“Senti, non siamo sicurissimi delle proporzioni, a vedere la busta sembra che i pezzi non siano tutti uguali.”

“Ma si ma si, fate pure che poi vediamo.”

“Oh, okay.”

Mi sono stupito che buttare lì due parole a caso sia stato a sufficiente. Ad ogni modo, passano venticinque minuti (sui sessanta a disposizione): il Team ha finalmente deciso che cosa vuole fare.

Stanno per commettere uno degli errori mortali, ovvero cominciare lo Sprint senza coinvolgermi, ma Enrico salva tutto. Ecco quindi che mi presentano il loro piano.

“Allora, noi pensavamo di dividere tutti i pezzi e di fare alcuni prototipi di macchinine.”

Io: “…e chi vi ha chisto di farlo? Io voglio i miei sei edifici di un piano.”

“Ma come?! Non sappiamo neanche se possiamo farli!”

“Ma cavoli sono solo dei mattoncini LEGO! Quanto sarà difficile fare sei edifici di un piano!”

Mentre questa discussione va avanti, Franco comincia a infastidirsi e fa commenti scherzosi tipo “adesso telefono al mio agente e cerco un altro lavoro, tutto questo è ridicolo”.

Troviamo un accordo, il Team può mettere a posto i pezzi e fare un prototipo di macchinina MA produrrà anche i sei edifici.

Finalmente parte il primo Sprint! Durante la review dello Sprint sostanzialmente respingo tutto il lavoro, nulla di quello che hanno fatto assomiglia a “quello che io definirei un edificio”.

Franco qui comincia a uscire dai gangheri in maniera leggendaria.

“Non ci hai neanche detto come è fatto un edificio!”

“Ma come vuoi che sia fatto un edificio! E’ un posto in cui vai, no? Siamo dentro un edificio ora!”

“Non è una definizione! Che ne so io di come intendi tu un edificio, ha porte? finestre?”

“Scusa, ma usa il buon senso, tu l’hai mai visto un edificio senza porte o finestre?”

“Quando io costruivo edificio li facevo senza perchè mi sentivo molto asociale!”

“Okay okay, rendiamo le cose facili. Un edificio dovrebbe avere una porta e una finestra. Va meglio?”

Franco si incavola ancora di più.

“DOVREBBE o DEVE?!”

“Va beeene, siccome vogliamo fare le cose precise, un edificio DEVE avere una porta e una finestra.”

Franco a questo punto si eccita perchè pensa di avermi colto in castagna.

“Ah-ha! E una porta e una finestra come sono fatte?”

“Va bene definiamo anche quelle! Allora, una porta è una apertura al livello del terreno. Per le finestre facciamo le cose facili, basta che sia una apertura.”

Franco ora ha l’orgoglio di chi ha sconfitto un leone ma ormai seccato si mette a giocherellare col cellulare, non tocca neanche più i LEGO. Mentre il Team esamina i pezzi, viene menzionato che ci sono solo due finestre LEGO. Con gesto magnanimo faccio sapere che non c’è problema, è sufficiente che le finestre siano semplici aperture se non c’è più disponibilità di mattoncini adatti.

Poco dopo Cincion, cinese nel Team, si chiede che cosa fare col tetto degli edifici. Ne approfitto immediatamente!

“ECCELLENTE IDEA! Aggiungiamolo ai requisiti, un edificio deve avere un tetto!”

Franco: “Noooo, stai zitto!!! Non dargli altre idee!!!” alchè si alza e comincia a girare per la stanza guardando cosa fanno gli altri Team.

Prima che lo Sprint cominci, cambio la priorità del lavoro: basta prototipi di macchinine (siccome il Team insisteva per lavorare sulle macchinine, ho deciso di ignorarle), la seconda cosa più importante è l’asilo nido, ovvero un edificio come gli altri che però ha attorno un recinto.

Comincia finalmente il secondo Sprint, è passata oltre mezz’ora dall’inizio dell’esercizio. Il Team completa cinque edifici e l’asilo nido. Quattro degli edifici mi soddisfano nonchè l’asilo nido, anche se mi mostro poco soddisfatto dei tetti. A causa dei mattoncini tutti spaiati di cui parlavo prima, i tetti molto spesso sono spioventi e questo mi sembra davvero alquanto brutto.

Uno del Team commenta: “Ma no, sono solo tetti come si usavano negli Anni ’60.”.

Come lasciarsi scappare una occasione così fantastica?

“Ragazzi ma questa è una idea ECCEZIONALE, facciamo l’intera città in stile Anni ’60, veicoli compresi!”

Si è letteralmente levato un coro di “Noooo, stai zitto, cosa hai dettoooo”, mentre Franco paonazzo sbottava con il “This is fucking bullshit” (qualcosa di simile a “Ma che c***o sono queste s*****ate”) che lo renderà immortale ai posteri.

Il Team si ricompone mentre Franco decide di non toccare più un mattoncino, gironzola per la stanza ripetendo la battuta sul telefonare all’agente, ma è chiaramente seccato dalle mie eccellenti capacità manageriali.

Sono passati quasi cinquanta minuti, il Team decide di dedicarsi al nuovo lavoro più importante di tutti (ricordate che il PO può cambiare tutte le priorità che vuole al di fuori di uno Sprint): la costruzione della chiesa.

La chiesa è un edificio come gli altri ma dev’essere di un solo colore e avere una croce in cima. Inoltre deve essere “leggermente più alto” degli altri edifici. Come al solito i requisiti sono precisissimi (ma nella realtà, quando mai lo sono?).

Stavolta lo Sprint sembra davvero facile e ormai il tempo sta per finire. Per rendere le cose più complicate, mi lamento del fatto che nonostante io abbia ascoltato tutti i loro noiosi lamenti riguardo la penuria di finestre LEGO (mai visto un progetto con poche risorse, eh?), non ne hanno usata nemmeno una nè negli edifici approvati nè nell’asilo. Nella chiesa preferirei che le usassero.

“Ma le finestre sono rosse e abbiamo abbastanza pezzi solo per fare una chiesa blu!”

“Non c’è problema, ragazzi! Le finestre sono talmente importanti che non c’è problema se sono di un colore diverso dal resto della chiesa.”

Contenti della mia grande flessibilità, comincia lo Sprint, siamo allo scoccare dei cinquanta minuti. Sembra davvero tutto molto facile, ma io ho l’asso nella manica: l’inevitabile cambio d’idea in mezzo allo Sprint.

C’è un solo modo che il PO ha di violare le regole di Scrum ovvero cambiare il lavoro in corso nello Sprint: il Reset. Quando arriva del lavoro che non è assolutamente possibile fare in un altro momento, un Team può eseguire un Reset in cui sostanzialmente si butta tutto quello che si sta facendo e si riparte dalle fase di pianificazione con le nuove priorità. E’ una operazione nella realtà costosissima e che non dovrebbe mai succedere, ma può occasionalmente accadere.

Dopo due minuti invado quindi lo spazio del Team per portare loro una notizia fantastica.

“Ragazzi, ho avuto una idea ECCEZIONALE! Ieri stavo parlando con dei tizi in Microsoft e ci siamo detti, ma non sarebbe fichissimo avere un ospedale nella nostra città fatta di LEGO? Voglio dire dovrebbe essere facile, no? Cavolo è come la chiesa, un solo colore, la porta, la finestra, e invece della croce bianca ci mette una croce rossa di sopra, quanto sarà difficile?”

Franco perde le staffe, si alza, ripete l’ennesimo “This is fucking bullshit!” ed esce dalla classe incavolato nero.

Ormai il tempo è quasi finito, ci mettiamo daccordo per la costruzione dell’ospedale: è un edificio come gli altri (ricordatevi i requisiti) però ha una “cavolo di croce rossa di sopra. Quanto sarà mai difficile?!”.

Lo Sprint comincia al cinquantasettesimo minuto, non c’è tempo materiale per completare lo Sprint, ma riescono a combinare qualcosa coi LEGO e a presentarmi l’ospedale: è la chiesa blu con una croce rossa di sopra.

“Ma… ragazzi, è mai possibile che non mi possa mai fidare di voi? Che cavolo avevamo detto che volevamo usare le finestre LEGO per la chiesa e le avete usate tutte e due per l’ospedale adesso! Ma che figura ci facciamo con Microsoft adesso?!”

Tra gesti di stizza nel Team coronati da vari “Ma non ci posso credere”, anche Cincion si incavola ed esce seccatissimo dalla classe.

Scadono i sessanta minuti e posso finalmente svelare il trucco a coloro che non sono fuggiti. Alla spiegazione che era tutta una finta ricevo reazioni esilaranti, ridono tutti “ahah mio dio ora che ci penso è stato bellissimo” “sembravi un manager che conosco” “cavolo anche io in ufficio ho gente così”. Quindi ci riappacifichiamo e ci godiamo qualche minuto di intervallo.

Dopo qualche minuto ognuno torna a sedere e Clinton chiede: “Allora, che cosa avete imparato, come è andata?”

Dopo qualche minuto di esitazione Franco prende la parola, si alza e mi punta il dito contro: “You never fucking work with THAT guy!” (lett. “Non lavorate mai con quel c***o di tizio!”).

Scattano le risate (temo che ormai tutti gli altri sapessero che l’esercizio era sabotato) e la mia risposta laconica: “Cavolo non capisco veramente perchè si lamentino tanto, non mi hanno neanche invitato ai loro meeting di pianificazione”.

Altre risate con tanto di commento da un altro tavolo “O mio dio, sento quella frase TUTTO IL TEMPO nel mio ufficio!”.

La discussione va avanti, un altro tavolo illustra come loro siano riusciti a completare tutto il lavoro nel tempo prefissato approfittando di una ottima collaborazione con il loro PO.

Franco non può fare a meno di commentare: “That’s because you didn’t have fucking him as a PO!” (“Questo perchè non avevate quel c***o di tizio come PO!”).

Non posso fare a meno di rispondere: “Ehi, io avevo solo chiesto una cavolo di croce rossa, manco quella mi hanno fatto!”. Risate a secchi da tutte le parti.

Dopo qualche minuto il corso finisce: Franco raduna i suoi cinque scagnozzi e scatta via, paonazzo. Non lo vedremo più. Ovviamente la storia della croce rossa sarà uno degli argomenti più divertenti a cena.

Morale della storia: se qualcuno mi autorizza a dare il peggio, buona fortuna :D.

Saluti di oggi a tantissime persone, primo tra tutti il sig. Paponi che ha completato una gloriosa carriera al servizio del cittadino fondata sul lavoro e sull’onestà (attitudine che spero mi abbia trasmesso correttamente). Gli altri in ordine sparso: Fairtrade (tu mele, io fragole), Candybee (best Halloween EVER), S<3 (lol la chatte ecoliere), Mimistofele (grazie per l’invito) e Flaust (bzzzz), Clinton Keith della Clinton Keith Consulting per l’autografo con dedica sul libro di Agile Game Development (www.agilegamedevelopment.com), Asu per le molteplici discussioni notturne (per lei) su Facebook, Figarella Racing Team e Nick (smettila di rompere e rispondi semplicemente “Si”, grazie :D).

Viziosi pruriti depravati

aprile 24, 2011

Salve a tutti!

Oggi è la Santissima Pasqua e quindi auguro a tutti una buona Pasqua. Come però potrete intuire dal bellissimo titolo (che mi è costato lunghi pensieri per la verità) oggi non si parla di misteri della religione ma bensì si parla del sordido, del depravato, dello sconcio, del voluttuoso, del debosciato, di tutto ciò che va contro la morale pubblica e privata. Non mi riferisco certo ai Bunga Bunga di un ben noto loschissimo ometto di bassissima statura, nè agli scandali fotografici riguardanti noti personaggi internazionali, oggi vi parlo di vergogne tali da far rabbrividire tutti questi individui messi insieme!

Facciamo un passo indietro. Un paio di mesi fa scopro una piccola irritazione in area pubica. Non entriamo in dettagli diagnostici, sono davvero irrilevanti ai fini di questa storiella. L’irritazione non prude, non fa assolutamente nulla, sta solo lì e non passa. Dopo qualche giorno, vedendo che non c’è alcun miglioramento, nonostante ancora non pruda nè nulla decido di andare dal medico, giusto perchè non si sa mai.

Mi reco quindi alla solita clinica qua vicino, dove il dottor Chennesò (non si chiama così ma ha un cognome simile!) mi visita per pochi secondi e poi mi guarda inorridito, allontanandosi in maniera simile all’esorcista: “Ma questa è una malattia venerea! Lei deve assolutamente andare in questa clinica per la salute sessuale!”. Il tono era degno del miglior Ponzio Pilato, misto a un certo disprezzo che trasmetteva senza pudore tutto il suo schifo per la mia evidente e ovvia depravazione assoluta.

Io, che nel frattempo ancora non so che cosa ho e mi ritrovo rimbalzato a un’altra clinica, chiedo innocentemente: “Mi scusi, caro Dottor Chennesò, ma è grave? Che cos’è?”. La sua risposta è lapidaria: “Ah io questo non lo so, lei vada a questa clinica e glielo diranno lì, ma vada immediatamente, eh!”. Vengo quindi cortesemente e gentilmente accompagnato fuori con un foglietto in mano con delle ipotesi diagnostiche del tutto indecifrabili (la calligrafia assurda è una caratteristica professionale) e un numero di telefono. Vi confesso, a quel punto mi sono preoccupato abbastanza.

Sfodero il fidato BlackBerry, supero la mia idiosincrasia per le telefonate e decido quindi di buttarmi: chiamiamo un po’ questa clinica. Le cose si mettono bene, la clinica offre un servizio pienamente bilingue tramite risponditore automatico, peccato che quando finalmente arrivo al menu per parlare con un operatore, mi viene segnalato un qualche tipo di errore e la telefonata cade. Ci riprovo altre due volte, ma non serve a niente. Fantastico.

Consulto quindi il sito di questa clinica dove mi stanno mandando. La home page ti accoglie con una serie di informazioni veramente rilassanti tipo: “Sei sieropositivo? Ecco le nostre cure!” e “Epatite? Non ti preoccupare non è più mortale* come una volta!”. In che razza di posto mi stanno mandando? Io pensavo di avere bisogno di un dermatologo e invece mi spediscono in un posto in cui ci va gente che ha l’AIDS. Qui le cose cominciano a prendere una brutta piega.

Dato che non riesco a comunicare con la clinica, decido di andarci di persona, è in centro, vicino a una stazione della metropolitana, quindi mi armo di pazienza e ci vado. La sala d’attesa è piena di gente, vengo messo ad aspettare poichè le iscrizioni per le visite d’urgenza della mattina sono terminate.

Mentre attendo il nervosismo cresce, è pieno di simpatici opuscoli tipo “Sieropositivo? Non è più la fine del mondo!” e altre amenità similari. Un po’ cresce la paranoia, un po’ mi si rafforza l’assurdità della situazione, ben conscio di avere sempre preso ogni precauzione.

Non attendo a lungo ma nessuno può visitarmi, devo tornare la settimana successiva, su appuntamento.

La settimana passa in maniera un po’ allucinante. Ancora non so che cosa ho e sono stato spedito in una clinica per gente con malattie incurabili terrificanti.

Mi arriva un suggerimento riguardante una possibile infestazione di pidocchi. Mi pare assurdo che non abbia alcun prurito, ma sia pure, proviamo anche questa. Passo due giorni nel caos più totale, la casa sottosopra, pulita da cima a fondo per cercare di sconfiggere questi pidocchi fantasma, dormo per due giorni nel divano letto per “decontaminare” il mio letto, mi spalmo permetrina su tutto il corpo, seguo tutte le indicazioni in maniera pedissequa ma come mi aspettavo, nessun miglioramento.

La domenica prima di andare finalmente a questo benedetto appuntamento riesco finalmente a formulare una ipotesi diagnostica che quadra coi sintomi e che mi permette di decifrare una delle righe illeggibili del foglio del medico: accidenti, quadra!

Senza stare a scendere in dettagli, si tratta di una cretinata ultrabenigna che tipicamente si prendono i bambini e che si può trasmettere con qualsiasi contatto quotidiano in maniera pressochè casuale. Alla faccia della “malattia venerea”. Razionalmente, penso “mavaffa”, però da bravo ansioso mi faccio comunque un sacco di paranoie.

Vado finalmente dal medico che mi visita. Questo finalmente mi spiega che il Dottor Chennesò forse è stato un po’ “troppo zelante”: è effettivamente una cretinata assoluta! O quella che pensavo io, o un’altra simile, il dottore pensa questa seconda.

Fiu, sollievo. La terapia consiste nell’eradicazione dell’irritazione tramite crioterapia, ovvero con una bomboletta piena di azoto liquido a -196 °C ti raffreddano l’irritazione, bruciandola via. Una sciocchezza, sensazione strana ma finisce lì.

Dato che ci siamo, facciamo anche gli esami del sangue, giusto per essere proprio proprio sicuri (paranoia, eh?).

Passano tre settimane. Nonostante le paranoie più irrazionali, non ho ovviamente assolutamente nulla (che poi, come diamine mi sarei dovuto prendere qualcosa? misteri degli ansiosi come me) ed è anche risultato che la mia diagnosi era corretta.

Tsè, malattia venerea dei miei stivali, mamifacciailsantissimopiacere.

Dott. Chennesò 0 – Ninja 1.

😀

Vladimir Poutine

aprile 10, 2011

Salve a tutti!

Mio cugino qualche giorno fa ha condiviso con me una sua impressione che effettivamente posso capire: questa vita canadese è più misteriosa di quella norvegese. E’ vero, sto scrivendo di meno, ma è più per motivi di tempo o voglia. In realtà di cose divertenti da condividere ne ho parecchie, devo solo trovare il tempo adeguato per scriverle in una maniera che qualcun altro potrebbe trovare interessante. Mi servono una o due ore per scrivere un buon articolo e spesso purtroppo non dispongo di tale tempo.

Detto questo, oggi mi faccio carico di un compito impegnativo, proverò a spiegarvi una battuta ricorrente tra me e il mio amico Pietro (al solito, non si chiama realmente così). La caratteristica principale delle battute ricorrenti è che queste tipicamente sono divertenti solo per coloro che vi partecipano. Ne consegue quindi che è improbabile che farà ridere anche voi. Fortunatamente, ho in serbo un asso nella manica :).

Procediamo con ordine. Il caro Pietro è dell’est europeo, viene da una repubblica ex-russa. In questo paese, come in molti dell’area sovietica, la popolazione è distribuita variegatamente tra coloro che sono nostalgici/pro-russi e coloro che sono indipendentisti. Le forze politiche riflettono questa predisposizione della popolazione, segno che effettivamente l’incertezza rispetto al passato e al futuro è ancora grande in quelle aree. Preciso a tal proposito che tutte le cose che scriverò su questo argomento oggi mi sono giunte attraverso amici e conoscenti nativi dell’est europeo. Non me ne si voglia quindi se ci sono imperfezioni o corbellerie.

Ebbene Pietro è un nostalgico della vecchia situazione, crede che il suo paese sia peggiorato molto da quando non è più nella unione sovietica ma non vede grandi alternative. La Russia di oggi infatti ha sì un governo, ma alle sue spalle siede un oscuro signore che tesse tutte le trame: Vladimir Putin. Egli è ovunque e nonostante per la Russia abbia fatto molto, si è anche macchiato di indicibili nefandezze, rendendolo un personaggio difficile da digerire: il fine non giustifica i mezzi.

Qui scatta la prima battuta tra me e Pietro. S.B. ha detto: “B. M. non mandava la gente in esilio, la mandava in villeggiatura”. Io aggiungo: “Putin invece manda i biglietti per il teatro”. Chi non coglie la battuta può chiedere a Google “teatro russia gas nervino” e otterrà il necessario contesto. Perchè fa “ridere”? Semplice, nè io nè Pietro possono cambiare le cose nel proprio Paese. Ridiamo per non piangere, insomma. Però quando lo si fa in compagnia ci si gode un certo piacere cosmopolita che rende tutto più facile da accettare. Forse, e dico forse, con rassegnazione (non nel mio caso).

Fin qui, sembra che il contesto sia banale satira politica. E invece no, il caso vuole che si possa catapultare tutto questo nel divertentissimo reame dell’equivoco. Qui in Quebec c’è un piatto locale che si chiama Poutine (fate attenzione alla grafia!), è un intingolo bisunto che consiste in patatine fritte, pezzi di formaggio molle e una salsa grassa potremmo dire reminiscente di quella BBQ, ovvero fatta con zucchero di canna e altri ingredienti prettamente dietetici.

Il nefasto Poutine si legge “Putìin” e fate bene attenzione a come lo pronunciate! Se infatti il vostro francese è un po’ grossolano e ignorate la e finale, vi potrebbe venire l’idea di pronunciarlo “Putàn” con la a sorda tipica del suono “in” del francese classico. L’errore è piuttosto madornale perchè ciò che state per chiedere al ristorante invece che un piatto di patatine fritte che farebbe inorridire il vostro dietologo è, senza mezzi termini, una prostituta (in maniera alquanto volgare, tra l’altro). Considerato che una cosa che i locali odiano sono i turisti sessuali praticamente da tutto il resto del nord america, un abbaglio del genere vi renderebbe senz’altro popolarissimi e benaccetti.

Ora, che cosa differenzia il nostro beneamato Vladimiro dall’equivalente quebecaro (in termini nutritivi) del kebab? Ma è semplice, l’accento! Pùtin uno, Putìn l’altro. Anche la grafia, mi direte voi. E invece no, perchè la grafia, stando alla edizione francese di Wikipedia, è la stessa! Provare per credere:

http://fr.wikipedia.org/wiki/Vladimir_poutine

http://fr.wikipedia.org/wiki/Poutine_(plat)

Anche se non capite il francese, ci sono delle foto piuttosto esplicite che fanno capire bene che cosa è ognuno.

Abbiamo a questo punto tutti gli elementi per creare una serie di battute basate tutte sull’equivoco. Il Poutine è un argomento di discussione popolare con i quebecari, essendo un piatto tipico ne parlano tutti volentieri. Io e Pietro abbiamo passato indimenticabili momenti di risate (per noi due e basta) mentre decantavamo le lodi di Putin nel modo più vago possibile, in modo che nessuno potesse capire di che cosa stessimo parlando in realtà. Sono momenti di grande intesa quelli in cui scattano le battute ricorrenti, capirsi al volo con qualcuno che tra l’altro proviene da una cultura completamente diversa è eccezionale e ridere insieme è sempre bello.

Rileggendo quanto ho scritto finora mi rendo conto di non avere reso questo post particolarmente interessante finora, quindi sono costretto a giocarmi l’asso nella manica.

Le battute tra me e Pietro su Putin vanno avanti da un bel po’. Una sera, eravamo ancora in ufficio e Pietro stava tenendo a bada il figlioletto di due anni, mentre la moglie Piera era al corso di francese. Piera è una donna timidissima e parla quasi solo il russo, sa, equamente male, sia l’inglese che il francese. Non è facilissimo parlarci. Il bambino è piuttosto tranquillo ma è molto mammone, stare separato da Piera per un’ora lo rende irrequieto, perciò dato che Pietro si stava leggerissimamente annoiando e io ero ancora in ufficio, mi sono avvicinato e abbiamo cominciato la nostra valanga di stupidaggini cultural-politico stupide su come il Quebec in realtà sia la Russia e il suo presidente sia Putin e quindi è una bellissima terra e tutto quanto. Mentre ci contraddistinguiamo per essere i soliti buontemponi bislacchi, il bambino ci guarda attonito e, spaventandosi di fronte all’intruso (il sottoscritto), si mette zitto e buono ad “ascoltare”.

Chiedo a Pietro, “Pietro, ma tuo figlio parla già?” “Mah, non tanto, gli stiamo ovviamente insegnando il russo, però sostanzialmente non dice quasi nulla. Capisce molto però.” “Ah, fantastico.”.

Sopraggiunge quindi Piera, evidentemente stanchissima. Da bravi amanti della satira… ovviamente continuiamo a fare i deficienti tra di noi, credo che Piera non abbia mai sentito parlare così tanto di Putin come in quei dieci-quindici minuti. Dopo avere velatamente suggerito che vuole finalmente andare a casa, ecco che avviene il piccolo miracolo.

Il bambino, che stava camminando qui e lì senza meta, si ferma e dice “Pùtin!”. Piera impietrita. Io e Pietro che ridiamo come due deficienti. Finalmente è ora di andare a casa.

Saluti di oggi a Jim per il suo compleanno (che, stando all’ora italiana è oggi, ma sarà solo tra quattro ore qui a Montreal), a Kitty per lo stesso motivo e a tutto lo Shogunato che sarà presente al Future Film Festival 2011. Pensatemi <3.

Oh no! Ancora!

settembre 25, 2010

Salve a tutti!

Finalmente ho un collegamento internet qui a casa perciò posso ricominciare a scrivere stupidaggini sul blog. Ringrazio tutti coloro che mi hanno contattato in questi giorni per chiedermi che fine ho fatto. Con questo post voglio innanzitutto rassicurare tutti che sto davvero molto bene, Montreal è un bellissimo posto dove vivere, almeno a una prima superficialissima analisi.

Oggi però, dato che è un po’ che non scrivo, vi faccio fare quattro risate, tanto per tenere il pubblico caldo. Vi sto scrivendo dal mio centralissimo monolocale vicino al Palazzo dei Congressi, la zona è di pregio ed è nel cuore della Vecchia Montreal, la parte antica della città. Ovviamente qui siamo in America quindi per “antico” si intende 1800.

Questo simpatico monolocale l’ho trovato sfruttando i servigi di un agente immobiliare che la megaditta mi ha prontamente fornito, Gigio (il nome è fittizio, però se seguite il mio blog da tempo ormai lo dovreste sapere). Gigio fa l’agente immobiliare da ventidue anni e mi spiega come funziona qui a Montreal (ne ho già parlato, ma tutto questo è funzionale alla storiella di oggi). Tu sei un padrone di casa e cerchi un inquilino, perciò dai il mandato a una agenzia di trovarti un povero malcapitato che resti nel tuo locale tipicamente per un anno. In cambio tu padrone di casa dai il primo mese di affitto all’agente in questione.

Come… come? Tu che cerchi casa non paghi l’agente? Esatto, è proprio così, non lo paghi, l’agente si fa un mazzo così (compreso scorrazzarti ovunque o pagarti il taxi) per farti vedere tutti i posti che potrebbero piacerti, ti manda decine di inserzioni, ti aiuta a fare la cernita e fa di tutto affinchè l’affare vada in porto. Troppo bello per essere vero, no? Eppure è vero… quasi.

C’è un piccolo problemino in questo sistema apparentemente fantastico. Non c’è una cosa che vi puzza, leggendo la descrizione delle dinamiche? L’agente non lo paghi, è vero, ma poichè non solo è pagato completamente dal padrone di casa ma percepisce una quantità di denaro pari al tuo affitto, significa che questo signore che ti aiuta non ha alcun interesse a trattare sul prezzo dell’affito, cosa che qui è comune e ordinaria, bisogna essere dei veri allocchi per pagare esattamente quanto il padrone di casa chiede. Occhio quindi, se venite qui, l’agente tipicamente tenderà a non tirare sul prezzo nonostante qualunque persona con cui parli ti consigli di farlo.

Ma torniamo a Gigio, quest’uomo particolarmente gaio che effettivamente mi ha aiutato a trovare questo bel monolocale. La burocrazia ve la spiego per utilità collettiva, è complicata ma c’è di positivo che tutti i contratti sono standard e forniti dall’ufficio regionale per la contrattistica immobiliare, quindi è difficile essere fregati a livello contrattuale. Quando avete trovato un posto che vi interessa, firmate col vostro agente una Impegnativa di Affitto (Promise to Lease) che significa che voi siete disposti ad affittare il locale alle condizioni che VOI specificate (affitto tot, queste condizioni, mi dovete pulire tutto, voglio le pareti rosa). L’Impegnativa è dotata di un termine, che tipicamente è di 24-48 ore, quindi non si resta in ansia per giorni.

Il padrone di casa può rispondere in tre modi: può accettare la vostra impegnativa, la può rifiutare completamente e vi può fare una controproposta. Nel primo caso siete costretti a firmare il contratto di affitto alle condizioni che avete posto. Nel secondo caso la trattativa è chiusa e nessuno ha obblighi verso l’altro (nulla vi vieta di presentare un’altra Impegnativa).  Nel terzo caso i ruoli sono invertiti e a questo punto voi avete la possibilità di rifiutare, di accettare o di fare una controproposta (non c’è limite al numero di turni di controproposta, si va avanti finchè non si raggiunge un accordo, conosco persone che ne hanno fatti cinque).

Nel caso di proposta accettata e contratto di affitto poi non firmato, si paga una penale pari a una mensilità di affitto (può essere di più in certi casi ma non mi addentro), quindi fate una offerta solo se in un posto ci volete DAVVERO andare o rimanete fregati.

Io sono arrivato nel mio bel monolocale dopo un round di trattative, cosa piuttosto comune. Ero veramente felice quando ho firmato il contratto, la locazione è eccellente, il prezzo è ottimo, sono a due passi dalla città sotterranea di Montreal, sono a due passi da Chinatown (dove si mangia benissimo e con pochi dollari), sono vicino a tutto, finalmente nel centro di una grande città, come piace a me.

La prima sera torno a casa e nel corridoio sento uno strimpellio notevole di pianoforte. La furia mi assale, immane, infinita, quando entro in casa e lo strimpellio si sente OVUNQUE. La mia vicina è una dannatissima suonatrice dilettante! Tollero per venti minuti, non di più, poi mi monta una collera talmente grande che decido di non sottostare al sopruso, ne ho abbastanza di posti rumorosi. Sono ormai le 22.40, busso dalla vicina e con garbo ma fermezza le dico che apprezzerei se suonasse in un altro momento della giornata, quando magari uno non torna stanco morto dall’ufficio e vorrebbe rilassarsi invece di avere questo fracasso nelle orecchie.

La mia vicina è una ragazza sui venticinque anni, anche piuttosto carina, ma ovviamente la prima reazione è piuttosto indisponente. Mi spiega che tanto lei non suona mai dopo le 23 (non c’è nessuna legge precisa qui sugli schiamazzi, semplicemente la polizia per lamentele sul rumore difficilmente si attiva prima delle 23) e che avrei dovuto farci l’abitudine perchè tanto i muri qui fanno schifo.

Mi spiace cocca, non sai con chi hai a che fare. Il giorno dopo allerto immediatamente il padrone di casa e lo metto al corrente del problema. Prima di cercare un posto dove vivere mi ero ampiamente informato presso la direzione generale immobiliare del Quebec (Règie du Logement) riguardo i doveri dei padroni di casa sul rumore e so che questo genere di problemi va risolto o l’inquilino può chiedere un legittimo scioglimento del contratto di affitto perchè il posto è invivibile.

Nonostante le cupe previsioni che molte persone mi avevano fatto riguardo la lentezza dei padroni di casa a Montreal, specie quelli che fanno parte di grandi società, il grande Gefonzio ha preso subito in mano la questione. E’ venuto a casa dopo qualche giorno con un ingegnere strutturista per la misurazione del rumore e questo esperto ha determinato che effettivamente l’isolamento acustico tra il mio appartamento e quello della signorina Scarsoni (da oggi la chiameremo così) è insufficiente e andavano sigillate alcune fughe. Dopo un paio di giorni Gefonzio ha mandato qui uno dei ragazzi della manutenzione, il grande Mantonio, che ha provveduto a sigillare tutto (non so bene cosa abbia fatto, io sono tornato dal lavoro e avevano fatto tutto, senza sporcare niente).

Risultato, la signorina Scarsoni continua a strimpellare e ad ascoltare musica (sempre la stessa tra l’altro, delle lagne tremende) fino a notte fonda. Io ho praticamente smesso di sentirla, almeno per ora.

Ho quindi di fronte due opzioni: nel primo caso sigillare le due unità è stato sufficiente, in tal caso resto dove sono. Nel secondo caso, Gefonzio mi ha offerto di trasferirmi al quinto piano dove senz’altro non c’è una pirla che suona. Come andrà a finire?

Vi terrò aggiornati 🙂

Saluti di oggi al mio nuovo vicino di casa Fio, non so di dove sia ma è simpatico.