Archive for the ‘Risate’ Category

Se ce l’hai, te la tieni

agosto 26, 2014

Salve a tutti,

E’ da moltissimo che non scrivo qualcosa ma a questo punto mi arrendo all’evidenza dei fatti. Come sostiene mio cugino, in Canada mi succedono meno cose di pubblico interesse e come noto scrivo soltanto se ho qualcosa di rilevante da condividere. Se aggiungiamo a questo il fatto che qui ho effettivamente una vita sociale, arriviamo rapidamente alla situazione corrente, ovvero ho la possibilità di scrivere qualcosa solo ogni tanto. Non ho ovviamente intenzione di chiudere il blog, semplicemente prendo atto di non avere tempo infinito.

Detto questo, oggi qualcosa di bellissimo da condividere con voi ce l’ho eccome. Sono appena stato in Italia un paio di settimane per le vacanze estive e sono successe alcune cose che sarebbero state divertenti da raccontare, come ad esempio i residui di farina sul mio PC che la polizia tedesca ha scambiato per pericolosissimi esplosivi o il simpatico autobus palermitano che mi ha abbandonato in mezzo alla Basilicata a mezzanotte, ma tutto questo impallidisce di fronte alla fenomenale avventura gastronomica che ho vissuto uno degli ultimi giorni.

Poiché la fine delle ferie si avvicinava, ho proposto a mia madre di organizzare una cena insieme a parenti vari. I nostri ristoranti preferiti non sono disponibili per una serie di ragioni che non hanno molta importanza, perciò decidiamo di prenotare per le 21.30 al lussuoso ristorante La Grigliatonazza di Tristone al Mare, provincia di San Taceppa.

Arrivo con la mia famiglia in leggero anticipo e l’amichevole staff della Grigliatonazza ci accoglie caldamente dopo che ci siamo appropinquati alla sala ristorante. Nessuno era infatti presente all’ingresso del locale, permettendoci di apprezzare al meglio, indisturbati, la raffinata bellezza degli ambienti. In totale siamo in sette e il tavolo riservatoci è in bella vista su una terrazza. Poiché il cielo minaccia pioggia, domando se per caso è possibile spostare un tavolo da due e associarlo a uno di quelli da sei presente sotto un ombrellone, in modo da proteggerci in caso di maltempo. Mi rendo conto ovviamente che a fronte degli zero tavoli presentemente occupati questa richiesta sia difficile da soddisfare, perciò quando ottengo un imbarazzato rifiuto privo di chiara giustificazione non commento e accetto la volontà di quello che si rivelerà un eccezionale cameriere.

Giunti un paio di parenti, uno ha la sventurata idea di chiedere: “Mi scusi, che cosa mi consiglia come primo?”. Che domanda dozzinale, lo sguardo al cielo del cameriere mi sembra del tutto giustificato. Con sommarietà apre il menu a pagina due e porge lo stesso, commentando però che “i primi, la avviso, sono lì solo pro forma, per i turisti tedeschi che proprio li pretendono, ma sa, ha visto il nome del locale, noi siamo specializzati nella carne”.

Mi sento di esprimere solidarietà verso questo cameriere che si trova a dover fare i conti con clienti scellerati che non sanno leggere un menu e ignorano il nome del ristorante.

Con fare noncurante, il cameriere ci informa gentilmente del fatto che anche la pizza non è disponibile questa sera. La scelta insomma può ricadere solo sugli antipasti (il cui soave odore di fritto inebria il locale) e sulla carne, scelta ovvia e doverosa.

Scorrendo il menu, di cui è bene ignorare pagina due (primi), quattro (pizze) e cinque (pizze speciali), notiamo una curiosa caratteristica del locale. “Temporaneamente non siamo in grado di accettare carte di credito”, recita a caratteri cubitali l’ultima pagina. Che strano.

Chiediamo quindi spiegazioni al nostro Cicerone che ci notifica che “c’è cioè ecco un problema non so bene di cambio di ragione sociale allora cioè ecco allora non possiamo avere il bancomat”. Di fronte a questa spiegazione effettivamente un po’ troppo tecnica per i non addetti ai lavori, la nostra ignorante reazione è “ma come, non prendete neanche il Bancomat?”. Mi sono vergognato, credo che il nostro comportamento sia stato davvero inappropriato. Il fatto che tutti i miei parenti del luogo abbiano confermato che il “temporaneamente” di quella frase abbia in realtà carattere permanente non ha reso la mia vergogna minore.

Mentre mio padre decide di scendere in paese fino a Tristone al Mare per ritirare del contante, poichè come tutti noi poveracci non gira in tasca con più di dieci euro, ordiniamo alcuni generici antipasti. Da notare le ottime crocchette di patate della Orogel e la scamorza affumicata del Conad (ma quella Sapori & Dintorni, non la roba economica che si possono permettere tutti).

Arrivano finalmente anche gli altri invitati e si può quindi ordinare il pezzo forte della serata: la carne. La Grigliatonazza si pregia di avere tagli di carne di due tipi: la nostrana Scottona, classico manzo italiano tagliato come tale, e il Black Angus, una razza bovina originariamente scozzese molto mangiata in America che non viene allevata in Italia. Il cameriere si vanta giustamente dell’altissima qualità della carne Black Angus e la consiglia spassionatamente come piatto per veri intenditori.

Io opto per una tagliata di Black Angus da 350 grammi, immaginando di ricevere un pezzo di carne da dodici once. La cottura che scelgo è la media, data la mia fondamentale avversione per il cibo sanguinolento. Mia cugina e suo marito optano per farsi tagliare un pezzo “su misura”: non hanno molta fame quindi propongono un pezzo da 400 grammi, ovvero sette misere once a testa. Ci tengo a precisare che la conversione in once la sto proponendo io per offrire una più completa esperienza gastronomica. Se vogliamo infatti proprio muovere un piccolo appunto a questo altrimenti impeccabile ristorante è la mancanza delle unità di misura “da steakhouse”: se si offrono tagli di carne americani sarebbe credo d’atmosfera avere le misure sia in grammi che in once.

Dopo circa trenta minuti di piacevole attesa, movimentati da un repentino cambio di tavolo causa pioggia con conseguente rilocazione nella elegante sala ristorante interna in legno grezzo della Val Umidazza, il nostro servizievole cameriere presenta il pezzo di carne tagliato su misura: ecco qui, 750 grammi, esattamente come richiesto.

Di fronte allo sconcerto di mia cugina, che ha ovviamente colpa di non avere esplicitamente detto “400 grammi in tutto” sufficienti volte, il cameriere torna in cucina scuotendo la testa tristemente e commentando “oh, capisco… lo taglieremo più piccolo”. La mia solidarietà per quest’uomo non può che elevarsi ulteriormente.

Passiamo un’altra simpatica mezz’ora ammirando gli interni della sala ristorante e scoprendo perché la Val Umidazza è così famosa, la rada pioggia all’esterno del locale sta infatti sprigionando i raffinati odori del legno e il piacevole livello di umidità contribuisce a creare una atmosfera particolarmente confortevole. L’aggiunta poi di luci molto soffuse dona toni romantici alla scena, tali da permettermi di raccomandare la Grigliatonazza per le vostre sortite galanti.

La tagliata che riceviamo è ottima e onestamente indegna del mio ignorante palato da non-intenditore. La cottura a fiamma elevata conferisce infatti alla bistecca una cottura molto uniforme all’esterno. La quasi totale perdita di liquidi avvenuta durante il taglio potrebbe indurre l’inesperto a pensare di masticare cuoio ma questi commenti tradiscono la poca esperienza del cliente. Decorano la bistecca succulenti grani di sale kosher, aggiunti con arte a metà cottura in modo da prevenirne lo scioglimento e creare un raffinato gioco tra la cedibilità della fibra carnosa e la croccantezza cristallina dei grani. Coronano in maniera superba l’esperienza i bocconi da veri intenditori, ovvero quelli terminali del controfiletto. Il sapore dei grumi di grasso presente in queste parti è infatti una nota prelibatezza.

Per concludere piacevolmente questa superba cena possiamo scegliere tra i due lussuriosi dessert: un semifreddo alla noce della pasticceria “Zuccheri Acidi” di Sigolona oppure un tipico gelato di produzione locale. Stremato dalla complicatezza dei nostri ordini (due persone vogliono il semifreddo e tre invece il gelato), il cameriere ci porta troppi semifreddi e pochi gelati, ma il pasto è stato talmente ottimo che una minuscola pecca nel servizio non può in alcun modo incidere negativamente su un trattamento altrimenti faraonico.

E’ giunto il momento del commiato. I centocinquanta euro spesi, rigorosamente pagati senza corrispettivo di una ingiusta, iniqua, tassabile e mi permetto di dire dozzinale ricevuta, confermano come la Grigliatonazza sia un ottimo locale: cibo e servizio ottimi, prezzi popolari.

Prima di uscire decido di fare uso dei servizi. Vengo accolto da una latrina immacolata e di dimensioni faraoniche, con un trono invitante e ben pulito. Attira la mia attenzione il vistoso cartello appeso sopra di esso. In chiare lettere si può leggere “Solo orinare”. Di seguito, a monito dei vigliacchi turisti tedeschi di cui sopra, in perfetto British English, la versione inglese: “Only Urinate”.

Credo che questa sia l’ulteriore conferma che la Grigliatonazza predilige una clientela selezionata e raffinata, di veri intenditori. La gente volgare e dozzinale, che non capisce nulla di cucina, è pregata di andare da un’altra parte. Oppure se ce l’hanno, di tenersela.

ONLY URINATE

Solo per gente di classe

 

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Avvisi ai naviganti

febbraio 8, 2014

Salve a tutti,

Oggi parliamo di qualcosa di sottilmente ridicolo che risulterà familiare a chiunque viva qui in America del Nord venendo dall’Europa. Ci tengo a sottolineare il “sottilmente” perché è un aspetto che spesso non si nota, ma quando ci si sofferma per un solo momento sull’assurdità della questione, non si può fare altro che ridere.

Condivido con voi questa assurdità semplicemente raccontandovi come mi è venuto in mente di scrivere questo articolo. Tutto sarà più chiaro molto presto.

Ieri mattina nonostante un brutto raffreddore decido di andare comunque in ufficio. Attraverso quindi la strada, entro nella stazione del metro e, assai seccato, resto imbottigliato in mezzo a una mandria di guardie giurate che stanno trasportando delle scatole probabilmente piene di documenti. Se fossero dei valori non li porterebbero in giro così. Bloccato sulla scala mobile come sono, non posso fare altro che notare i dettagli di questi contenitori.

Sono grigi, hanno un coperchio in cima sigillato su due lati, sono legate con una corda elastica al carrello portapacchi della guardia giurata, esibiscono su un lato le avvertenze. Nulla di strano, potremmo pensare. Ma… aspetta un momento… le avvertenze? Ma di che avvertenze c’è bisogno su una scatola di plastica?

Magari il contenuto è tossico, esplosivo o altrimenti pericoloso? No. Forse mi sono sbagliato ed è una etichetta che riguarda il destinatario? Macché.  Potrebbe essere l’etichetta di servizio della compagnia che si occupa della sicurezza? Neanche.

Ebbene, si tratta di avvertenze contro l’utilizzo improprio della scatola. “Attenzione, non costituisce un gradino. Non esercitare peso non distribuito sulla scatola. Attenzione, non può essere usato come mezzo di natazione.”

Benvenuti nel magico mondo degli avvisi assolutamente strampalati pressofusi sugli oggetti qui in America. Spesso agli amici canadesi sento dire che sono avvertenze per proteggere gli americani dalla propria stupidità, ma credo che una teoria più realistica sia quella secondo la quale gli americani hanno la denuncia per danni facile perciò le compagnie che producono oggetti preferiscono ripararsi scrivendo enormi avvertenze, anche le più balzane. Se ci fosse un’alluvione voi svuotereste un porta documenti per usarlo come barca?

L’avvertenza in assoluto più semplice da vedere è quella sui bicchieri di carta usati per il caffè: “Attenzione, potrebbe contenere bevande calde.”. Geniale! Il sistema dei bicchieri per il caffè tra l’altro è un esempio di standardizzazione ingegneristica di cui solo Starbucks potrebbe essere capace. Il Bicchiere per antonomasia è di due tipi: trasparente e non trasparente. Se è trasparente, non conterrà mai e poi mai bevande calde (è infatti privo dell’avviso!). Se non è trasparente, potrebbe contenere bevande calde ed è quindi dotato dell’apposita dicitura.

A questi possiamo aggiungere altri avvisi bizzarri su oggetti di uso quotidiano, come ad esempio:

“Non è un medicinale” – Scritto sulla versione locale della pastiglia per il mal di gola Benagol

“Non previene la gravidanza” – Scritto su praticamente qualsiasi profilattico

“Spingere per aprire” – Scritto su qualsiasi porta monodirezionale

“Questa confezione contiene abbastanza medicine da danneggiare seriamente un bambino” – Scritto su tutte le confezioni di medicinali. L’avvertenza “tenere lontano dai bambini” spesso manca.

Non so se si nota, ma in generale la tipologia di questi avvisi è sempre del tipo “non è <q.c.>”. Il fatto che siano scritti così avvalora la mia ipotesi dell’americano dalla denuncia facile. Se fossero infatti avvisi scritti “contro la stupidità”, ammettendo pure per assurdo che una cosa del genere sia legale o ci sia qualcuno pagato per inventarsi qualcosa del genere, non dovrebbero richiedere una inferenza per essere tradotti. Se leggi infatti “non è un gradino”, devi pensare al fatto che può essere usato per salirci sopra. Se l’avviso fosse stato scritto semplicemente per evitare incidenti, probabilmente ci sarebbe inciso sopra qualcosa di più sensato come “non camminarci sopra”.

Al contrario, c’è scritto proprio “questo oggetto non è una certa cosa”. Nell’ordinamento giuridico americano esiste una interessante “deformazione” di un concetto che abbiamo anche noi in Italia, l’alia pro alio. Per spiegare in termini semplicissimi, un contratto di vendita affetto da questo vizio “rifila” al compratore un oggetto al posto di un altro. Traducendo dal Latino quindi, si tratta proprio di una cosa al posto di un’altra cosa. Negli Stati Uniti questo ragionamento lo si porta all’estremo. Se un oggetto può essere usato per molteplici utilizzi (“purpose”), a meno che non ci sia un avviso che scarica la responsabilità del venditore verso quegli utilizzi “addizionali”, il compratore è legittimato a utilizzare il bene acquistato in qualsiasi modo. Ne consegue quindi che se qualcuno si fa male utilizzando un oggetto in maniera poco usuale, quest’ultimo può denunciare il venditore poiché gli ha venduto una scatola di plastica su cui non c’era scritto il divieto di usarla come gradino!

Ecco quindi che possiamo spiegare facilmente tutte quelle strane garanzie americane che pressoché universalmente recitano: “Questo oggetto non ha alcuna garanzia implicita o esplicita per un particolare utilizzo”. Questa misteriosa frase non è altro che il modo comune di evitare eventuali denunce per danni.

Che dire, solo Obelix può commentare correttamente la situazione: S.P.Q.A.. Sono Pazzi Questi Americani!

Il carosello di recupero 2013

ottobre 4, 2013

Salve a tutti!

Eccomi qui, sono ritornato a scrivere sul blog. Mi ha scritto più di qualcuno per chiedermi che fine avessi fatto ma non ho avuto molto tempo di scrivere sul blog per via di tantissimi impegni professionali e personali.

Ora che gli impegni, pur sempre intensi, sono diminuiti, voglio ritornare a scrivere più assiduamente, anche per non perdere in alcun modo la pratica linguistica. Quando qualche giorno fa, parlando con un collega italiano, ho scritto “ugualianza”, mi sono reso conto di che cosa significhi non essere più a contatto costante con la propria lingua madre.

Poichè però l’ultimo post risale a parecchio tempo fa, oggi mi pare opportuno pubblicare il più classico dei caroselli miscellanei di oscenità capitatemi! La formula è la solita, un paragrafo o poco più ad evento, e di più non dimandaTe.

Gianni e l’Urlante – A fine Agosto sono rientrato in Italia, ma prima di passare da casa sono atterrato in Polonia per le nozze del Campione del Mondo di Pasticceria Siciliana, talmente famoso da non richiedere neanche che citi il suo nome. Dopo il volo intercontinentale da Montreal arrivo quindi nella uggiosa Francoforte sul Meno, la città che meno preferisco di tutta la Germania, e scopro con grande orrore che l’aeroporto più trafficato d’Europa non è dotato di finger per molti voli perciò siamo costretti al trasporto in autobus. Il finger, per i viaggiatori meno scafati, è quel tunnel mobile attaccato al terminale dell’aeroporto che permette ai passeggeri di salire sull’aeromobile direttamente da dentro l’edificio. La storica alternativa è la navetta che fortunatamente, grazie a forti pressioni della IATA (www.iata.org, oppure venitela a visitare al Quartier Generale qui a Montreal), andrà man mano scomparendo.

L’autobus è pieno di gente assonnata di varie nazionalità, io personalmente arrivo da un volo intercontinentale, insonne e con associato jet-lag di sei ore: sono le sette del mattino ma per me è l’una di notte. In un angolo ci sono due coreani con una bambina che non si regge in piedi dal sonno. Lì invece ci sono alcuni tedeschi da stereotipo: austeri, impassibili e soprattutto taciturni. La quiete regna.

Purtroppo, sull’autobus c’è anche Gianni.

Gianni è un uomo sulla trentina, abbastanza sovrappeso, di grande statura. Porta un marsupio estremamente fashion e ha una cartella da tecnico di qualche tipo. L’abitus e il modus tradiscono immediatamente la sua cultura nerd. Ha un bel telefono di ultima generazione, di quelli ultra piatti, grande come un mattone, probabilmente è un Samsung. Poco importa, ora Gianni è sull’autobus con noi e sente il bisogno di chiamare una donna per recarle la buona novella.

“Ciao, sono Gianni… si… si… sono arrivato.”

Una conversazione normale, comune, con un tono di voce quotidiano, il genere di comunicazione che abbiamo fatto tutti e che è del tutto ordinaria in un aeroporto. Ma non il suo proseguimento. Con un cambiamento repentino, Gianni alza la voce e comincia a ripetere, incessantemente, “Ti calmi? Ti calmi? Ti devi calmare! Si! Ho capito! Ti calmi? Ti calmi? Calmati!” concludendo la litania platealmente interrompendo la telefonata.

Il trasferimento in autobus dal terminale all’aeromobile dura qualche minuto. Gianni ripete il suo rituale tra le dieci e le quindi volte, tra lo stupore generale e la paura di avere sul volo un esagitato. Il volo per Varsavia andrà bene, ma chissà chi è che si doveva calmare. Me lo sto ancora chiedendo. Forse la mamma premurosa e paranoica di un nerd inerfervorato? Misteri della società moderna.

Gervaso, Andrea e la Russa – Ovvero una storia di maleducazione o di differenze culturali, a seconda della posizione dell’osservatore. Siamo di nuovo all’aeroporto di Francoforte sul Meno, stavolta la tratta è diversa, rientro dalla Polonia e vado verso l’Italia. Anche stavolta il trasferimento avviene in autobus, perchè evidentemente a noi italiani il finger proprio non vogliono farlo usare. Poco male, sono in perfetto orario, non ho fretta, mi sono appena mangiato un pretzel caldo della ottima panetteria dell’aeroporto (panificano DENTRO l’aeroporto, questa è la Germania signori), sono in pace col mondo.

Chi purtroppo non è in pace è il figlioletto di una signora tracagnotta con un passaporto russo in mano, fatto che mi permette legittimamente, seppur con abuso grafico, di chiamarla La Russa. Mentre La Russa parla con il suo amico Andrea dei fatterelli quotidiani più insignificanti, il piccolo Gervasino, di circa dieci anni, si lancia in una serie di commenti a voce altissima per attirare l’attenzione dei suoi accompagnatori. Chiamando infatti entrambi per nome deduco che è improbabile che ne siano i genitori, quindi limitiamoci a etichettarli così.

Gervaso è un ragazzino vivace e curioso, vuole assolutamente che tutti godano della sua perspicacia e quindi si assicura di urlare più a squarciagola possibile per attirare l’attenzione di La Russa che preferisce invece parlare del tempo.

“Guarda La Russa, c’è un aereo che decolla!!!” urla, il ragazzino. In assenza del più minimo cenno di riconoscimento, insiste: “La Russa, ti stai perdendo tutti gli aerei che decollano!!!”. Niente da fare, non sembra un argomento interessante.

“Guarda, trasportano le nostre valigie!!! Le valigie!!!” indica ancora, urlando ancora più forte. L’indifferenza dei suoi accompagnatori risulta adamantina.

Ciò che invece non risulta indistruttibile è la pazienza di tutto il resto dello stipatissimo autobus. Sul labiale di una signora italiana dall’aria estremamente seccata leggo un plateale “Basta” seguito da una serie di vituperi non tradizionalmente associati al vocabolario femminile classico.

La tortura dura svariati minuti, nell’indifferenza più assoluta da parte di La Russa e Andrea che permettono al piccolo Gervasino di strepitare, indicare e urlare tutto il tempo senza la minima reazione, neanche la più basilare esortazione al rispetto del prossimo, concetto che un bambino di quella età può comprendere perfettamente, SE gli viene spiegato.

Le porte dell’autobus si aprono e finalmente Gervaso si calma. Un signore si avvicina a La russa e con il savoir-faire che si può avere solo a Roma, così commenta: “A signò, nun sò a casa sua, ma a casa de’ noatri su’ fijo c’ha fatto du’ cojoni così”.

Seguono risate collettive.

Il Campionato del Mondo di Vodka Sportiva – Come citavo poco fa, sono stato in Polonia per la maestosa celebrazione del matrimonio del noto Campione del Mondo. Tutta l’avventura, anche per i suoi aspetti sociologici, merita un articolo separato che molto probabilmente scriverò, anche perchè il matrimonio polacco è molto diverso da quello italiano, ma oggi rispondo solo a una domanda: è vero che la vodka scorre a fiumi nel matrimonio polacco?

Ebbene la risposta è assolutamente si. Aizzato alla competizione dall’amico di sempre Antani, sono arrivato alla diciottesima vodka artigianale di patata. Le conseguenze sono state due: il giorno dopo è stato “un po’ difficile” e mia sorella, anch’essa presente al banchetto ma astemia, si ricorda parti del ricevimento che io non mi ricordo. Fortunatamente la saggezza del cittadino del mondo non mi ha mai abbandonato e, contrariamente a tutti gli altri invitati, non ho prenotato il volo di rientro per il giorno successivo al matrimonio.

Beata saggezza.

Per chiudere – Potrei concludere il post di oggi con una lista enorme di saluti, ma il mio pensiero oggi va esclusivamente a mia sorella a causa del malanno che la affligge attualmente. Non è necessariamente qualcosa di grave, ma potrebbe avere conseguenze, perciò attendo oltreoceano una risoluzione positiva di tutta la vicenda.

Studio libero!

Lo chiamavano Zibù

luglio 25, 2013

Salve a tutti!

Oggi condivido con voi qualcosa di incredibilmente banale ma che mi ha colpito per un semplice motivo: ormai pensavo di capirlo, il quebecois!

Tutto comincia due settimane fa quando comincio a lavorare nel mio nuovo team. Ebbene si, non lavoro più con assassini, acrobati, lanciatori di coltelli e spingitori di cavalieri, bensì con hacker impazziti, il grande fratello e i telefoni intelligenti più furbi del mondo. Spero che abbiate capito di che titolo si tratti, perchè non è rilevante per la storiella odierna.

Arrivo nel nuovo team di venerdi pomeriggio e per evitare di scioccare il gruppo presentando un nuovo misterioso manager di cui nessuno sa nulla e che senz’altro è un pazzo scatenato, mi faccio silenziosamente spiegare chi sono i vari membri.

Rimango impressionato dalla varietà della squadra e dalla grandissima passione di questi programmatori che credono profondamente in quello che fanno e che dimostrano con grande dedizione di voler fare un ottimo lavoro. Ci tengo a precisare che, una volta tanto, non c’è alcuna ironia in quello che dico: sono rimasto davvero sbalordito dalla tempra di queste persone.

La squadra è piuttosto variegata, abbiamo alcune combinazioni assolutamente classiche della industry come Britannico + Occhiaie + Puzza di piedi oppure Ammerigano + Bodybuilder + Nonc’èproblema, ma ci distinguiamo per la presenza di una combo incredibilmente rara, qualcosa che ha dell’incredibile: Donna + Cinese + Ottimo Inglese + Programmatore. Si tratta di una creatura rarissima, pressochè leggendaria, alla pari di Italiano + Politico + Onesto + Competente.

Meravigliato da cotanta magnificenza, decido quindi di farmi spiegare dal manager di turno quali sono i nomi di questi straordinari individui. Cominciamo quindi ad aggirarci tra le scrivanie bisbigliando per non disturbare nessuno, raggiungendo prima di tutti il bodybuilder ‘mmerigano: il mitico Gargiulo (i nomi come al solito, sono tutti inventati di sana pianta). Simpatico, dall’aspetto massiccio, come tutti i ‘mmerigani per lui niente è un problema, un po’ di ottimismo e olio di gomito risolvono qualsiasi problema.

Accanto a lui siede un signore francese dall’aspetto distinto, una sorta di clone del commissario Montalbano che però non parla in dialetto. Al contrario parla un francese incredibilmente standard e poichè finirà per sedermi accanto, sarà meglio non irritarlo. Scoprirò più tardi che, come me, è un grandissimo fan del comico marocchino, naturalizzato francese, Gad Elmaleh. Se non lo conoscete e parlate francese, cercatelo su YouTube e fatevi quattro risate.

Subito di seguito si trova la programmatrice cinese Mimì, di città impronunciabile (qualcosa che suona tipo Chiuniuioniauiananug nella provincia di Guinguonuaaaauong). E’ particolarmente minuta quindi quando si mette accanto a Gargiulo l’effetto è abbastanza comico. Lui è enorme, lei è uno scricciolo. Se lui si sbaglia, le si potrebbe sedere sopra senza accorgersene.

L’uomo che segue si rivelerà l’eroe del gruppo, colui che può risolvere qualsiasi problema ma che lavora una quantità di tempo del tutto malsana: il mitico Franchino. Franchino non solo ci può portare in un posto eccezionale che conosce solo lui, ma ci grazia anche coi suoi effulvi caseari: è talmente bravo che lo graziamo volentieri.

Per ultimo, abbiamo l’eccezionale programmatore francese che dà il nome al post di oggi. Eccezionalmente infatti oggi violerò la regola sulla trasposizione arbitraria dei nomi, per far capire la mia confusione è necessario riprodurre esattamente ciò che è successo.

“Chi è lui?”

“Lui si occupa di <una serie di feature particolarmente interessanti>, è francese”

“Okay, quindi primariamente francofono, non c’è problema, come si chiama?”

“Si chiama Zibù.”

“…eh?”

“Si, Zibù.”

“Ma che razza di nome è Zibù?”

Ho cercato di interpretare questo nome secondo qualsiasi bizarra fonetica mi venisse in mente a quel momento ma vi giuro, questo fantasioso nome mi risultava del tutto misterioso.

“Zibù… Zibù… Ma è francese?”

“Si si, è francese”

“Ma che razza di nome è?!”

“Mah non lo so, qua non si usa molto, è un nome da francesi.”

A questo punto mi sono cominciati a venire gli orrendi dubbi. Il manager con cui stavo parlando viene da vicino Montreal e di conseguenza parla la sua versione speciale del francese. Vuoi vedere che “Zibù” non si chiama PROPRIO così?

Ormai era la fine della giornata quindi non sono riuscito a vedere la lista dei componenti per iscritto, ma lunedi mi presento al team e con un pretesto chiedo a tutti quanti il proprio nome nuovamente. Finalmente potrò rivelare il mistero di questo nome che mi ha fatto scervellare tutto il weekend!

“Ciao, tu sei…?”

“Piacere, io sono Thibauld.” (quindi: “Tibò”)

Avete presente quando vivete quei momenti di rivelazione praticamente mistica in cui qualcosa di assolutamente oscuro e imperscrutabile vi risulta improvvisamente chiaro e limpido come l’acqua? Il nirvana della conoscenza si spiegava di fronte ai miei occhi in tutta la sua lucentezza.

Ma come si fa a passare da “Tibò” a “Zibù” dico io?! Stupidi accenti…

Saluti di oggi a Nexnova per il suo compleanno :D.

Mi spiace, lei non abita più qui

luglio 2, 2013

Salve a tutti!

Oggi condivido con voi una stupidaggine burocratica che mi è capitata proprio questa settimana. Spero che sia utile agli altri migranti per evitare di trovarsi nella stessa (ridicola) situazione.

Sono finalmente diventato residente permanente del Canada, quindi in questi giorni sto sbrigando tutte le pratiche burocratiche associate con tale situazione. Per informazione generale, è necessario ottenere un nuovo numero di assicurazione sociale (il SIN, si ottiene presso un qualsiasi centro Service Canada) che non cominci per nove (sono quelli temporanei), una nuova tessera dell’assicurazione sanitaria (presso l’ufficio RAMQ più vicino) e dovrete notificare al vostro datore di lavoro il nuovo SIN. Nulla di particolarmente complicato.

Mi reco quindi Giovedi presso Service Canada per il nuovo SIN. Mi sento alquanto diligente, ho portato con me la lettera di conferma della residenza permanente e il mio certificato di selezione del Québec… peccato che non abbia il passaporto, necessario per l’emissione del SIN permanente! Torno quindi a casa (per fortuna abito vicinissimo… meraviglie della casa in centro), prendo il passaporto, torno di nuovo a Service Canada e senza troppi indugi mi emettono un codice fiscale nuovo di zecca e del tutto permanente.

Questa è stata piuttosto facile!

Venerdi mattina è dunque il momento di rinnovare l’assicurazione sanitaria. Piove in maniera torrenziale ma per fortuna l’ufficio della RAMQ è letteralmente dall’altra parte della strada, quindi spero di non bagnarmi troppo.

Nulla da fare, nonostante il mio robustissimo ombrello Samsonite, arrivo nell’ufficio con i pantaloni veramente fradici. La sensazione di fastidio è davvero enorme e considerato che alla RAMQ tipicamente bisogna fare code di un’ora e passa, non sono contentissimo. Sentendomi però ulteriormente diligente rispetto a Giovedi, ho portato anche il passaporto, e questo mi conforta.

Allo sportello dell’accoglienza della RAMQ (dove, tra parentesi, trovare qualcuno che ti serva in inglese richiede una dose enorme di fortuna, non che mi serva ma lo dico per riferimento) non mi dicono veramente granchè. Io mi presento dicendo che sono diventato residente permanente e che non so se, avendo già rinnovato l’assicurazione sanitaria due mesi fa durante il rinnovo del visto, devo rinnovarla nuovamente. Il panzone baffuto che mi “accoglie” bofonchia qualcosa e mi da un biglietto per lo sportello Prolongation, ovvero proroga.

Mah… evidentemente bisognerà chiedere il rinnovo.

Attendo pazientemente e già prefiguro di dovermi fare un’ora nella deprimente sala d’attesa stile anni ’80 della RAMQ. I pantaloni bagnati mi danno già fastidio e il fatto di non avere capito esattamente che cosa devo fare mi irrita ulteriormente.

Ma ecco che la buona stella mi sorride! Dopo soli due minuti, l’ufficio proroghe è libero! Evviva! Tra cinque minuti sarò a casa e potrò cambiarmi!

Vado dunque allo sportello e spiego la mia situazione. L’impiegato comprende perfettamente e quindi comincia a redarre tutti i documenti necessari per l’assicurazione sanitaria: effettivamente è necessario rinnovarla. Poco male, vorrà dire che dovrò sborsare di nuovo quei fastidiosi dieci dollari per la foto digitale che ti fanno in loco (ridicolo, vero?), già pagati due mesi fa.

I documenti sono pronti, quindi bisogna soltanto verificare alcune formalità. Ecco come sono andate le cose…

“Bene, ha qui la lettera di conferma della residenza permanente?”

“Certamente, eccola qui.”

“Il passaporto, per favore.”

“Eccolo, guardi che il visto è sepolto in mezzo ad altri mille visti di ingresso del Canada e degli Stati Uniti, è quello lì.”

“Ah bene grazie. Mi serve anche il suo CSQ.”

“Oh… si dovrei avercelo… Si, ce l’ho, è qui.”

“Ottimo. Bene è tutto in ordine.”

“Quindi devo solo rifare la foto?”

“Certo. E presentare una prova di residenza.”

A questo punto l’ho guardato di traverso. Ma come sarebbe a dire una prova di residenza???

“Non ho capito scusi, la conferma di residenza permanente me l’avete mandata a quell’indirizzo… non vale?”

“No, la prova di residenza è una bolletta recente della luce, del gas, della tv, del telefono, veda un po’ lei.”

“…ma come? E i documenti canadesi che già ho, che mi avete mandato a QUESTO indirizzo non valgono???”

“Eh no, perchè lei adesso è residente permanente, quindi le prove da residente temporaneo non valgono.”

“Quindi… mi faccia capire bene… allora, io sono residente in Canada da tre anni, e vi ho già dato un indirizzo che voi avete qui nel dossier da tempo.”

“Si…”

“Che è perfettamente valido se sono residente temporaneo, però nel momento in cui sono residente permanente allora no, non vale più, e volete una bolletta della luce???”

“Esatto! Vedo che ha capito!”

Di fronte alla regola più balzana che mi sia mai trovato ad affrontare, provo ad aggirarla in maniera intelligente. Il problema che ho è che io non ho neanche una bolletta cartacea, qua arriva tutto in digitale! E questi cari signori, vogliono vedere il pezzo di carta! Comincio quindi a frugare nel telefono, ma anche lì ci sono problemi…

“Una versione digitale di una bolletta va bene?”

“Si, certo.”

“Benissimo, gliela posso inoltrare via email, la stampa e siamo a posto?”

“No, non gliela posso stampare io. Le faccio firmare una dichiarazione giurata in cui lei afferma di abitare a quell’indirizzo e lei poi ci manda un fax con la bolletta.”

Mi stava cascando una mascella, ma come un fax! Un fax! Nel 2013! Ma esistono ancora i fax? Chi li manda? Dove? A chi? Mi stava venendo da ridere per l’idiozia della situazione. E non è neanche finita qui!

Un barlume di speranza arriva quando finalmente scopro che come prova di residenza va bene anche la fattura del comune di Montreal che ti chiede di pagare la tassa di proprietà sul tuo immobile. Mi viene inoltre comunicato che posso anche portare il documento di persona. Tutto questo è doppiamente ottimo perchè è l’unica bolletta cartacea che ho, evito così di dover trovare un modo di stampare la bolletta e di dover cercare un fax (sapete dove si trova un fax? in farmacia! Ovvio, no?).

Veniamo alla ciliegina sulla torta, la famosa dichiarazione giurata. Il cortese impiegato mi presenta un foglio in cui sostanzialmente giuro assolutamente di abitare dove tutti e due sappiamo perfettamente che io abito. Non ho ovviamente alcun problema a firmare una cosa del genere, ma non posso farlo. E perchè no?

“No no, la deve leggere.”

“Ma la sto leggendo, ora la firmo.”

“Non ha capito. La deve leggere ad alta voce, se no non vale.”

A questo punto mi aspetto soltanto che mi chiedano il lasciapassare A38 di Asterix, perchè più ridicola di così la situazione non può diventare. Leggo quindi ad alta voce la dichiarazione giurata in francese e finalmente ottengo il plico necessario per il rinnovo dell’assicurazione.

Che fatica!

Procedo quindi a farmi la foto, attraverso di nuovo la strada infradiciandomi completamente, salgo a casa, prendo la fattura del comune, riattraverso la strada bagnandomi da capo a piedi, riconsegno il plico firmato appena dieci minuti prima e lo consegno allo stupito impiegato che così commenta: “Ma come, ha aperto il dossier solo dieci minuti fa ed è già qui?!”.

Ma mannaggia a voi, va!

Saluti di oggi alla cortese RAMQ e alle sue bellissime regole del piffero. Saluti più seriosi al Campione del Mondo Domanico, che ieri è giustamente convolato a nozze con Emiglia :). Tanti auguri, mi sarebbe piaciuto essere lì con voi!

Strane Galanterie

ottobre 18, 2012

Salve a tutti!

Oggi condivido con voi un fatto che mi è capitato di recente, spero diverta voi quando ha sbalordito me.

Comincio con una nota triste, il mio migliore amico Raifu qui all’estero ritorna nella sua terra natia, la Norvegia, insieme alla sua promessa sposa giapponese. Ha fatto una bella esperienza qui in Canada, per tre anni, ma adesso considera questo capitolo della sua vita chiuso, è tempo di mettere su famiglia e la Norvegia gli concede un margine di sicurezza migliore, lo capisco.

Prima di partire, questo mio amico ha organizzato un party in uno dei mille pub irlandesi del centro. E’ una cosa a cui normalmente non penso, ma Montreal ha subito una immigrazione irlandese molto estesa, ne consegue che è piena di pub. Il caro Raifu è un tizio sui generis: quando il gestore del locale ha voluto sapere quanti ospiti attendesse, gli ha risposto “Mah, non so, potremmo essere tra i dieci e i cento”. La risposta ovviamente è stata “Mi sembra un po’ vago…”.

Risultato: in teoria dovevamo avere tutto per noi il secondo piano del locale, nei fatti dopo circa un’ora e mezza era già pieno così di gente che con noi non c’entrava nulla. Di buono c’è almeno che sono venute ben più di dieci persone, perciò è stata una bella festa…

…finchè non è arrivato Orso.

Orso, tipo piuttosto originale che da un giorno all’altra ha deciso di andarsene dalla megaditta per lavorare per i giapponesi, è un personaggio alquanto inusuale. Programmatore da molti anni, sa parlare solo di due cose: quanto lavori troppo e quanto faccia schifo ciò su cui lavorava prima. Essendo lui appena uscito dalla megaditta, purtroppo tocca a noi essere oggetto delle sue frustrazioni. Se a questo aggiungiamo una imponente statura unita a un massiccio diametro, un occhio pigro che mentre ti parla va per i fatti suoi, un odore corporeo non proprio straordinario e un livello di sudorazione “interessante”, avete di fronte a voi l’interlocutore perfetto per una festa di addio.

Quando è arrivato si era chiaramente già fatto un paio di birre, era più allegro del solito: chiacchierava, scherzava, parlava del più e del meno risparmiandoci le solite solfe. Si è perfino messo in un angolo a condividere con alcuni ex-colleghi le ultime meraviglie della tecnologia (fenomeno sociale altrimenti noto come nerdgasm, per gli anglofoni, in italiano lo tradurrei “sfigasmo”). Io nel frattempo mi tenevo il più lontano possibile.

Purtroppo le mie abilità di schivata non sono state sufficienti. Quando Raifu è andato in mezzo al party per parlare con tutti, mi è toccato l’Orso addosso. La scena è stata epica, fortunatamente non ci ha sentiti nessuno.

Io mi guardavo attorno, nervosamente, cercando di non dargli peso. Più in là vedo la ragazza di Raifu con le sue amiche giapponesi, si fanno delle foto e chiacchierano. Sberla, leggendario ingegnere che sta per partire per San Francisco, è lì che ascolta un paio di ragazzini che vorrebbero diventare programmatori. In un angolo, Pignolone cerca di parlare con dei giapponesi, purtroppo non sa la lingua quanto pensa di saperla col risultato che tutti ridono. Forse avrà detto “cincin”, chissà?

Orso si avvicina, con una birra in mano. Probabilmente è la quarta o quinta della serata per lui. E’ ancora a un livello di odore accettabile. Mi sorride e apre la conversazione.

“Credi anche tu che siano tutti uguali, vero?”

Lo guardo, alzo un sopracciglio, non ho davvero capito a che cosa si riferisca.

“…Eh?”

“Massì i giapponesi, son tutti uguali vero, io ci lavoro tutti i giorni!”

Sono rimasto piuttosto allibito di fronte all’affermazione dozzinale, perciò non ho potuto fare altro che una faccia sgomenta e sorpresa.

“Che cosa?!”

Vista la mia reazione, Orso capisce di avere detto qualche cosa di fuori luogo. E’ il momento di dare fondo al miglior bon ton e rimediare a questa bruttissima figuraccia.

“Scusa, scusa” – mi dice, alzando le mani – “pensavo che tu fossi razzista!”

Ben fatto, Orso, adesso sì che hai rimediato al primo pasticcio! Non sapevo se ridere, incavolarmi, chiedere spiegazioni o mandarlo a quel paese. Ho pensato che tutto sommato non valeva pena fare questioni per una cosa del genere, perciò mi sono semplicemente girato allontandomi: “Credo che me ne andrò, adesso”.

Per qualche motivo, non mi ha più parlato quella sera. Non ho pianto per la perdita.

Saluti di oggi a mia sorella che forse ha trovato casa :D.

Querulomania Tremens

giugno 25, 2012

Salve a tutti!

Oggi non posso esularmi dal commentare un trafiletto esilarante che ho letto sul giornale qualche giorno fa. Il tribunale di Montreal ha infatti identificato circa 100 persone come “querulomani” e in quanto tali, salvo determinate situazioni, il loro diritto di sporgere querela è ora subordinato dall’approvazione di una apposita commissione (si potrebbe aprire un capitolo a parte su questo argomento, ma non adesso).

In pratica, c’è un grupetto di signori che a causa di una inclinazione maniacale degna dell’etichetta psicopatologica di “querulomania” non fa altro che passare il proprio tempo a sporgere denunce a destra e a manca, abusando sostanzialmente del sistema giudiziario e utilizzandolo spesso solo per insignificanti, evanescenti e rigorosamente fallimentari vendette personali.

L’argomento purtroppo mi tocca da vicino, avendo subito gli effetti di uno psicopatico querulomane quando ancora ero in Italia. Un dramma straziante, tra l’altro durato qualche anno, che mi ha fatto davvero pensare “ma uno così, dovrebbe mantenerlo il diritto di denunciare a destra e a manca?”.

Ebbene, il Quebec presenta la sua risposta al problema dei querulomani dando la possibilità ai tribunali di “restringere” la sfera d’influenza del soggetto in questione. Se sei dichiarato querulomane, tutte le tue denunce devono essere preventivamente valutate da una apposita commissione di giudici che valuta, caso per caso, se ci sono gli estremi per un intervento legale oppure no. Prima che si urli allo scandalo dello stato oppressore che punisce i poveri cittadini, ci sono due importanti limitazioni all’operato della commissione.

Innanzitutto, l’ordine restrittivo non è mai globale, è tipicamente limitato o a una categoria (ad es. c’era un tizio che sistematicamente denunciava tutte le società di servizi pubblici di Montreal, contestando ogni bolletta, in tal caso le sue denunce per danni vengono vagliate) o a un bersaglio (c’era una signora che da quando ha perso il lavoro ha cominciato una battaglia legale enorme con l’ex datore di lavoro che l’ha pure risarcita… nonostante questo lei è ancora lì che denuncia). Secondo, la decisione non è mai finale ma può essere rivalutata e quindi annullata.

Ora, non credo di avere la lucidità per giudicare correttamente se questa sia una buona soluzione al problema dei querulomani oppure no. D’altra parte essendone stato vittima preferirei emotivamente il solito caravanserraglio di soluzioni forcaiole che si possono leggere riguardo a qualsiasi argomento, però in generale il modo in cui la situazione viene gestita qui non mi dispiace.

Funzionerebbe in Italia? Non lo so. So però che siamo molto litigiosi e abbiamo la denuncia facilissima (tipicamente per sciocchezze condominiali, guardate le statistiche). Cosa possiamo fare per migliorare?

Saluti di oggi alla Semprevalida Aaaa che se ne torna a Ottawa e purtroppo non la rivedremo mai più. Ciao ciao °°/.

On parle le Chiac today!

giugno 8, 2012

Salve a tutti!

Oggi parliamo di una scoperta che ho fatto di recente, ovvero l’esistenza dello Chiac. Questa piccola meraviglia della natura (umana) è una cosiddetta lingua di contatto, ovvero nata dalla sintesi di due realtà linguistiche differenti, in questo caso il francese e l’inglese. Lo Chiac è parlato soltanto nella provincia canadese del Nuovo Brunswick, in zone sparse e discontinue (praticamente varia da villaggio a villaggio), e solo dagli Acadiani.

Chi sono gli Acadiani? Ebbene, questi signori sono i discendenti dei coloni francesi che nel Settecento colonizzarono l’Acadia, la zona del Canada delle cosiddette province marittime (Isola del Principe Edoardo, Nuova Scozia e Nuovo Brunswick). Gli Acadiani, francofoni, hanno sviluppato una propria versione del francese che è diversa da quella usata in Quebec. Nel corso dei secoli ha preso una piega talmente differente che un francofono acadiano che parla in dialetto è sostanzialmente incomprensibile per un altro francofono (non importa di dove).

Non ne avete mai sentito parlare? Allora ecco qualcosa che senz’altro ve li farà venire in mente. Durante la Guerra dei Sette Anni, che venne combattuta contemporaneamente sia in Europa che nei territori coloniali del Nord America, il governo britannico espulse dalle colonie marittime centinaia di Acadiani. Questi profughi fuggirono verso sud, attraversando quelli che ora sono gli Stati Uniti e stabilendosi in quello che diverrà lo stato della Louisiana che come tutti sanno ha una forte componente francese… o meglio Cajun. Vi siete mai chiesti da che cosa viene la parola Cajun?

E’ semplice! Acadiano in francese si dice Acadien, ma in francese acadiano è Acadjonne. Se leggete quest’ultima parola con accento inglese, ottenete Acajun. La ‘a’ iniziale cadrà negli anni per semplice aferesi.

Ora che sappiamo che origine hanno i nostri amici Acadiani, vediamo un po’ che cos’è lo Chiac. Prima di tutto, ci tengo a precisare che gli Acadiani di norma parlano il francese acadiano. Posto questo, in alcune comunità si parla lo Chiac, una mirabile nonchè alquanto buffa fusione: la grammatica è quella francese ma una quantità notevole di termini è presa direttamente dall’inglese ma utilizzata come se fosse una parola francese.

Ecco un esempio tanto per capirci:

“Ho attraversato la strada” – in francese: “J’ai traversé la rue” – in inglese: “I crossed the street” – in chiac: “J’ai crossé la street”

Come si può notare lo Chiac conserva la grammatica del francese, con tanto di coniugazione, articoli e generi (la street è ancora femminile!), tuttavia usa dei termini presi chiaramente dall’inglese.

Lo Chiac è stato considerato per molto tempo come una sorta di zoticoneria contadina, un misto di pigrizia e stupidità che non andava incoraggiato, similmente al cosiddetto Franglais, termine spregiativo usato sostanzialmente per indicare i francofoni canadesi che mischiano sguaiatamente parole inglesi (pronunciate male) in mezzo a un francese molto dialettale.

Sotto la spinta dell’ultimo governatore del Nuovo Brunswick tuttavia, lo Chiac sta riacquisendo una sua dignità culturale, con tanto di programmi di insegnamento e numerosi artisti che si battono per la sua protezione, tra cui i divertentissimi Radio Radio (http://www.youtube.com/watch?v=IqfSoDG1C3g).

Nota di colore: per i francofoni e gli anglofoni madrelingua, lo Chiac è difficilissimo da comprendere. Io lo capisco meglio del Quebecois per qualche motivo. Forse sono più abituato a cambiare continuamente contesto linguistico, non saprei.

On parle le chiac today!

Niente saluti oggi, solo un pensiero rivolto all’Emilia Romagna martoriata dal terremoto. ❤

Chiudiamo il 2011

gennaio 2, 2012

Salve a tutti!

E’ stata una fine d’anno piuttosto intensa, perciò recupero un po’ col classico post riassuntivo.

Sono in Italia dal 18 dicembre per qualche giorno di vacanza, motivo per cui non ho speso più di tanto tempo al PC. Il rientro è stato piacevole, sono riuscito a volare con l’Airbus A380 della gloriosa Air France provocando l’invidia di CarMas e riuscendo finalmente a provare l’ebbrezza di questo gigantesco aeroplano. L’esperienza è magnifica, l’aereo è silenziosissimo nonostante le quattro gigantesche turbine.

Mi sono reso conto della enormità del velivolo quando siamo atterrati a Parigi, scendendo dalla passerella ho potuto vedere uno dei motori: sembrava ben più alto di me! Non solo, il fatto che l’aereoporto ci avesse assegnato un’area di stazionamento periferica faceva risaltare ancora di più la grandezza dell’A380, tutti gli altri aerei parcheggiati erano degli A310 o simili: era come essere un bambino in mezzo a un campo pieno di formiche.

Parlando di Parigi, ho constatato con piacere che si sono dotati di una grande quantità di personale aeroportuale multilingua: sono finiti i tempi del francese a oltranza, addirittura ho trovato molto personale disponibile a parlarmi direttamente in italiano. Non ne ho bisogno ora che parlo bene anche il francese, ma l’ho trovato molto soddisfacente.

Una parola anche sull’unico evento straziante di questo rientro natalizio. Sul volo per Bologna sedevano due famigliole campane (credo napoletane, dall’accento). In una, la mamma aveva completamente perso il senno, era convinta che avessero caricato sull’aereo il passeggino sbagliato: lo raccontava a tutti, strepitando in maniera angosciante. Io avevo un sonno incredibile, non sono riuscito a provare compassione per questo dramma.

L’altra mi sedeva accanto: madre, figlia e i due figli della figlia. Il pargolo, che chiameremo Sigismondo per essere sicuri che non sia il nome corretto, aveva un simpatico vizio: l’iperattività. Visto il sistema di numerazione dei posti, ha cominciato a declamare l’alfabeto italiano svariate volte di seguito, illustrando alla madre tutta la sua perizia linguistica. La madre devo dire è stata piuttosto solerte nel far tacere il piccolo Sigismondo, ma questo è stato il momento migliore:

“A B C D E F G H I L M N …”

Ninja si gira e guarda il bambino.

“…o pi qu…”

*Silenzio*

Un bambino intelligente, alla fin fine. Bravo Sigismondo.

Parliamo un po’ di novità internazionali, sono sicuro che abbiate seguito la crisi gravissima che affligge la Norvegia: manca il burro. In uno dei paesi più noti al mondo per la gastronomia infatti, si è diffusa una dieta di cui ammetto non conoscere granchè se non la necessità di consumare ingenti quantità di burro. Sono abbastanza stupito che esista una dieta del genere, ma d’altra parte di creduloni è pieno il mondo, quindi alla fin fine mi rendo conto che è uno stupore da sopravvalutazione dell’intelligenza.

Tralasciando i motivi per cui questa dieta esista, ha avuto una conseguenza precisa: l’esaurimento delle scorte di burro norvegesi. Prima di partire per l’Italia mi hanno raccontato deliziosi annedoti su questo problema che la Norvegia sta vivendo: estoni che provano a portare burro di contrabbando e vengono fermati al confine, inutili ingiunzioni governative alla Tine (la più grande industria di latticini norvegese) per “risolvere il problema” escludendo a prescindere la possibilità di rilassare le rigidissime tasse sull’importazione, le altrettanto inutili lamentele della Tine che supplica di poter semplicemente importare qualcosa dall’estero a prezzi decenti per un mese o due mentre si risolve la situazione.

Una situazione davvero esilarante che mi conferma come Norvegia e cucina possano stare nella stessa frase come legalità e S.B., evviva!

Cambiando argomento del tutto per parlare finalmente di qualcosa di interessante, faccio qualche accenno sul movimento Occupons Montreal che ha animato la città per due o tre mesi, come da richiesta del buon Cesare. Non mi dilungo troppo sul movimento Occupy Wall Street e i vari We Are The 99%, sono sicuro che sappiate cosa sono e se non lo sapete Google è pronto ad aiutarvi.

Senza quindi dilungarmi troppo su questi movimenti, mi limito a dire che sono forme di protesta attiva ma pacifica contro il sistema capitalistico controllato dai pochi potenti della finanza. So che suona ipercomunista ma non lo è necessariamente, è un movimento con molte anime, ci sono chiaramente correnti comuniste così come ci sono correnti post-liberiste/capitaliste. Non volendo trasformare questo post in una dissertazione di carattere politico, invito gli interessati a chiedere a Google di parlarvi di tutte queste cose.

Occupons Montreal è la manifestazione locale di questo movimento. Dopo avere aperto un accampamento in Square Victoria, una prestigiosa e importante piazza del centro dove hanno sede le torri delle banche più importanti, il movimento si è caratterizzato immediatamente per la sua forte impronta pacifica. Le giornate si sono susseguite nella più grande tranquillità mentre i manifestanti piantavano tende e istituivano cucine all’aperto di pubblico accesso. Nessuna arma permessa sul campo, nessuna rissa, nessuna violenza di alcun genere.

L’accampamento è andato avanti per intere settimane tra letture di poesie da parte di poeti locali a comizi publici, tra notti dubstep a danze tribali: una piccola cittadina nella città, festosa, popolare e rustica.

Contrariamente ad altre città del Canada che hanno reagito in maniera molto più vigorosa (compresa Quebec City), il municipio di Montreal sceglie una strada morbida: “Montreal è una città accogliente. A nessuno verrà impedito il diritto di manifestare. L’unica richiesta che abbiamo è il mantenimento delle condizioni di sicurezza nonchè di quelle igienico-sanitarie.”. Una richiesta che trovo ragionevole.

Vengono quindi inviati i poliziotti sul luogo (BEN due): i Conciliatori. I Conciliatori sono figure speciali della polizia che hanno il compito di mediare i piccoli conflitti che possono emergere in una città, sono scelti tra i poliziotti che hanno maggiori capacità sociali e permettono di evitare tanti piccoli reati nonchè tante cause civili: perchè impelagarsi in cause e stress quando con un po’ di buon senso si può arrivare a un accordo? E’ una figura davvero interessante.

I Conciliatori non trovano niente di particolare nell’accampamento, una delle tende è pericolante e la fanno smontare, ma lì finisce tutto. Sopraggiungono anche i pompieri per assicurarsi che ci siano bagni chimici funzionanti e che non ci siano pericoli di incendio, anche qui nulla di particolare.

I problemi cominciano ad arrivare alla fine di Ottobre: l’accoglienza della cittadella attira molti senzadimora della città. Nulla di male in questo, ma molti degli attratti sono personaggi noti alle forze dell’ordine per avere seri problemi mentali. Dopo l’aggressione di una giovane coppia all’interno dell’accampamento, il sindaco comincia a preoccuparsi delle condizioni in cui si trova la piazza e richiede l’istituzione di un servizio di sicurezza.

Nonostante tra gli obiettivi di Occupons Montreal ci fosse l’assenza di un servizio di sicurezza “perchè non dovrebbe essercene bisogno”, i manifestanti ottemperano realizzando che nel campo non si trovano solo loro ma personaggi che possono essere o diventare pericolosi.

A Novembre comincia a fare freddo, i manifestanti annunciano di voler passare l’inverno a Square Victoria e il municipio si dichiara estremamente preoccupato: come faranno a sopravvivere al freddo? A Montreal non si scherza, ci sono circa 35 tempeste di neve l’anno e il peso di tanta neve schiaccia facilmente qualsiasi tenda.

La risposta dei manifestanti non si fa attendere, cominciano a costruire casette di legno sgangherate per ripararsi dal freddo. L’idea è intelligente ma segna purtroppo l’inizio della fine. E’ illegale infatti edificare in mezzo a una piazza pubblica, inoltre anche volendo essere flessibili, quattro casette sgangherate circondate da materiale elettrico nascondono insidie di ogni tipo tra crolli, incendi e infortuni.

Comincia il braccio di ferro con il municipio che intima in maniera categorica che vengano smantellate tutte le strutture rischiose. Dopo quasi due settimane di tira e molla, viste le condizioni del campo ormai pieno di personaggi con problemi di sanità mentale, il movimento riconosce di avere avuto una ottima possibilità di rendersi visibile e accetta quindi di smantellare il campo: non passeranno l’inverno in piazza ma continueranno le proprie iniziative sparsi per la città, online e nei locali.

Tornando a casa una sera quindi vedo manifestanti e pompieri che con calma e civiltà smontano le strutture della piazza. Di poliziotti non si vede l’ombra, l’atmosfera è tranquilla, i netturbini sono qui e lì che spazzano, raccolgono i rifiuti e puliscono.

Forse il finale è stato brusco, ma ho trovato tutto l’approccio molto civile. Occupons Montreal è durata circa tre mesi pacifici e assolutamente civili.

E’ tutto per oggi, tornerò a Montreal il 3 gennaio, pronto a un altro anno di avventure.

I saluti di oggi in ordine sparso: CarMas (la sfiga di capodanno è dietro l’angolo), la Contessina Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, Jimme la vipera & il Gov. Marley, Kru & Il, Ido Gi (noto intenditore di dolci ugandesi) & Noa, Frau enui & Max, Candycane (welcome home) & Cry, Maxime le Supreme, Rusk, Andrè & Niq e ovviamente, Mimistofele, Flaust, Fanz e tutto il Team.

Ci pensa Peppino

dicembre 1, 2011

Salve a tutti!

Come auspicato dal buon Cesare che è sempre devo dire un validissimo suggeritore di argomenti per il blog, oggi parlo di un atto ignobile che ho compiuto, sprezzante delle dichiarazioni di Riccardo Muti, grande compositore d’orchestra e rispettabilissima persona (nessuna ironia, qui).

Di che vigliaccheria vado cianciando? Ma è semplice, mi sono iscritto all’AIRE, muovendo quindi la mia residenza dall’Italia al Canada. Non mi addentro nei motivi per cui ho fatto questo, non sono particolarmente divertenti perciò ve li risparmio.

Per iscriversi all’AIRE, ovvero l’Associazione Italiani Residenti all’Estero, è necessario registrarsi presso l’anagrafe del Consolato o dell’Ambasciata di riferimento. A Montreal c’è un consolato generale, perciò è chiaro che non mi reco fino a Ottawa (lì si trova l’Ambasciata) ma mi registro qui in Quebec. Avviso in ufficio che oggi arriverò tardi perchè devo sbrigare alcune pratiche burocratiche e mi armo di santa pazienza, già sapendo che girare per uffici potrebbe richiedere un sacco di tempo.

Arrivo al nostro consolato, deliziosa villetta su Rue Drummond in pieno centro, verso le otto e quarantacinque. Mi sembrava di ricordare che gli uffici aprissero alle otto e quindici, ma con poco piacere scopro che l’apertura è alle nove. Vabbè, quindici minuti all’aperto si possono sopportare, ci sono dieci gradi in questi giorni, alla fin fine non è un problema.

C’è un piccolo gruppetto di persone che aspetta fuori dal consolato, in attesa dell’apertura, una sfilata di personaggi tratti dal grande libro degli stereotipi. Davanti a me, una signora silenziosa che si guarda attorno leggermente divertita. Non ha spiccicato mezza parola, non credo fosse italiana. Davanti a lei la classica comare meridionale, statura ridotta, diciamo leggermente tarchiata, foulard nero in testa, tutta vestita di scuro. E’ lì con il marito, accento del centro sud. Davanti a questi due, ometto romano con baffetti neri e piglio deciso. Di fronte a tutti… un uomo non più giovanissimo con dei capelli estremamente tinti di rosso carota e un chiarissimo accento napoletano: lo chiameremo Peppino.

Nei quindici minuti passati in coda fuori dal consolato, Peppino vessa il romano con una quantità di pontificazioni tali che mi devo girare per non far vedere che sto ridendo. Peppino è un grande maestro dello scibile umano, lui sa tutto, conosce tutto e come si vedrà tra poco, conosce tutti. Ecco che sbotta sul piano di austerity del governo: “Sono balle! In Italia tutti hanno i soldi, tutti! E’ loshtàato che si mangia tutto!”. E ancora, gli immortali dello sport: “Uè ma l’hai visto o’Napoli ieri? Eh, certo che quando c’erammaradona eh…”. Qualcosa sui politici: “Quanto sìccontento che berluscona s’è levato aaaah *sospiro di sollievo*”.

Ne ha veramente una per tutti quanti, sul bilinguismo in Quebec, sugli italiani all’estero (“iccà non sono più italiani, manco l’italiano parlano, mica come ammia”), sulle tasse, sugli investimenti, sulla burocrazia, lo sport, la cucina (“ehh ma come si mangia in italia mai qui ehh”). Veramente un tuttologo. Non sta zitto un secondo e ovviamente da perfetto stereotipo parla con un megafono in bocca quindi ignorarlo è molto difficile.

Finalmente il consolato apre, arriva una guardia della sicurezza che ha una bandierina italiana sul braccio. Peppino non può fare a meno di commentare: “Uii, chist’è italiano pruoprio! Pure la bandiera sul braccio tiene!”. Vi risparmio di descrivere con che faccia l’ha guardato l’agente.

Entriamo dentro e ci rimettiamo in coda al metal detector. La procedura è semplice, si passa il metal detector, si dice all’agente di guardia che cosa si è venuti a fare e si riceve un biglietto corrispondente allo sportello di cui si ha bisogno. Semplice… per tutti tranne Peppino, perchè lui ne sa una più del diavolo.

Dopo avere investito più di due minuti a parlare con l’agente di sicurezza che voleva fare sottintendere che i controlli di sicurezza sono un po’ meno stretti sui cittadini italiani rispetto a tutti gli altri visitatori dell’ufficio senza però volerlo (e immagino poterlo) dire esplicitamente, Peppino finalmente rivela perchè è qui: deve rinnovare il passaporto. Una cosa semplicissima… per tutti tranne Peppino. Il nostro eroe infatti ha bisogno di “una carta molto complicata” che deve essere redatta “non da una segretaria, ma da una persona più importante, al di sopra”. La discussione si sussegue confusa per qualche minuto, mentre tutti gli altri in fila cominciano a spazientirsi. La guardia gli chiede candidamente:

“Senta, ma lei lo sa il nome esatto di questa persona che deve produrre questa carta che lei dice?”

“Errr uhmm bè no.”

“Allora, prenda questo biglietto, parla con l’impiegato e ci pensano loro.”

Tutto il resto della fila viene sbrigato in un paio di minuti, perchè fortunamente non siamo dei peppini e non abbiamo carte speciali da far rilasciare da impiegati speciali.

Accedo quindi all’area uffici vera e propria, Peppino è lì che parla (ancora a voce altissima) con un impiegato attraverso il vetro. Insiste ancora che non vuole parlare con questa impiegata, lui deve parlare con “uno più importante”. Al consolato cominciano a spazientirsi e a non sapere che cosa voglia Peppino. Non si sa chi sia questa persona con cui deve parlare, nè che cosa sia questa carta “speciale” di cui ha bisogno. Tra parentesi, quando Peppino dice carta, in realtà intende documento. Uso il termine carta solo per una più verosimile trascrizione indiretta.

Dopo alcuni minuti di discussioni che non portano a nulla, dicono a Peppino di sedersi e aspettare che pensano loro a risolvere la questione. Liberatosi quindi lo sportello principale, precedentemente occupato da Peppino, io riesco a iscrivermi all’AIRE, i due coniugi riescono a ottenere il loro certificato ASL, dei tizi che sono arrivati nel frattempo ottengono il visto turistico per venire in Italia e un tizio del Suriname riesce a ottenere il visto turistico per l’Italia.

Io sto per andarmene quando Peppino comincia a montare in escandescenze: “Ma come! Io devo rinnovare il passaporto! Ero primo! E ancora non ho risolto niente! Io devo parlare con una persona, e non mi ci fanno parlare! Che modi sono questi! Questo è uno schifo! I soliti uffici italiani dove non funziona un accidente!”. La più stereotipata sceneggiata napoletana, con tanto di Uè, gesti vari e incavolature.

Non so che cosa sia successo a Peppino, onestamente gli auguro di avere risolto coi suoi documenti, perchè non vorrei ritrovarmi questa zecca di nuovo in coda un’altra volta.

Il resto della mattina l’ho passato purtroppo facendo qualcosa di poco divertente: telefonare all’agenzia delle entrate federale riguardo una supposta irregolarità della mia dichiarazione dell’anno scorso. Ebbene, tra lo scetticismo della nostra ragioniera che con sufficienza mi ha detto “tsè, figurati, non riconosceranno MAI che la lettera che ti hanno mandato è sbagliata e che quindi seguendola commettevi una irregolarità”, sono riuscito a ottenere da una signora molto collaborativa esattamente questo :D. Posizione regolarizzata, nulla da pagare perchè l’errore è dell’agenzia delle entrate e non mio!

Saluti di oggi a Candybee, May, DoDoDi, Figarella Racing Team (specialmente Micheal L. e Viggo per il Vegas GT2011) e a Kei (che è in quel cesso di Manitoba a farsi due scatole così :P).